212. PILLOLE DI DANTE: Barattieri

Barattieri sono chiamati, nella Commedia, tutti i dannati della quinta Bolgia dell’ottavo cerchio (Inf. XXI, XXII).

Dante usa questo termine per riferirsi ai rei, diremmo noi, di peculato e corruzione in genere: tutti coloro che, in quanto pubblici impiegati o investiti di pubbliche funzioni, specie cariche politiche, si facevano corrompere dal denaro e facevano commercio, per lucro, della cosa pubblica. Dice infatti di tale comportamento: “del no per li danar vi si fa ita”, cioè si fa del “no” il “sì” per danaro.

La parola barattiere, però, in una sua prima accezione più plebea, non si riferisce alla attività politica, ma ha un significato più basso e affine a quella precedente.

Negli Statuta Cadubrii si parla di: voce generica che presso gli italiani indica un gran gruppo di vilissimi uomini che vivono lucrando sordidamente (“vox generica, qua apud Italos praecipue vilissimi quique homines… significantur” e quindi “qui ex sordido lucro vitam agunt”).

Nei secoli XIII e XIV erano chiamati barattieri i calones, i galeones, coloro che esercitavano le professioni di facchino e addirittura di boia o il suo tirapiedi, i pulitori di pozzi neri, chi teneva un banco di gioco, chi viveva alla giornata, rapinando ed esercitando mestieri vili e turpi, anche al seguito degli eserciti, ma il termine arrivava a indicare genericamente anche: la contesa, il contrasto, la baruffa.

Fra i secoli XIV e XVII significherà persino il luogo nel quale i barattieri giocavano d’azzardo.

Pare che tra il Due-Trecento toscano esistesse una baratteria spicciola, faccendiera, quotidiana, esercitata da uomini di bassa condizione e non dediti all’esercizio di un’arte e che quindi vivano di mezzucci e alla ventura.

A Lucca il fenomeno arrivò a tale diffusione e proporzioni che il Comune incassava un tributo, il provento della baratteria, la “kabella barrate rie” e a Firenze aveva dato luogo a una vera e propria consorteria, dotata addirittura di un proprio gonfalone con tanto di insegna, i cui componenti indossavano: “una tuta di lavoro con cappellina nera a punta”. 

Anche il termine ribaldo, particolarmente in uso per prostitute e gestori di bordelli aveva nella Francia del XII secolo un personaggio ufficiale, conosciuto come Rex Ribaldorum, appunto, il cui compito era quello di indagare e promuovere inchieste giudiziarie per i reati commessi entro il perimetro della corte, e di controllo di vagabondi, prostitute, bordelli e gioco d’azzardo-case.

Nella vita fiorentina dell’epoca, a quanto sembra indisturbati da parte delle autorità, attendevano al giuoco dei dadi, o alla gherminella.

Sul Mercato Vecchio non soltanto i contadini, le contadine e le popolane, ma anche i cavalieri ed i giovanotti delle grandi casate formavano la ben gradita clientela che si assiepava intorno ai barattieri.

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