A Uno Sguardo d’Insieme

Riporto, a memoria, lo stralcio più intenso di uno dei discorsi più sinceri e brutalmente descrittivi che mi sia stato fatto da un pezzo, una sera, parlando di una situazione specifica che non ha rilevanza, da un amico che non ha affatto voglia di comparire e meno ancora ne avrebbe di spendere tempo nel fornire una versione scritta del suo delirante pezzo di alpinismo nichilista.

…Questo ci capita perché ci si vede un momento alla volta, ciascuno davanti allo specchio, nella propria vanitosa contemplazione quotidiana, e cosi vediamo anche tutti gli altri: un po’ alla volta, giorno dopo giorno, momento per momento, e siamo abituati cosi, non si va oltre e non pare esserci motivo per fare altrimenti e complicare ulteriormente le cose.
Ci si pensa mica, si va avanti con: ti vedo bene, sei splendida oggi, sono ingrassato, o dimagrito, sono in forma , s’è invecchiato, guarda quanto è cresciuto tuo figlio, e cosi via. E tutto questo significa nulla, non fa suonare alcun campanello d’allarme.
Che quasi tutti si piacciano è pure inevitabile, capiamoci, un’autocritica severa, non porterebbe mai acqua al mulino dell’esserci, chi la esercita semplicemente scompare, “si seleziona per l’assenza”, per così dire e non ha voce.
Gente del genere, controcorrente, ce ne sarà sempre stata, fin dall’inizio quando s’è accesa l’autocoscienza, figuriamoci: materia che si atterrisce di trovarsi ad esistere così come è. Mica deve essere  una novità! Anzi, forse si tratta della gente più sveglia e attenta, solo che non lascia traccia, e va avanti una visione del mondo pressoché univoca: quella di coloro a cui, invece, andrebbe a genio di esistere per sempre.
Per niente arroganti e deliranti, questi: si sono inventati pure i Paradisi, per darsi animo o per celebrarsi.
Sarebbe diverso se uno si sforzasse di avere uno sguardo d’insieme di come è fatto. Sai come mi immagino io ci si dovrebbe vedere? In tutte le fasi di una vita, insieme! Tutte insieme in una sola occhiata!
Un uomo è la somma di tutta la sua storia, è tutta la materia che lo ha formato e di cui è stato composto, e che nella parabola di una vita non è manco mai la stessa. Che a cinquanta anni hai mica gli stessi atomi che a tre, sei in effetti mica la stessa creatura! L’essere umano non è solo materia? E infatti probabilmente se ti incontrassi a distanza di vent’anni, anche se sei uno di quelli che s’è sempre piaciuto di volta in volta, ti staresti mica simpatico nelle diverse fasi. Chi da adulto sopporterebbe se stesso da adolescente? Chi da adolescente, la visione di sé da bambino? Chi, giovane, la sua versione vecchia e viceversa?
Secondo me, invece, se uno si vedesse tutto intero per come è in effetti, ci rimarrebbe male davvero, sorpreso a dire poco: ne uscirebbe un grosso lombrico umido e flaccido, per lo più rosato, con un’estremità sottile e molle, alla nascita, coperta dalla placenta e con un cordone che pare una coda e ti attacca alla pancia di un altro di questi esseri, e cosi via a ritroso in un immane reticolo coloniale di strane creature allungate e aderite al terreno che le ospita, come una muffa. All’altra estremità si osserva una fine diversa da caso a caso, a volte troncata di netto, in caso di incidenti, malattie giovanili, morti violente. Nell’evenienza di morte naturale è rinsecchita e sclerotica, più scura, duretta e marroncina, rimpicciolita un po’, incurvata, deperita. Alla fine estrema, nella maggior parte dei casi, una porzione di ossa sempre più tarlate, secche e imbianchite, completa il tutto e si inabissa nel terreno da cui si esce e da cui ci si alimenta.
Ecco che è l’Uomo, o come potrebbe apparire a chi non viva nel tempo, nell’ingannevole successione di eventi del divenire: uno strano essere, che s’agita tanto per niente, allungato nei suoi anni come una biscia senza squame, nuda, che si accresce e perde pezzi e che si lascia dietro una scia umidiccia di escremento e fluidi per dovunque vada, come fanno le lumache, ma non certo d’argento.
Se uno, con un immane microscopio, vedesse uno spettacolo del genere su un pianeta, penserebbe forse nemmeno a vita animale, a una peculiare infiorescenza, forse a una strana infestazione fungina.
O cerchiamo di essere più positivi, si è dei lieviti, che servono a una specifica esigenza chimica e magari davvero si è stati creati per uno scopo. Lla strana birra di un essere fuori dal tempo; ci sarebbe da dubitarne vista la produzione a cui ci si dedica? Non mi riferisco all’arte certo, o al lavoro, quella è roba accessoria nello strisciare, la prima, per giunta, roba per pochi, fatta per intrattenersi e darsi arie, mentre, e questa volta tutti, si fa l’invitabile al gabinetto tutti i santi giorni e ci si dedica inconsapevoli alla strana reazione per cui si è usati.
Chi berrebbe una birra del genere e che gusti dovrebbe avere un simile essere, rimane un mistero, ma pure i nostri lieviti “pisciano” nelle nostre bottiglie, ignari di noi e noi del loro pisciare, e la birra che beviamo non è affatto male dopotutto; abbiamo iniziato a farla prima di sapere che accidenti succedeva, e non abbiamo smesso dopo averlo saputo!
Quella che produciamo noi  è una corposa stout di urine, cagate, idrocarburi, emissioni, CO2, radiazioni… con residui di dipinti, sinfonie, cause civili, omicidi, film, pagine, concetti, equazioni, giocattoli, tenerezze, pallottole, fandonie, fiatoni, libri, medaglie, pompa magna e tutto il resto del chiassoso nonsenso della nostra affollata solitudine.
Forse ‘sta roba dà corpo e un distinto bouquet al tutto, che ne sappiamo?
Ma a lume di naso il nostro deve essere il prodotto da scaffale di fascia media di un supermercato dell’eterno, realizzato da noi violente, aggressive scolopendre dalle innumerevoli e indaffarate braccia e gambe, piccole piccole, poi sempre più robuste, poi sempre più malferme, poi ossa, poi niente. Una birra di nonsenso, dolore e imprecazioni, ecco che è la storia dell’umanità.

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