196. PILLOLE DI DANTE: Racconti Cannibali, Parte III

Da ultimo, e più “di sponda” va ricordata ancora l’allusione al cannibalismo dei versi in compianto per la morte del barone Blacatz, composti da Sordello da Goito (Purg. VI), personaggio che il poeta pellegrino incontra in Purgatorio e di cui imita l’incalzante e tagliente “stile politico”.

In tale “planh” (compianto) il trovatore spingeva i vili sovrani dell’epoca a mangiare un pezzo del cuore del valoroso barone così da assumerne il coraggio.

Ancestrale la credenza antropofaga e primitiva che vorrebbe una qualche trasposizione di forza e valore, o altre caratteristiche del morto, nel vivo che se ne ciba, ma la vicenda del cuore mangiato è stata usata anche altrove, e con ben altro respiro, nella letteratura dell’epoca, anche italiana.

La novella IV, 9 del Decamerone narra una storia ispirata a una leggendaria e tragica fine attribuita al trovatore Guillem de Cabestany, che nella realtà storica probabilmente perì nella famosissima battaglia delle Navas de Tolosa.

Secondo la leggenda egli fu ucciso dal marito della sua amata durante una battuta di caccia, questi gli espiantò il cuore che, cucinato, servì proditoriamente all’adultera, rivelando solo dopo che lei lo ebbe mangiato di cosa si trattasse.

In preda al dolore e allo sgomento la dama si suiciderà immediatamente lanciandosi da una finestra.

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