28. PILLOLE DI DANTE: Bizzarre Teorie “Genetiche” Medievali

Mentre Virgilio se la cava tirando in ballo i negromanti e riferendosi al mito antico di Meleagro e agli effetti dello specchiarsi, Publio Papinio Stazio, a cui il primo delega ulteriori approfondimenti, ormai beato e perciò sapientissimo, prende molto più sul serio e con rigore la domanda di Dante su come facciano le anime dei golosi a dimagrire per digiuno dato che, spiriti che sono, non hanno più bisogno di cibo, non avendo corpo.

E attacca a spiegare lungamente la teoria della generazione (Purg. XXV), la formazione del corpo e dell’anima vegetativa e sensitiva, in uno stupendo trattato di embriologia medievale.

La complicatissima relazione anima-corpo e la condizione delle anime sciolte dalla materia non si esaurisce affatto in tale sede, né si potrebbe facilmente ricomporla in tutta l’opera, dato che come si apprezzerebbe rileggendola integralmente, in varie occasioni il pellegrino e la sua guida interagiscono in modi diversi con esse, a volte anche fisicamente (spingendole, o tirando i capelli) mentre altre volte le attraversano o le mancano all’atto di provare ad abbracciarle.

Ad ogni modo, spiega Stazio: dopo la morte, l’anima si separa dal corpo e diviene unico centro di identità della persona, ma prima di questo stadio l’anima (individuale) era stata infusa in un corpo fisico.

Secondo l’embriologia classica aristotelica, tomistica e galenica, condivisa all’epoca, l’apparato digerente del maschio adulto, operando una serie di decantazioni, purificazioni o digestioni, trasforma il cibo ingerito in sangue grezzo.

Una ulteriore digestione, trasformazione, gestita da una impalpabile “virtù informativa” che risiede nel cuore, seleziona un sangue perfetto che, diffondendosi per le vene, è quello che dà forma a tutte le membra dell’uomo.

Non tutto il sangue perfetto, però, si lascia “bere dalle assetate vene”, cioè non va ad alimentare le membra del corpo paterno, ma è destinato al concepimento di altri esseri umani, quindi: la parte più eletta di esso si tramuta, grazie a una ennesima decantazione, in sperma e scende nei genitali (nella perifrasi dantesca: il luogo che non è bello nominare).

La “virtute informativa” trasmessa dal cuore a questo sangue spermatico ha la facoltà, una volta sgocciolato su -unitosi a- sangue femminile, di modellare una nuova creatura –il mestruo era considerato la parte feconda della donna-.

Nell’utero, seme maschile e mestruo della femmina si aggregano: il mestruo fornisce l’alimento, il seme del maschio opera la sua “virtute informativa” coagulando e imprimendo la vita al coagulo.

A questo punto la spiegazione di Stazio (Dante) prende, tra varie opzioni, la via di Alberto Magno (De natura et origine animae): la virtù informativa, fattasi anima vegetativa (le piante finiscono da qui nel processo), persevera nella sua opera fintanto che l’organismo non acquisisce il movimento e la sensibilità rudimentale di una spugna marina -o altri animali inferiori- poi sviluppa gli organi sensoriali di cui è principio informatore.

Rimane da differenziare -passaggio più difficile- l’uomo (fante) dagli altri animali. Non appena lo sviluppo cerebrale del feto è ultimato, il creatore stesso si piega su di lui, e gli soffia dentro “spirito novo di virtù repleto”, cioè l’intelletto possibile ad personam, il quale tira a sé ed assimila le attività vegetative e sensitive del piccolo organismo e le fonde in un’anima sola che, al contempo, vegeta, sente e prende coscienza di sé: “sé in sé rigira”.

Anima che, ricorda in altro canto Marco Lombardo, contro l’idea di Origene, il creatore crea continuamente e di volta in volta.

Questo ultimo punto ha indotto in errore persone anche molto sagge, tra cui, Averroè il quale disgiunse dall’anima l’intelletto possibile, non individuando un organo specifico per l’intelletto, dottrina condannata dagli arabi stessi.

Quando l’Achesis, poi, la parca tessitrice non fila più e si muore, le funzioni inferiori saranno sopite, ma non estinte perché fanno tutt’uno con memoria intelligenza e volontà che però sono acuite nel postmortem dall’assenza della materia del corpo.

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