ANIMALI FIABESCHI: III. Il Lupo

snarlingwolf_000_zpsbbfe577aSe c’è un animale da favole per antonomasia, esso è il lupo! Lupus in fabula, no?

Simbolo del male e del pericolo, spauracchio tipico per i più piccini, suscita una paura ancestrale e mitica, forse quella di tornare a far parte della catena alimentare, evoca morte, ma probabilmente incarna molto di più, se raschiamo la superficie e indossiamo le ottiche inquiete e scosse dal sacro dei popoli che ne inserirono il rabbioso ringhiare e la forza, la ferocia inappellabile e la resistenza intrepida, in storie di cosmogonia. Il più famoso di tutti, Fenris, divora la mano del Dio norreno Tyr, e inghiottirà il sole alla fine dei tempi, quello che mangia il personaggio più noto delle fiabe, Cappuccetto Rosso e prima sua nonna, fa esattamente lo stesso in chiave simbolica e nascosta, se crediamo, come parrebbe corretto fare, che la storia altro non sia che una allegoria del solstizio d’inverno e il ritorno della nuova luce, “luogo magico” dell’anno in cui nascono tutti gli dei, Cristo compreso.

Lupo, in spagnolo lobo e in inglese wolf, condividono assai probabilmente la loro radice, come già era successo per esempio con la balena, il porco (e in altri casi). Da un comune e proto indeuropeo *wlkwo– discendono il sanscrito vrkas, l’avestico vehrka-; l’albanese ul’k; il russo volcica; il lituano vilkas, l’antico persiano varkana- e probabilmente anche il greco lykos, e quindi certamente il latino lupus da cui a loro volta si giunge a italiano e spagnolo.

In inglese antico wulf valeva “lupo, persona lupesca e diavolo”, dal protogermanico *wulfaz, che crea il sassone antico wulf, il norvegese antico ulfr, il frisone antico, l’olandese e l’antico alto tedesco wolf, il gotico wulfs e che risale a sua volta pure da *wlkwo. La diffusione del nome è massima ed ha battezzato anche luoghi, l’Ircania, satrapia a sudest del Mar Caspio, corrispondente agli odierni territori del Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, letteralmente significava “Terra del Lupo”.

La radice sanscrita vark o vrak o valk o vlak, sta per “strappare”, “lacerare”, da cui vrçc-ati “lacerare”, “tagliare in pezzi”, “abbattere” e i verbi in lituano, slavo antico, per “lacerare”, ma pure il greco elk-ein, per *felk-ein “tirare” e il latino lac-erare da *vlac-erare (lacerare, ulcerare). Ma c’è chi ha proposto la derivazione del greco lykos da lyssa, “rabbia”, “furore” ed alla radice sanscrita rush o lush di rus, “ira”, o addirittura a lyke, “luce del mattino” per dei costumi etologici della bestia, particolarmente mattiniera, ma non sembrano affatto verosimili e comunque si perderebbe l’unitarietà fondamentale dei termini giunti sino a noi.

La lupa al femminile è stata simbolo duraturo di lussuria, ma non solo, se pensiamo alla storia dei gemelli Romolo e Remo e la fondazione di Roma. In Dante, in apertura della sua maggiore opera, appare come allegoria di avarizia-cupidigia, (assieme a lonza-lussuria e leone-superbia). In spagnolo attuale però, loba sta per donna vogliosa e vorace di uomini. Il maschile ha usi meno “promiscui”, e indica spesso una persona “dura” o “pericolosa”: il “lupo di mare” (che sa quello che fa, ha esperienza) il “lupo travestito da agnello” (magari un prete pederasta, c’è da stare attenti sotto le apparenze pie e innocue), “perde il pelo ma non il vizio” (non ce la fa proprio a contenersi, è focoso e peccaminosamente insistente a suo rischio), e via discorrendo.

Il lupo “mannaro” forse è “figlio” del mann germanico (uomo) quindi lupo-umanoide, ma più verosimilmente discende dal latino lupus humanarius-lupumanarius, trasposizione della forma greca, che dal suo canto non lascia dubbi, licantropo, “lupo antropomorfo” (anthropòs è uomo, come sanno tutti e specie chi studia l’antropologia). Un’altra idea propone mannaro come derivato di “mania”, che in latino prima indicava lo spettro dei trapassati, i Mani, e quindi genericamente gli spettri (dei morti) che, come tali, terrorizzano, in tal caso darebbe maniarus. Le statuette votive di cera che si appendevano agli altari, sulla scorta di quelle casalinghe dei penati e dei lari, erano chiamate, pare, manie. Esse venivano usate anche nei sortilegi e divennero spauracchio per i ragazzini, sorte toccata anche al lupo. La mania, anche “pazzia”, “furore”, secondo alcuni, prese anche la forma di miniatus, e da ciò s’è azzardatamente ventilato che mannaro potesse riferirsi a “uomo mascherato”, da miniatus nel senso di “tinto di minio”, quindi rosso.

La forma inglese werewolf è un composto di facile analisi, per wolf non ci sono problemi, mentre wer-e sta per “uomo” dalla stessa radice di “virile” (da cui anche il mio nome romano: Virio). La forma è presente anche in nord Europa.

Qualcuno vorrebbe che pure il luppolo, la più nobile delle spezie da birra, venga da un diminutivo di “lupo”, da momento che essendo un rampicante parassitario “soffoca” gli arboscelli sui quali cresce. La versione italiana viene dal latino, ma in effetti parrebbe imparentata anche con l’inglese hopp di sconosciute origini e con ampi riscontri in altre lingue nordiche. Di nuovo il lupo sarebbe simbolo di una morte violenta e inappellabile.

Colgo l’occasione per tornare a toccare un tema e me caro. Parlando di balene e in particolare dei capodogli abbiamo accennato come la caccia selettiva degli esemplari di maggiore stazza abbia provocato l’estinzione di quelli che arrivavano a pesare fino a quasi il triplo degli attuali. L’avidità è senz’altro pericolosa e dannosa, per ambiente e creature, persino fonte di sciagure e disastri, disumanità. Ma gli uomini che predavano i mari, lo facevano per sopravvivere, inseguendo un’utilità, per quando in modo esasperato e per noi oggi, insensato. Il lupo, durante il Medioevo, fu oggetto di un meticoloso e generalizzato sterminio basato solo su simbologie e assunzioni religiose, prive di qualsivoglia riscontro pratico e senso, razionalità. Se è vero che l’opportunismo, se vogliamo il materialismo, o anche il pragmatismo, la ricerca e il calcolo del mero beneficio, possono portare a scelte che saranno rimpiante e sono comunque dolorose o errate (eccessivamente egoiste), la religione fa esattamente lo stesso (se non peggio) fronte, per di più, ad una totale mancanza di bene pratico. Potremmo moltiplicare esempi, dalla guerra al mancinismo, al maltrattamento dei convertiti giudei e musulmani spagnoli, casi che sono apparsi durante questi brevi articoli etimologici e che sono stati fonte di tante sofferenze.

(Visited 473 times, 1 visits today)