Alla Ricerca del Paradiso

Di rimpallo con il famoso almanacco, ero quindi, assai fortunosamente, venuto a conoscenza di dati ulteriori e interessanti sull’antica leggenda del Paradiso Terrestre, cercato da tanti e mai trovato, meno che mai in Amazzonia e, dalla quale, al mio solito, mi feci prendere in modo ossessivo.

Cercai così di rintracciare l’oggetto di cui si parlava, impresa non semplice, seguendo l’unico dato che avevo a disposizione, e per venti lunghi anni andai avanti studiando e ricercando in quasi tutte le lingue del mondo, che il mito vuole discendano da una singola e originaria, poi diversa in migliaia a seguito dell’empietà della Torre di Babele. Sia come sia, se l’evoluzione non mente, ogni lingua discende da quel primo suono che non era ormai più verso animale, ma era divenuto parola. Quindi la storia tradizionale, per una volta, avrebbe un fondamento.  

Iniziai rinfrescando latino e greco classici, anche se sapevo che non erano di sicuro l’oggetto delle ricerche, qualcosa d’etrusco, per scaldare i muscoli, ma sapevo che anche lì c’era poco da fare. Queste lingue contenevano tutte il germe del “male”, non erano pure, come doveva esserlo quella che cercavo.

E lo stesso, sapevo, valeva per tutta l’Europa, dove di sicuro non c’è mai stato il Paradiso Terrestre; per sincerarmi, però, mi spinsi sul lituano, il norreno, in tutte le sue forme, l’islandese, ma nulla.
Non mi scorai! Anzi, iniziai con metodo, in ordine alfabetico: Afar, Aja-Gbe, Akan ghanese, l’amazigh e l’arabo classico, l’amarico, l’assamese, balanta e bambara, il bariba e il bassari, ma anche lì, niente da fare! Mi inclinai per una deviazione verso est, la Russia, con tutti i suoi mille dialetti, nulla! Forse il burmese? Nemmeno! Il chichewa? No! Il chirbawe, il chocwe, giù giù fino alle ultime lingue rare, Tsakhur, Tłįchǫ, Uyghur, Yukaghir, Zhuang, ma niente! Ero stato sconfitto, e con me anche l’erudizione e le tecnologie.

Della lingua in questione, la lingua ancora vicina a quella ancestrale, la più pristina e pura, e del paese leggendario abitato da chi la parla, non c’era traccia. Avevo però idea, a quel punto, che dovesse trattarsi di un posto asiatico, non starò a dire perché. Decisi che dovevo andare lì, che dalla distanza non potevo fare nulla di serio. Viaggiai e dopo vari anni di peregrinazioni, domande, suborni, e mance, ormai sul lastrico, arrivai dove volevo! Esisteva davvero sia la lingua, sia la popolazione, che il posto abitato.

Mi disposi tosto a vivere lì, e con ciò a liberarmi di ogni mio pensiero e preoccupazione; molestie, noie, erano già nel passato. Quella lingua mi avrebbe salvato.

Come arrivai, tutti sorridevano, buon segno. Mi accomodai in una casa, chiesi se potevo lavorare, mi diedero qualcosa da fare ed iniziai la mia nuova vita. Erano poveri, io anche ero povero, ma il cibo era buono, si mangiava proprio bene, l’aria fresca, il sole caldo e la neve fredda, le ragazze carine e assai sorridenti; insomma, tutto era come deve essere e come se lo aspetta uno che cambia paese per non avere più seccature. Il paradiso!
Mi abituai subito alla lingua, anche se difficilotta, tanto che avrei voluto dimenticare tutte le altre e con esse il seme intrinseco di ogni rottura di coglioni. Ero lì per quello!

Il fatto è che in quella lingua leggendaria e atavica, non esiste la parola “perché”. Nessuno quindi può chiederti “perché” sei andato a finire lì, tanto per cominciare, non gli viene manco in testa di chiederlo, perché non hanno la parola per farlo, e con ciò nessuno si fa i fattacci tuoi o si impiccia mai.
Né devono spiegare niente, né vogliono sapere, anche perché non possono nemmeno dire o concepire il perché che serve a introdurre domanda e spiegazione. I bambini non rompono, giocano, non assillano con quesiti inerziali resi possibili solo dalla presenza nel vocabolario di quella parolaccia… o addirittura “quelle”, se come in inglese ce n’è una per l’istanza e una diversa per il responso.

Andavo a comprare il pane, chiedevo il pane e mi davano il pane, chiedevano soldi e davo soldi. Nessuno mi chiedeva perché comprassi il pane o perché ne comprassi così tanto o così poco.

Non c’erano sentenze prolisse! Non c’erano tribunali con parrucca, se qualcuno, e non succedeva, si comportava fuori dalla legge, lo punivano e basta, senza troppe storie, nessuno stava a cincischiare e chiedere sulle motivazioni e determinazioni al crimine, se la colpa fosse della società o del singolo, della struttura genetica o dell’assiologia, e tutte queste cose: o le sapevano già, o se le ignoravano, pazienza!

Tutte le conversazioni erano sane, belle, schiette, dirette e anche semplici, finivano sovente con una bella risata, e, non prive della loro elaboratezza ed eleganza, non duravano mai più di tre minuti. Incluso, mi si perdoni, per decidersi alla copula.
Nessuno rompeva l’anima, nessuno si arrovellava, nessuno si chiedeva nulla di cui non sapesse già la risposta e che quindi non era necessario chiedere e non chiedeva. A ben vedere si parlava proprio poco, con lunghe e belle vocali, si parlava lo strettamente necessario e si agiva piuttosto, risparmiando un sacco di tempo.

Se non sapevano la risposta a un problema, la cercavano, mica no.
Se gli serviva qualcosa di nuovo, non è che non facessero progressi, anzi, s’era piuttosto dotati nei marchingegni, ma pensavano solo a risolvere il problema, senza chiedersi perché esso esistesse e perché così funzionasse.
Non essendoci destino, senso della storia, fine e scopo, non erano affatto preoccupati nemmeno dell’eziologia, non avevano Dio o religione, escatologia, teleologia, e non si complicavano con trappole come “perché sono qui?”, “perché è morto Tizio, così giovane e non Caio, così vecchio?” Meraviglioso! E la giornata, invece di ventiquattro ore pareva durarne trentasei almeno.

Caccia, pesca, amore, arte, danza, canto, calligrafia, artigianato, una sorta di ghironda o zufolo di canna, avevo una vita ricca, completa e soddisfacente, infine, e solo grazie alla scomparsa di una sola parola.
Anche se ancora portavo in me il germe del perché, e con esso del male, decisi di ignorarlo completamente! Feci finta di niente e andai avanti.
Col tempo feci carriera nel posto, ero molto interessato alla cultura, la tradizione scritta e orale indigena, e loro mi insegnavano, senza giudicare e chiedermi perché lo fossi, e io senza chiedere perché mai dovessi, per imparare a poetare, fare cose anche, diciamolo, strane, quali certi esercizi ginnici e gesti, anche un po’ ridicoli; li facevo e basta.

Ero portato per le lettere, non so il perché, e lì a nessuno interessava saperlo, gli interessava solo che sapessi comporre belle poesie, molto assonanti, io avrei detto assonnanti, dato che le preferite dal volgo autoctono erano tutte melense d’amore, ma ci tiravo su buoni soldi; le compravano per sedurre donne, ma questo lo immaginavo io, dato che non avevo modo di chiedere perché mai volessero acquistarle.

Insomma, nel volgere di qualche anno, già ero stagionatello di mio per la lunga ricerca, non mi tagliai i baffi, strinsi gli occhi, mi imposi di abusare della brachilogia, divenni un perfetto saggio del villaggio, feci proprio carriera: la felicità! Rispettato, onorato, stimato, avevo trovato il mio posto; le anatre erano ottime, il riso anche, per non parlare delle zuppe, che prima mai avevo amato troppo, squisite, come i gamberi di fiume; tutto era meraviglioso, grazie alla rimozione di quel lemma nefasto che ancora porto dentro di me e giammai lascerò che si propaghi, essendo come il batterio di un’arma biologica, un virus mentale che potrebbe distruggere anche questo ultimo pezzo di paradiso.

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