Agrumi

In Dante (Paradiso XVII) la parola agrume si riferisce ad agli (aglio significa: “che esala odore”, da oleo o halo, da cui ancora il nostro “olezzo”), cipolle (frutto “tutta testa” da caepa, cepa, caput, la nostra “capa”, testa, no?), cipollotti (idem), porri, etc.

Si riferisce, cioè, ortaggi di acuto sapore che (sottolinea qualcuno), se consumati crudi: “fanno avere i sogni terribili e noiosi”. E quindi a vegetali diversi da quelli a cui pensiamo noi oggi: arance, limoni, lime, pompelmi, cedri, etc. molto gradevoli e aromatici, invece.

La parola “agrume” discende pianamente del latino acer, da cui in italiano “acre”, o “agre”, o “agro” (da non confondersi, però, col terreno romano, che ha altra origine: da agere, cioè “muovere”, “condurre”) e dal greco akros, “acuminato”, “pungente”. Esso a sua volta discende dalla radice ak di “penetrare” che è propria anche di acies (acutezza in latino, V. ad esempio nei Carmina Burana, Oh Fortuna: mentis aciem, acutezza di mente) e acus (ago) ed è rimasta anche nel nostro “acume”, “acuminato”, etc.

Agrume è quindi parola adattissima sia a descrivere gli ortaggi di quel tempo “che oggi chiamiamo antico”, come dice il Poeta stesso proprio in quel passaggio della sua opera (nel quale curiosamente parla di noi, i posteri remoti, che ancora parliamo di lui), sia i frutti dell’italiano attuale, “aspri”, parola che pure discende da radice ak, come aspera, (cfr. per aspera ad astra) ed “asperità”.

Altre lingue però, per esempio inglese e spagnolo, si riferiscono ai nostri odierni agrumi con parole di radice (comprensibilissima anche per noi) citr: cítricos, citrus.

E la radice è comprensibile per varie ragioni; in primis, in botanica, Citrus è un genere di angiosperme della sottofamiglia Aurantioideae della famiglia Rutaceae. Si tratta, quindi, del gruppo di frutti che in tale tassonomia sono indicati nelle altre lingue. Inoltre tutti conosciamo l’acido citrico (contenuto nel succo dei frutti), ed infine, anche da noi è diffusa una parola della stessa origine, ma che si riferisce solo a uno dei frutti: il cedro.

Cedro, arriva al latino (cedrus- greco: kedros) forse dall’ebraico hadar, “essere scuro” per il fogliame verde scuro dell’albero, per altri dal greco keo (colare), prima che applicato al frutto (albero: citrus, frutto: citreum), della pianta conifera resinosa con lo stesso nome, fu relativo ad alcune conifere chiamate “cedria”. In latino citrus designò in origine un albero africano chiamato dai greci thuia dal legno fragrante usato per il mobilio.

Benché possa condurre in inganno, tutt’altra origine ha, invece, il lemma che indica la bevanda spagnola “cidro” (preparata con le mele) e in inglese “cider”, in italiano sidro, pure essa contraddistinta da certa acidità. In francese cidre, dalla fine del XIII sec., e dal francese antico cidrecire: “sidro di mela o di pera”, è variate di cisdre, dal latino sicera, che volgarizzò l’ebraico shekhar, parola usata per qualunque bevanda fortemente alcolica (tradotta in antico inglese con beor, e presa del greco sikera), imparentato con l’arabo sakar “bevanda forte” e sakira “ubriacatura”.

Il limone, primo degli agrumi, viene dall’arabo laimun, e dal persiano limu(n), termine generico per tali frutti, dal sanscrito nimbu “lima” (stessa origine ha anche la attuale “lima” sudamericana, ma non lo strumento di metallurgia e carpenteria, che invece viene probabilmente dalla radice sanscrita lik di grattare o leccare).

L’arancio è invece parola diffusasi dal latino in altre lingue e vincolata in tale idioma ad “oro” (aurum), ma anche essa di origine araba, da narangi, e persiana, narang’, e vale “inclinazione dell’elefante”, indicando cioè il frutto preferito di questo enorme e buffo animale.

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