.

Non so se ci riuscirò, mi piacerebbe (ri)dare un’idea riassuntiva di quanto considero odiosi certi atteggiamenti molto diffusi in società un po’ ovunque in Occidente. Non riesco mai a trasferire tutto il mio odio su carta. Che condanna! 

In particolare parlo di quanto molti atteggiamenti siano fasulli, per esempio quanto sia imbecille la pretesa di compiere gesti temerari, motivati peraltro dalla semplice e banalissima esigenza biologica di mettersi in mostra davanti un possibile partner sessuale, facendolo però in relativa, se non totale, sicurezza.
Se sei temerario, accetti il rischio (incertezza), anzi, vivi nel rischio proprio per mostrare e dimostrare qualcosa che altri non hanno. L’obbiettivo è quello utilitaristico di migliorare alcuni aspetti dell’esistenza sacrificandone altri. Dai tempi di Achille è così. Mi lancio dalla scogliera (fa paura) davanti a tutte quelle stronze alle quali molto probabilmente, non rivolgerei la parola, se non avessero una vagina, dato che come esseri umani mi lasciano del tutto indifferente, ma se sopravvivo sarò avvantaggiato nel penetrale, rispetto a coloro che non hanno osato saltare. Bello, no?! Tutto molto appetibile.  
Oggi, muore il motociclista, professionista o no che sia: grande tragedia! Se fai uno sport rischioso e il rischio una tantum si concretizza non vedo cosa non vada bene, che ci sia da piangere. Per le corse di auto si migliorano i dispositivi di sicurezza. Gli sport da combattimento senza regole hanno più regole degli altri, e comunque sembrano una rissa tra secchioni isterici che hanno fatto tutti i compiti a casa, per vincere l’insicurezza all’interrogazione. Intendiamoci, il livello è altissimo in tutto oggi, ma il livello è un concetto “gay” alla fin fine e lo sport più estremo è fumare sigarette e se proprio sei un eroe dire pubblicamente a una donna che è una ritardata, trattarla veramente alla “pari”.   
Si ama la natura, ma ci si va con vestiti e attrezzature high-tech, perché in effetti il freddo, morire di sete, etc. non va a genio a nessuno. Grandi imprese di una volta, ma fatte con i grandi mezzi di oggi.  
Riprendiamo le radici ancestrali, i gesti antichi! Diventa una gran rottura di coglioni pure cucinare un raviolo. Alla preparazione si aggiunge che non è possibile organizzare una dannatissima cena perché nessuno mangia più le stesse cose, ognuno è intollerante a una cosa diversa, tutti hanno allergie mortali, tranne che agli animali domestici, nessuno osa prendersela con loro come coi coloranti. Mi farebbe anche piacere l’autonomia, la diversità, se non fosse che nei termini in cui è esercitata è proprio un’epressione del contrario: tutti sono diversi allo stesso modo, come è consentito e consono esserlo. 
Però ci si tiene a fare i duri e resistere al dolore, se si trova modo di mettersi d’accordo su come procurarselo in modo fico. La frase più ripetuta dai tatuatori è: “non sono una macchina copiatrice”; sono artisti, ovviamente! Il che significa che tu non ti decori a spillo per dimostrare coraggio, fare un rito di passaggio, evidenziare lati “utili” della tua tempra alla tua società tribale, ma solo che ci metti i soldi e la pelle, e altri decidono cosa ci disegnano. Gli esecutori, ovviamente, non li fanno per portare avanti una cultura, come dicono, ma per soldi, mettendoci davanti diecimila pippe pretenziose e disoneste.
L’estetica da emarginato di classe e alla ribalta si deve al fatto che il branco ha deciso che una cosa che era per chi aveva un sacco di tempo da passare, di solito chiuso in cella, è invece assai fregna e c’è domanda per artefatti colorati tanto belli da essere atrocemente brutti e stereotipati, serviti a gente che ha da raccontare meno di quello che avrebbe da raccontare chi avesse speso la metà della vita confinata in otto metri cubici.
Tutta la smania di farsi notare, poi, di andare oltre le convenzioni, si scontra col frignare perché non si è accettati come si vorrebbe, e si finge di essere emarginati e di soffrirne le terribili consegenze. Ridicolo! Se ti emargini, se vuoi provocare in genere e spaventare, devi essere contento di stare sulle palle a tutti, poi non ti lamentare! Invece, c’è una voglia di vendersi e di rompere il cazzo senza precedenti, la cultura difesa da chi non ce l’ha, porta a che tutto è “cultura”, perché non basta semplicemente farsi un bicchiere in santa pace, ma devi abbindolare migliaia di deficienti convincendoli di stare facendo qualcosa di meglio di ciò che facevano pure i bisnonni: i whiskoni lerci, i sigaracci toscani, i pompini. Non si beve per sbronzarsi, si beve per socializzare! Nelle pubblicità di alcool, per scadente che sia il prodotto, nessuno vomita o è abbrutito, stanno tutti allegri e sorridenti. Ma andate affanculo, va!  
Le premesse sono già disgustose, la Natura fa schifo di suo, s’è capita, e una volta capitolo, unico passo sensato sarebbe rinnegarla, rompere il circolo satanico, e resistere alle sue pessime ingiunzioni; non solo non accade e si continua con la trappola, ma per di più il tutto oggi è molto fraudolento e fasullo, farsesco, insincero. Dove cazzo sta il coraggio, la durezza, l’autonomia?
Il kit dell’imbecille generazione-x e millennial (speriamo la Z la faccia finita) è: tatuaggi-piercing e barba per lui, capello colorato per lei, offendersi o traumatizzarsi; che poi sarebbe il buon vecchio “scandalizzarsi”, ma la parola fa troppo bigotto del diciannovesimo secolo; la colpa è solo la tua che non sai agire per filo e per segno come loro gran aperti, tolleranti, e innovatori vorrebbero tu agissi.
È tutta gente che credere che basti vivere attorno a una grande città, aver studiato per tre o quattro anni qualche cazzata all’università, fare due foto, lavorare in un bar che organizza concerti, o frequentarli rompendo il cazzo per cinque minuti a sé stessi o ad altri su che birra bere, per essere un intellettuale, avanguardista, artista, etc.
Roba che già ‘ste qualifiche, se te le dessero altri, sarebbe da sentirsi peggio degli ebrei con la stella al braccio, desiderarla non trovo paragoni.
Mentre si oscilla tra provocazione stantia e inerziale e biasimo di parole e concetti “inappropriati” e “fascisti”, si dovrebbe, invece, riconciliarsi con il proprio essere: se sei un medico, un infermiere, un architetto, un insegnante, un ingegnere della Garmin, etc. non ti serve la barba da boscaiolo, perché non lavori al freddo, ma al caldo, se la vuoi, accomodati pure, ma su quelle spallucce, dietro alla scrivania, sia col camice che con la camicia a scacchi, è un po’ ridicola. Se poi fai una professione del tutto inutile, “l’artista”, o persino dannosa, come il pubblicitario, il legale, sei proprio patetico, meno smanacci per farti notare, più sei consono alla tua essenza bigia.  Le donne pagale e finisce lì. Per quello lavori. 
Inoltre, se anche non avessi le spallucce, ma le spallone, perché fai allenamenti “funzionali” in palestra fica, ma attrezzata da poveraccio che usa roba di fortuna, o fai di tutto per non fare i pesi veri e ti inventi il crossfit, è molto difficile che lo scuotere corde, lo staccare rocce e pesi asimmetrici da terra, ti sarà davvero utile, perché assai probabilmente non abbatterai un albero, non isserai il fiocco o il pappafico su una barca, non atterrerai tori, e non avrai risse vere dove si rischia la pelle, a meno che tu non sia così stupido da andare allo stadio e così sfigato da beccarti una sassata all’ingresso.

(Visited 35 times, 1 visits today)