ANIMALI FIABESCHI: I. Balene, Pesce-cani, Pachidermi e Mastodonti

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Iniziamo una serie di post su etimi e lemmi relativi ai personaggi animali delle fiabe, e vedremo dove ci porterà il discorso, magari.

 

 

Balene, Pesci-cani, Pachidermi e Mastodonti

Balene e pachidermi si fanno di certo notare e sono protagonisti di tanti bei racconti. Persino Dante li cita (e insieme) riferendosi alle loro straordinarie dimensioni. Lo fa mentre riflette sulla stazza dei giganti che costellano l’omonimo pozzo, spaventandolo per la loro espressione feroce. Meno male, dice il Poeta, che la Natura ha smesso di fabbricare consimili mostri (i giganti), e ci ha lasciato solo con mastodonti mansi come balene ed elefanti, che se fossero anche malvagi, non ci sarebbe scampo per noi piccoletti.

I giganti, forse dal sanscrito jantu, “animale”, “creatura”, e dalla radice di “generare”, e per alcuni da quella di “terra” (Gea), avevano osato persino muover guerra agli Dèi, come sa chiunque si interessi un minimo di mitologia ed erano poi stati sconfitti. Ma vediamo il mondo animale e non quello mitologico oggi.

La più comune, la balena ha radice greca phàlaina-phàle, comune però anche a tutte le altre lingue, benché a tutta prima magari non appaia evidente a chi non è allenato a rintracciare le origini etimologiche dei nomi: bal-val. In inglese antico faceva hwæl, o “walrus“. Nome il quale oggi indica il tricheco, nome che da noi, dal greco, significa “che ha peli”, riferendosi alle sue vibrisse, da thríx-ikòs -pelo, da cui “tricologia”- ed échein -avere-, tecnicamente chiamato in tassonomia linneana: odobenus rosmarus. Balenottera letteralmente sta per “balena con le ali” (come in coleottero, dittero, etc.) a causa delle enormi pinne che alcune sottospecie hanno e che divengono evidentissime nelle megattere (dal greco méga pterón -μέγα πτερόν- “grande ala”, per le enormi pinne pettorali di questo animale). La balaenoptera musculus, balenottera azzurra, con le sue centoottanta tonnellate di peso è l’animale più grande mai vissuto sulla terra, dinosauri compresi, per quanto sino ad ora se ne sa. Facilissima anche l’origine del celebre megalodonte: “dai denti grandi”.

Whale viene dal proto-germanico *hwalaz da cui antico sassone hwal, l’antico norvegese hvalr, hvalfiskr, lo svedese val, medio olandese wal, walvisc, e olandese walvis, antico alto tedesco e tedesco wal, dalla radice proto indeuropea *(s)kwal-o- da cui verrebbe anche il latino squalus! Secondo tale linea interpretativi i nomi di balena e squalo avrebbero una comune ancestrale origine.

Ma squalo, dal latino squalus, come aggettivo (squalidus) vale “aspro”, “irsuto”, per via della pelle del mostro, così ruvida, abrasiva, che serve per pulire il legno. Stessa origine avrebbe squama, dal sanscrito *kha-d- e *ska-d-, col senso di “coprire”, da cui anche “scaglia”, “scatola” e persino “casa”; vocabolo che arrivò a diffondersi e sostituire completamente le latine villa e domus e che in origine significava “baracca”, forse a ragione del decadimento delle abitazioni dopo i fasti di Roma. La radice è affine a quella *sku– da cui “cute” e “cuoio” da cui si distaccò.

Alcuni riconducono anche il lemma squallido a tale comune origine, a meno che non discenda da sanscrito kal-, “nero”, da cui anche “caligine”, e in tal senso starebbe per “inquinato”, “sporco” e non “ruvido” o “aspero”. I latini chiamarono squalida la veste da lutto. Georges ritiene che il significato di “rigido” e “aspro” sia il primo, congiunto a “squama” e “scaglia”, che lo ricondurrebbero alla radice di parole greche come “scheletro” da skleros (v. arteriosclerosi, sclerosi, etc.) “duro”, e skèl-lein, “disseccare”.

Il nome tecnico dello squalo carcharodon karcharías, viene pianamente dal greco antico: carcharodon, (καρχαρόδων) dall’unione di kárcharos (κάρχαρος), che significa “aguzzo”, con, odóus, odóntos (ὀδούς, ὀδόντος), “dente”. Mentre karcharías, (καρχαρίας), sta per “pescecane”, che poi sarebbe precisamente l’animale in cui finisce Geppetto, e poi Pinocchio, che nel libro è chiamato “il Terribile Pesce-cane” e non è balena (ricordiamo? “Più grosso di un casamento di cinque piani…” dice il delfino parlando di esso).

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Il verbo balenare, invece, ha tutt’altra origine. Parola molto antica, è usata anche da Dante in ripetute occasioni (”in men che non balena”, Inferno XXII; o canto III: balenò una luce vermiglia, e così Purgatorio XXIX-18) si riferisce al fulmine. La parte centrale del lemma non è chiara, alcuni propongono l’unione del prefisso ba-bar equivalente a bis o dis (indice di imperfezione, come in “bistrattare”) e lucere. Altri lo riconduce ad albeno, da cui anche “alba”. 

L’inglese shark, dal 1560, ha origini incerte, forse è stato applicato al vorace pesce feroce e di ingenti dimensioni da un senso originario dispregiativo per l’uomo, di “persona disonesta che preda altri esseri umani”; se così fosse, probabilmente discenderebbe dal tedesco schorck, variante di schurke, lo “scoundrel” che abbiamo visto parlando di pirati, dal tedesco dell’Alto Medioevo schürgen “colpire” (v. in tedesco schüren, “fomentare”).

Un’altra teoria però vuole la parola discendere dal termine maya xoc, che significava appunto “squalo”, anche perché pare che i nordeuropei non siano stati familiarizzati con gli squali prima dei viaggi ai tropici. 

Prima, in inglese, si usava tiburón, per via spagnola, dal nome caraibico del pesce. Ed ecco spiegato perché tre lingue che condividono la radice wal di balena (spagnolo: ballena) hanno, invece, tre lemmi palesemente differenti per lo squalo (squalo, shark e tiburón). Va precisato che in spagnolo si trova anche la radice latina per squalo, pur meno diffusa e a volte applicata in senso dispregiativo alle persone (per avidità, mancanza di scrupoli) escualo (con la classica “E” iniziale davanti alla “S liquida”).

La balena vera e propria, e anche la più conosciuta e illustrata, è quella che ha i fanoni e non denti di tipo comune, dal latino volgare fano-nonis, “banda”, “fascia” e si nutre sostanzialmente di krill e plancton a dispetto delle sue immani dimensioni.

Ma la balena più famosa della letteratura e più grande animale dentato al mondo, Moby Dick, appartiene alla specie dei capodogli parola di facile comprensione “che ha il capo d’olio”, a ragione del fatto che la voluminosa testa dell’animale contiene una sostanza grassa assai pregiata e che lo ha reso vittima di una caccia insensata ed eccessiva. Tanto che oggi gli esemplari rimasti sono notevolmente più piccoli di quelli che erano soliti popolare le acque fino al secolo XVIII-XIX e che erano le prede preferite. Oggi essi non superando le cinquantadue tonnellate, mentre nel museo di Nantucket (posto reso celebre nel mondo proprio da Melville) è conservata la mandibola di un mostro che potrebbe aver avuto il peso di ben centocinquanta tonnellate.

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Il capodoglio è anche detto fisetere, il nome tassonomico in zoologia è physeter macrocephalus dal greco phȳsētḗr, (φῡσητήρ), “sfiatatoio”, “che soffia” e “macrocefalo” che non ha bisogno di spiegazioni dato che è parola di uso comune italiano, e vale “dalla testa grande”. Ed infine anche cachalot (francese), o cachalote (spagnolo), comune anche ad altre lingue, potrebbe discendere da origine romanza o basca da “dente”, a meno che non sia dal latino volgare cappulum, al plurale cappula, “elsa della spada”. In galiziano però, cachola significa “grande testa, nome che parrebbe più attinente.

La sostanza che si estrae dalla monumentale testa dell’animale marino è detta spermaceti, pure parola di origine greca composta da sperma (σπέρμα), “seme” (in genere e non solo di tipo riproduttivo) e kètos (κέτος), “balena”.

Dal greco per “balena”, kètos, viene ovviamente anche il nome del gruppo zoologico che accomuna tutti questi bestioni, capodogli, balene, balenottere e megattere: cetaceo, da cui anche il latino caetus, che significava “gola”, “ventre”, ad indicare proprio il “mostro marino”; “ventre” a sua volta da keio, “fendo”, “spacco”, kaiar, “fossa” e dal sanscrito k’hiami, “tagliare”.

Uscendo della acque, e approdando in terraferma, per dimensioni il più grosso è l’elefante, nome che arriva a noi come di consueto dal greco elephas-elephantos, poi passato al latino elephantus (o elephas), ma la cui origine ultima non è chiara. In inglese è presente da circa il 1300, olyfaunt, giungendo dall’antico francese olifant (il francese moderno fa, éléphant), che significava “avorio”, probabilmente in un idioma non indeuropeo stavolta. Forse il fenicio, l’aramaico, o una lingua semitica, forse aleph-hind, “bue dell’india”. A meno che la prima parte del lemma non abbia origine greca, da “bianco”, albus. Le idee sono comunque discordanti e c’è chi propone la radice al-ar di “muoversi” in greco, come accade per altri animali, e che è anche interessante e per cui consiglio a chi voglia approfondire di consultare un dizionario etimologico.Jerome-Kalvas-paper2013_wide

Pachiderma è il gruppo a cui appartengono anche gli elefanti nella tassonomia e non crea, a tutta prima, grosse difficoltà di comprensione discendendo come tutti i termini “tecnici” dal greco (pachydermos) e dall’unione in questo caso pachys (spesso, grande, solido e quindi grosso) dalla radice proto indeuropea *bhengh- di “spesso, grasso, grosso” e derma, “pelle”.

Mastodonte anche è di semplice individuazione essendo composto da mastos “seno” (termine medico) e odon, “dente”.

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