7. PILLOLE DI DANTE: Bonconte Da Montefeltro

Bonconte da Montefeltro (Purg. V), figlio del più celebre Guido -incontrato quest’ultimo tra i “fuochi furi” dove pagano i loro inganni da consiglieri fraudolenti anche l’inarrivabile Ulisse e Diomede- attende ai piè del monte Purgatorio il turno per la penitenza, come da prescrizione burocratica divina, essendo tra quelle anime che hanno tardato a pentirsi sino all’ultimo respiro di vita.

Dante inventa la storia della sua fine, che non può conoscere: dopo aver condotto la cavalleria ghibellina a Campaldino (Dante era lì anche lui), l’eroe, persa la facoltà della parola e pentito, chiese comunque, ormai senza voce ed in extremis, la salvezza alla Madonna. La Vergine lo ascoltò e una volta morto, mentre il Diavolo stava già lì per afferrarlo, sicuro che fosse dei suoi, scese un angelo a salvarlo.

Il demonio, allora, infuriato per il “furto”, scaraventò il corpo, vuoto dell’anima che voleva per sé, nell’Archiano in piena e per questo esso non verrà mai trovato.

La bellissima storia, che contrappunta e inverte la sorte, anche essa inventata, e con analoghe implicazioni teologiche, del padre, presuppone, proprio come l’altra, il paradosso che il diavolo non conosca esattamente le sorti delle anime che va raccattando tra l’umanità, ed è comunque sublime.

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