Φυσιςφοβία – fusisfobia

Premessa

Questi due scritti, sono tratti dal diario, per il resto, invero, non troppo interessante, del Sig. M. M. (non ho il consenso della famiglia a divulgare il nome) da me esaminato, per incarico dei di lui discendenti, in virtù della mia attività di grafologo, qui negli USA.

Ad essi ho poi chiesto, ottenendolo gentilmente, il permesso per la pubblicazione sul mio Blog, delle pagine qui di seguito, in considerazione della mia passione per temi macabri, o vagamente bizzarri.

Da mie ricerche personali ho appreso che la vicenda del signor M. M. finì sui periodici della Contea di Jackson, nel Missouri (dove ora vivo), per un giorno o poco più, quando egli fu rinvenuto inspiegabilmente privo di vita, nella sua stanza, dalla sua domestica Carmela M.

Il decesso, all’età di cinquantatre anni, fu dovuto, l’autopsia così stabilisce e il giornale riporta, a: morte naturale per arresto cardiaco improvviso.

Nessuno conosce però le cause esatte che lo provocarono, né credo che saranno mai accertate.

Il soggetto era affetto da una grave forma di “fobia” estraniante, o alienante che dir si voglia, che si è andata acutizzando col passare del tempo.

Nei due brani riportati, e da me scelti, si può chiaramente apprezzare, anche dal tono dello scritto, l’angoscioso aggravarsi della sua delirante situazione mentale.

Il primo pezzo è quello in cui il soggetto assume la consapevolezza di un suo “malessere” lui, invaso da una qualche megalomania, non lo percepisce esattamente così, ma per la prima volta parla esplicitamente di una “fobia”.

Il secondo dei due passaggi, invece, è emblematico del suo stato mentale finale e risale a circa un mese prima dell’inspiegabile decesso. Forse lascia persino trapelare qualche spunto per ipotesi poco piacevoli su cosa possa averlo provocato.

Lascio alla fantasia del lettore ogni libertà e mi limito a riportare fedelmente i passaggi tradotti in italiano.

 

Lee’s Summit MO 12-8-1995

Ragionando su me medesimo e la mia condizione, come ogni uomo saggio e dotto dovrebbe fare, mi sono scoperto affetto da una strana, singolare, fobia.

Devo confessarlo, per primo a me stesso: sento un certo orgoglio sia per la stranezza della circostanza e l’unicità del mio (mal-)essere, che posso legittimamente considerare “speciale” o perfino “eletto”, sia per la mia capacità “autoinvestigativa” e di autoanalisi.

Come da meravigliosa consuetudine che approvo, ho chiamato la mia fobia, non essendo presente nella lista di quelle già conosciute, usando radici greche: Φυσιςφοβία (fusisfobia).

Ovvero sia, fobia per la “Natura”, intesa essa nel senso più banale, o meno profondo, come: il complesso di animali e vegetali (oltre che luoghi selvaggi ed ecosistemi vari) che ci circonda.

Da sempre sono sospettoso riguardo all’esplorazione in prima persona di luoghi non assaltati e previamente bonificati dalla splendida colonizzazione umana, luoghi che definiremmo tout court “selvaggi”, non civilizzati, ma da qualche tempo ho iniziato a sentire un profondo disagio persino nel banale calpestare un minimo pezzetto di prato, magari in un parcheggio, recinto da un cordolo in cemento, un’aiuola misera, o nel toccare un albero in un giardino, o un comune animale domestico.

Tutto ciò è stato progressivo, inarrestabilmente progressivo.

Preferisco, e prima non era così, camminare poggiando i miei passi su materiali artificiali piuttosto che sulla nuda terra. Ovviamente indosso sempre scarpe alte, anche in casa, ben allacciate.

Fino a poco fa tutto ciò mi era, come a tutti mi pare di capire, superbamente indifferente. Poi è arrivata una qualche consapevolezza della differenza tra il passeggiare su una piuttosto che su un’altra superficie, ed essa si è presto tramutata in un flebile disagio, sempre più forte, fino a divenire ostilità, avversione e via dicendo.

Preferisco di gran lunga, e da tempo, rimanere in posti che siano stati prima manipolati e trasformati dalla mia specie animale, preferibilmente puliti e asettici, chiusi, o per lo meno diradati di vita, “desertificati”, sotto controllo.

Da mesi amo sterilizzare l’acqua che tocca il mio corpo e con cui mi lavo, un’abitudine impegnativa e costosa, ma necessaria.

Mi sento a mio agio massimamente tra acciaio e metalli, vetro, plastica, cemento, asfalto, e quant’altro, mentre ciò che non è stato trasformato dal lavoro umano mi rende ansioso, scomodo, nervoso, mi mette a disagio e inquieta.

Adoro le fabbriche, specie le acciaierie e le vetrerie anche se non ho occasione di visitarne spesso ormai. Amo i palazzi dei centri di grosse città e i grattaceli.

Il legno mi piace solo quando è lavorato e trattato, smaltato e laccato da cappe robuste, e meglio ancora se convertito in carta, la pietra la prediligo solo se priva di pori, e così la terra la tollero solo se diventa porcellana e ceramica; sento una morbosa e strana attrazione per la seta, considerando la sua bellezza, e nonostante la sua strana, o ripugnante, origine. Adoro i farmaci che discendono dalle piante, ma non le piante, non il fogliame, meno ancora i fiori.

Con un grosso sforzo, posso realizzare io in prima persona quelle attività di trasformazione dei luoghi necessarie a renderli “abitabili” secondo i parametri che mi sono dato e che poi sono quelli che distinguono il vivere civile.

Mi do da fare unicamente per senso civico e quieto vivere, dato che mi sento in dovere di contribuire, e non voglio vedermi come un parassita, ma preferirei evitare di toccare e frequentare certi luoghi. Quando mi decido, mi corazzo a dovere, ovviamente. Anche la capacità di proteggersi è tipica della civiltà e del progresso della specie.

Devo confessare un abissale disagio e una profonda idiosincrasia verso tutte le attività che abbiano un contatto con ambienti non ancora ben bonificati. Ad esempio, il più stupido dei lavoretti: detesto tagliare l’erba del giardino, raccoglierne i frutti (noci, pesche).

E in effetti preferirei non averlo proprio un giardino; dopo tutto il mio luogo preferito dove ammirare le piante è da sempre una serra, ma pure il banco di un supermercato è più che sufficiente.

Mentre lavoro alla mia iarda di verde, però, percepisco un sottile e prima assente senso di godimento nel “piegare” l’ambiente alle mie esigenze e persino nello scacciare altri animali, appropriandomi di un pezzo di mondo che fino ad allora era stato in loro balia. Tale piacere non supera purtroppo il disagio.

Per gli animali, inconsapevoli della loro condizione, nutro al contempo un senso di orgogliosa superiorità mista a fastidio e pena; odio (per le minacce anche minime che suppongono), disprezzo per la loro bruttezza e stupidità, ma anche dolorosa empatia nella sorte comune a tutti noi: morire e dissolversi.

Ovviamente detesto pescare, cacciare, realizzare escursioni e perfino la presenza di rampicanti sui muri delle più lussuose mansioni di campagna mi turba assai e indispone oltremodo. In tal ultimo caso mi inquieta la scelta del proprietario! Perché, dico io, deturpare un bel muro con una porcheria simile, una volgare pianta, nido di ragni, ricettacolo di bachi, baccelli e percorsa da immonde colonne di insetti?

Lo ricordo bene, tempo fa, ormai consapevole delle mie ragioni, mi rifiutai categoricamente di dormire in un posto del genere, mettendo in gran imbarazzo quella che ancora era mia moglie dinanzi ad un suo caro amico e preferendo pagare un hotel, dormire solo e sopportare una delle sue solite sfuriate, piuttosto che il rischio di trovarmi un insetto in camera e la vicinanza di un simile obbrobrio, avvinghiato a una onesta opera umana.

La situazione in cui vivo non posso certo considerarla soddisfacente, ma non tanto perché essa è ormai in buona parte incapacitante, e meno ancora perché creda che la mia ansia sia ingiustificata o esagerata, la considero anzi perfettamente legittima e motivata! È fonte di orgoglio per me!

Dopo tutto essa si è originata da una osservazione attenta e spietata (come ogni osservazione valida dovrebbe essere) della realtà. Piuttosto non sono soddisfatto per via dei troppi, ancora troppi buchi verso una perfetta dominazione dell’ambiente e una perfetta civilizzazione.

Ancora troppo è il contatto con l’ostile e pauroso mostro naturale e le sue pericolose contaminazioni e insidie. È necessario progredire ancora!

Trovo inoltre indisponente la scarsa considerazione che la mia geniale posizione e filosofia riceve da parte dei miei simili, che stupidamente amano definirsi “amanti della Natura”.

Certo pensando al passato, alla storia del mondo, rabbrividisco e non posso che sentirmi gioiosamente benedetto di essere nato in quest’epoca, più civile e distante dall’orribile e crudele mostro che ci divora e tiranneggia da sempre, piuttosto che nel passato, anche recente. È tutto sommato l’epoca meno sporca e violenta della storia conosciuta.

Adoro i prodotti moderni, adoro l’igiene, adoro i colluttori, i dentifrici, i farmaci, tutto ciò che è immacolato e sterile, i saponi, i condom spermicidi, gli insetticidi, ogni forma di profilassi, le capsule, i liquidi disinfettanti e tutto il resto.

Per rilassarmi a volte leggo il giornale in una farmacia; il farmacista vicino casa è abituato ormai e non fa storie se rimango un’oretta da lui.

Più flebile, voglio confessarle tutte, sento di star sviluppando un’avversione persino alle pure leggi della fisica! Dopo tutto anch’esse possono essere chiamate “Natura”.

È andata avanti così: detesto invecchiare, e quindi specchiarmi e apprezzare il declino; detesto indebolirmi, e quindi evito di allenarmi per non dover constatare i miei regressi rispetto a quando ero più giovane e forte. Detesto cadere! Sì! Cadere, battere e farmi male.

Ho cominciato così a detestare, per esempio, la gravità e l’elettromagnetismo che mi impediscono di ubicarmi ovunque voglia nello spazio, attraversare corpi, poi l’ossidazione, e ogni dinamica e processo che mi conduca e avvicini a una fine che vedo come odiosamente inevitabile.

Sì! Ho sviluppato una paura infinita di morire! Ma questa ha un nome (tanatofobia) ed è la più vecchia di tutte, ed io ci sono arrivato alla fine del mio geniale percorso, però! A conseguenza delle altre, in modo inedito e brillate.

Da giovane il morire non mi spaventava affatto, cercavo anzi, lo ricordo e mi vengono i tremori, una morte eroica. Oggi sudo freddo se penso che avrei potuto rischiare davvero di non esserci più, ho i crampi, la nausea e tutto peggiora per le mie spiccate algofobia e ipocondria.

Ho dei sogni però! Il futuro che sogno è perfettamente pulito, asettico, disinfettato; soprattutto ogni essere umano sarà libero, avrà una barriera tra sé e il resto del mondo, un impenetrabile e invisibile “bolla” priva di distorsioni coi sensi, come una lente impercettibile, o una pelle invisibile, ma assolutamente infrangibile, in cui nulla di esterno possa entrare, e dove si respiri l’aria più pura che si possa immaginare.

Sarà possibile osservare da lì tutti i luoghi del mondo, anche i più pericolosi e impervi, oltre che i più belli, senza correre rischi, immersi in essi, ma al contempo assolutamente al di fuori e distanti, al riparo da ogni pericolo e limite.

Non sarà necessario faticare per spostarsi, si raggiungeranno le cime più alte senza camminare, senza bisogno di allenamento alla rarefazione dell’aria, senza perdite di tempo e noie.

O ci si inabisserà nei più profondi fondali senza percepire il peso dell’acqua.

Eterni, privi di mutamenti e vecchiaia, esterni e a salvo dalla Natura orrenda, l’uomo diventerà così ciò che è destinato ad essere. Questo è quello che chiediamo alla scienza, il suo più importante passo, che sono certo a breve sarà compiuto.

 

Lee’s Summit MO 25-12-2010

Forse alcuni troverebbero miserevole la mia attuale condizione di “clausura”, per quanto mi riguarda la considero una benedizione, invece.

La scienza ci ha deluso, sì. Ci ha deluso assai. E fino a che questa delusione non sarà colmata da rimedi effettivi, non ho intenzione di cambiare nulla.

Ormai sono dieci anni che non esco dalla mia stanza! Ma sono felice!

Tranne una breve interruzione sei anni fa per il matrimonio di mia sorella, che ha preteso la mia presenza, non mi sono più mosso.

Fu una giornata da incubo. Si festeggiava in un parco, all’aperto, rimasi chiuso nel ristorante per tutto il tempo indispensabile a non dare troppo nell’occhio e che sentii come interminabile, poi mi feci di corsa accompagnare a casa. Non toccai cibo, sentivo il mal di mare e mi girava la testa.

Oggi non sopporterei di essere tratto al mondo esterno! E non esiste causa, o ricatto morale di femmina o parente, che potrebbe smuovermi! A meno che la scienza non avesse già trovato il modo di schermarmi del tutto dall’ambiente che mi circonda e non si avverasse così il mio sogno. Ma so che non è!

Mi manca la luce del sole forse, ma non sono disposto a rischiare di incrociare la mia strada con i suoi malefici raggi ossidanti, e meno che mai rischiare il contatto con una qualsiasi delle bestiacce che popolano l’aria, coi pollini, coi peli, gli acari, con nulla che non sia sterile e pulito.

A volte non riesco a prendere sonno, immaginando una falla nelle mie tapparelle e finestre ermetiche, l’infiltrarsi, per la ragione che sia, una distrazione, una negligenza altrui (io non sbaglio) di qualche bestia nella mia vita, nel mio mondo sereno e civile.

Sarebbe la fine! Dovrei far pulire e sterilizzare tutto di nuovo, non potrei farlo un’altra volta da solo, e sarebbe inutile l’aiuto di Carmela, incompetente, che non capirebbe la serietà del lavoro che ci sarebbe da fare e che prende sempre tutto così alla leggera, da incolta superficiale e sempliciotta quale è.

Devo farla licenziare! Se c’è una fonte di pericolo è lei! La stupida governante di questa casa di babbei mentecatti!

A volte mi chiedo che fine farò… e perché non c’è ancora un posto per me nel mondo. L’unica risposta plausibile è che io sono un precursore, un anticipatore dei tempi, un genio, no, molto di più: un semidio.

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