Alcuni pregiudizi della nostra attuale cultura: il dialogo, l’avidità, la libera iniziativa.

 

 

 

Il pregiudizio del dialogo.

Un gran pregiudizio, sciatto e ricorrente nella quotidianità, è quello sul dialogo: la necessità di dialogare per giungere a una posizione corretta, la virtuosità di un atteggiamento di dialogo, i benefici “dell’apertura al dialogo”.

Il dialogo è per lo più una gran perdita di tempo ed energie, un succedersi di idiozie su idiozie, una strategia, di chi non dialoga affatto, per distrarre le masse e decidere lui, senza aver tenuto conto per nulla delle varie ciarle e di nessun flatus vocis dei vari “dialoganti”. Vecchio trucco: ancora funziona, alla faccia dell’evoluzione.

Una posizione corretta non è l’incontro di due posizioni diverse, o pure antitetiche, entrambe erronee. Meno che mai la posizione corretta si trova al centro tra due (o più) posizioni estreme. Ciò è evidente e risaputo. Solo il coglione “di sinistra” fa finta di non saperlo. La verità è estrema di per se!

La verità è una, e la posizione corretta pure è una, non sono certo la media tra tante fesserie, o menzogne. Non ammettere che possa trovarsi una posizione corretta, o una verità, o per lo meno una provvisoria posizione corretta, o ancora più corretta di altre, (lo scetticismo assoluto, insomma) mina la necessità di dialogo (e di conoscenza) anche più a fondo. Diciamo che “la verità” è un concetto funzionale alla dimensione umana e ce lo dobbiamo tenere se vogliamo una società.

Quando si “dialoga”, per prendere una decisione, per descrivere, affrontare, risolvere un problema, quello che si fa è solo esporre una teoria, o un punto di vista, con il fine unico: di avere ragione! Se uno dei soggetti implicati ha ragione convince gli altri (… gli altri in buona fede, i soggetti in mala fede, i politicanti, potrebbero negare ogni evidenza … e infatti…) altrimenti cambia idea lui.

Se non c’è maniera di capirsi, c’è ostinazione, si manifestano differenze, o patologie, che superano o impediscono l’uso della razionalità, non si deve dialogare per un secondo in più che per capire ciò e SEPARARSI senza mai più entrare in contatto. Io non posso “dialogare” con un fervente testimone di Geova, né con uno schierato politicamente in modo fideistico o per convenienza.

Comunque sia, tra persone non prive di intelletto, o uno dei contendenti vari trionfa, e si impone, o tutti comprendono di aver errato e trovano una soluzione “terza”, e nuova, che di certo non si equivale alla media delle altre soluzioni proposte tra tutti. Sorge una posizione altra, che poi possa essere nata dalla cooperazione è un altro discorso.

Conoscere e decidere non è mercanteggiare! Decidere tra esigenze di vario tipo a volte deve esserlo, per necessità, ma una posizione rigorosa e corretta non è il frutto né del dialogo, né della tolleranza. La tolleranza è il male minore rispetto all’applicazione della miglior ipotesi razionale, nel rispetto necessario dell’umana “idiozia intraprendente”, e visto che la gente non si spartisce il mondo a seconda delle posizioni che dice di difendere, ma vuole rimanere insieme (il credente nelle Marche, il Nazista in Liguria, l’agnostico in Piemonte, il berlusconiano in Lombardia, e così via, e tanti saluti!).

Questo nostro stato di dialogo perpetuo e fatuo è solo nocivo, porta solo allo stallo. È una gran cazzata che suona “progressista”, “buona”, “comprensiva”, ma che approda all’immobilismo, alla polemica continua, e specie alla mancanza di rigore e soprattutto di serietà e sincerità nella presa di posizione. Si può dire tutto: diremo tutto! Arricchiremo il mondo con qualunque concetto e idea per allucinante che sia!

In parte è attribuibile a tutto ciò anche il fatto che, tuttora, persone che si comportano nei fatti tutte allo stesso modo, fingano divergenze che non sono per nulla sincere, ma frutto di ostinazione capricciosa e voglia di farsi notare. Per quanto mi riguarda i vari: nazisti-estremisti politici e religiosi “all’antica”, gli “amanti della natura”, tradizionalisti, i credenti in teorie strampalate, i tolleranti radical chic (alla cazzo di cane), e feccia varia, non sono affatto sinceri.

 

Il pregiudizio dell’avidità.

Uno dei pregiudizi più nefasti su cui si basa l’attuale intendimento di come sia fatto un essere umano è quello che privilegia in modo esplicito e oltremodo ipertrofico l’avidità come componente base della sua struttura psicofisica.

“L’uomo non fa niente per niente”.

Questo è un concetto evidentemente erroneo, oltre che ambiguo, che non descrive affatto la realtà e ha solo l’effetto di selezionare per il successo i peggiori soggetti della specie, generalizzando il peggio per assolverli, al contempo, dal compito umiliante di dover constatare il loro squallore individuale.

Che le persone agiscano per un “beneficio” è un concetto ambiguo di per se, dato che si deve stabilire quale è il beneficio: posso considerare un “beneficio” la soddisfazione di contemplare un bel panorama a costo di faticare per ore camminando in montagna, o imporre l’orgoglio e rifiutare di raccogliere da terra del danaro che un arrogante mi getta per mettermi a tacere mentre protesto, o anche picchiare una persona e finire in galera, oltre a doverla risarcire, per un torto subito etc.

Appiattire il concetto di beneficio su quello economico non risponde per nulla alla realtà dei fatti di come si comporta un essere umano, ampliarlo tanto sino a comprendere qualunque massimizzazione di soddisfazione fisica o psicologica fino a inglobarvi pure la ipotetica scelta del sacrificio, anche estremo della vita, lo rende del tutto vago e privo di effettivo contenuto.

Fatto sta che la maggior parte delle attività e delle azioni e realizzazioni migliori che la specie umana ha portato a compimento nella sua vicenda non è stata spinta in vista di un beneficio economico, e a volte addirittura ha implicato un sacrificio di qualche natura.

Uno scienziato di rado è motivato nello studio e la ricerca dal beneficio economico tout court, se lo concretizza meglio! Un filosofo di rado pensa per farci soldi, e così molti economisti, rivoluzionari, ma anche e soprattutto persone comuni.

Anche nel quotidiano si moltiplicano i casi in cui si vedono soggetti che eseguono un determinato lavoro bene per il gusto di farlo bene, laddove potrebbero guadagnare lo stesso e risparmiare tempo facendolo peggio.

Curiosamente persone che (pure per pregiudizio) sono considerate spiriti “nobili” immersi nel disinteresse, da sempre, ma specie oggi, solo di rado corrispondono all’immaginario collettivo. Gli “artisti”, ma pure lì si moltiplicano esempi in contra (e ci mancherebbe), storicamente hanno agito spesso per danaro, e messo a disposizione le loro abilità al miglior offerente. Oggi un artista, specie cinematografico o musicale, non è altro che un intrattenitore delle masse: raccatta pochi soldi da tanti, piuttosto che tanti soldi da un mecenate (che di solito preferisce finanziare squadre di calcio).

Insomma se è vero che molti cercano di approfittarsi del prossimo e di beneficiarsi in modo rapido e approssimativo di qualcosa, producendo e vendendo anche merda, solo per monetizzare, ciò non esaurisce, ma nemmeno descrive, la tipicità dell’animo umano, che invece per tendenza punta a fare il meglio che può per gusto e soddisfazione personali.

Aver creato una cultura che punta solo sull’avidità e mai sulla cooperazione e l’altruismo è stato un errore micidiale.

 

Il pregiudizio della libera iniziativa.

Una delle ragioni apparentemente più solide, che ci ha fatto pensare come inviabili, e quindi scartare, sistemi economici alternativi a questo, è stata quella per cui: “ciascuno lavora per sé meglio che per lo Stato o per altri”.

Cioè, puntare sull’iniziativa e il profitto autonomo e personale è meglio che ingrigire e impigrire le persone passando loro sia il compito da svolgere, che un beneficio non vincolato all’impegno personale.

In teoria l’osservazione potrebbe avere senso ed è corretta. Quello che di rado si nota è che oggi in questo sistema economico praticamente nessuno lavora per se e per iniziativa propria, né sviluppa attività autonome, né viene ripagato proporzionalmente all’impegno personale profuso.

Lo stato attuale del lavoro, in buona parte dell’occidente, è di dipendenza, è basato sullo sfruttamento e sul terrore di non riuscire ad avere il necessario per vivere. S’è sostituita la “noia” con la paura: un gran passo avanti per la libertà e il progresso del sapiens!

Terrore che in buona parte è stato creato anche facendo indebitare le persone per renderle ricattabili.

L’essere umano deve ribellarsi a questa nuova schiavitù e pretendere dai propri amministratori, che devono essere al loro servizio, che tale situazione cambi a breve dato che non è possibile comprendere come mai lo sviluppo tecnologico e la conseguente diminuzione di necessità di forza lavoro e la pure conseguente proliferazione di beni di consumo, non abbia mai alcuna ripercussione positiva sulle masse, ma solo su centri di ricchezza massicci e concentrati.

Le leggi sono fatte (da perone pagate dalle masse e col compito tradito di fare gli interessi di queste) oggi solo con lo scopo di beneficiare privati avidi e tirannici. Il peggio dell’umanità.

(Visited 154 times, 1 visits today)