Animalismo.

Man mano che la nostra comprensione del mondo si perfeziona e “completa”, le nostre posizioni dovrebbero cambiare in modo conseguente.

Che molte delle scelte considerate “morali” o “etiche” siano condizionate da una specifica rappresentazione del mondo è innegabile e autoevidente. Parimenti è innegabile che una visione “tradizionale”, o religiosa, (dell’universo e della vita) e quella scientifica sono per forza di cose avverse e incompatibili.

Stemperare l’incompatibilità non fa bene; il famoso “volemosebbè” è fallimentare. Se incompatibilità non ci fosse, la scienza semplicemente non sarebbe mai stata osteggiata dalle religioni. Questo implica che non è tollerabile, come si fa, di ostacolare, prima, la ricerca in certi ambiti e la diffusione di certi studi e teorie, e una volta che essi si impongono affermare che “non cambiano nulla e incidono su altro che il sacro”. Continuare a fare come se nulla fosse!

Semplicemente non è vero! La scienza ha dato ripetute e sonore mazzate alla tradizionale rappresentazione del mondo e si deve scegliere da che parte stare: se, pigramente, con chi sogna e sbaglia, o con chi descrive l’effettivo stato delle cose e lotta per la libertà dell’uomo.

Il mondo non ha solo seimila anni, l’essere umano non è un mammifero così diverso dagli altri, le sfere celesti non accolgono le anime dei morti, il dna è una realtà, l’evoluzione anche, idem la meccanica quantistica e tutto il resto.

Dal momento che oggi sappiamo che tutte le specie animali sono “cugine” ed hanno un antenato comune, ciò dovrebbe farci riflettere e probabilmente mutare alcuni costumi e intendimenti.

Infatti, una cosa è credere che le bestie “non abbiano un’anima”, che sia essa anima la cosa fondamentale all’universo, che quindi, se pure possono provare una forma di dolore, non possono però avere sentimenti, che sono state create per essere a disposizione dell’uomo e usate e mangiate, etc. e altro è sapere che sono nostri cugini lontanissimi che hanno semplicemente preso un percorso evolutivo differente.

Un animale, a seconda dello sviluppo del sistema nervoso (è questo che conta) raggiunge una maggiore capacità di soffrire. L’essere umano è l’animale che va più tutelato proprio perché ha una straordinaria capacità di soffrire, ma dopo di esso anche tutte le altre specie andrebbero salvate dalla sofferenza. Perché no?

Non si tratta solo dei così detti “diritti” degli animali, né di quei discorsi tecnici un po’ pietosi ed umilianti dei giuristi (i biologi nel frattempo parlano di acido desossiribonucleico, prioni etc.) secondo cui “di diritti in senso stretto non si potrebbe parlare in quanto il soggetto titolare del diritto medesimo non avrebbe coscienza di esso e capacità di esigerne il rispetto” etc. Roba inutile!

Si tratta del ben più ambizioso progetto di eliminare la sofferenza dall’universo conosciuto. Un progetto ambizioso, certo, ma non ne esistono altri di eguale importanza.

Allo stato attuale sarà difficile riuscire a incidere in generale sul meccanismo predatore-preda, ma potremmo iniziare per lo meno a limitare l’uso degli animali da parte della specie umana e creare movimenti di opinione e una educazione che puntino a limitare i consumi di carne animale.

Ancor meglio sarebbe spingere sulla creazione alternativa di cibo, che non implichi la soppressione fisica del capo, ma che sia analoga a “coltivazioni” quali già esistono di pelle per trapianti. Carne coltivata ad uso alimentare senza insorgere di un sistema centrale e una creatura completa.

Tutti gli uomini devono essere protetti e salvati dal dolore, e così pure è barbaro e inumano che creature intelligenti quali cani, delfini, etc. debbano essere usati a costo della loro vita e debbano patire sofferenze fisiche.

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