Ero al bagno che riflettevo sul cono di Tlön, quando sento mia moglie e mia figlia gridare; mi giro rapido, il cono pesantissimo cade con un tonfo; attraverso come uno spettro il muro che mi separa dalla sala da pranzo; dietro l’angolo a quattro dimensioni del grosso camino vittoriano voluto da mio padre, qualcosa si sta consumando. Chiedo, accorato: la gatta più piccola è morta soffocata. Lancio un grido che mi sveglia e immediatamente sono del tutto lucido; penso a quanto odio la vita e i suoi trucchi bastardi. Pieno d’odio come sempre, per qualche ragione il pensiero vira e mi rendo conto di non riuscire più a vedere gli esseri umani in altro modo che come primati, come stupide scimmie irritanti. Il mio disprezzo è così profondo e compatto, il mio amore per i felini così esagerato, nel contrappunto, che immagino di essere intrappolato, addormentato, che un giorno mi sveglierò definitivamente; allora l’uomo sarà di nuovo stato creato dalla spuma del mare, o figlio di dei, o qualunque altro bel mito scemo, dimenticato si rivendicherà. La porta per il risveglio è stretta e dura, mi suggerisce bisbigliando la gatta che è viva e mi punta coi suoi bei fari di luce verdastra nel buio delle quattro. La sua arcata ha la strana forma di una pallottola, la durezza del metallo e percorre a ultrasuoni la via che spappola un cervello; è la maniera più pratica di sterminare il primate abominevole, continua. Ma io già penso ad altro, a Maldoror, e mi assolvo dal non aver ancora dismesso tutte le pacchianate e le lagne adolescenziali, sapendo di fingere che la loro polvere sia segno di elasticità mentale e persino speciale resistenza all’invecchiamento. Ma una sola cosa è davvero importante, abbraccio la piccola dea della giungla, la gioia che sia ancora con me supera ogni vicenda. E dopo un secondo lei, creatura superiore, si dimena e se ne va saltellando come se non fosse successo nulla.

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