Anime di Bicchiere

Anche gli oggetti hanno un’anima, anzi, più precisamente, gli oggetti, e specie certi, sono proprio anime.

Io lo so per certo, e non volevo affatto essere poetico e suggerire che ogni cosa si rafforza della sua storia acquisendo una sorta di spirito suo, non mi riferisco alla patina d’antico, né parlo dell’affetto con cui il proprietario lo imbeve, ma voglio proprio affermare la verità per cui le anime, una volta che il corpo muore, e che, come si sa, sono slegate e libere da esso, persistono per davvero come si immagina che sia, e finiscono molto spesso per abitare gli oggetti che ci circondano.

L’intelletto, la memoria, e tutta l’individualità rimangono accesi, e ciascuno dovrà nella nuova forma dell’esistenza assumersi le conseguenze di ciò che è stato in questo mondo.

A ciascuno è dato in base a ciò che credeva, chi credeva in Dio, vedrà il suo Dio, ognuno quello determinato, Odino, Cristo, Mitra, Giove, chi era terrorizzato da Satana, ma ciononostante agiva per il peggio, incontrerà proprio lui, il quale, su delega degli altri Dei, si occupa anche delle anime degli scettici, degli agnostici, degli atei e dei materialisti.

Chi non crede in nulla, gli si dà ragione, ed è trasformato in un oggetto; continua a stare nel mondo unico in cui aveva fede, non avendone in nessun altro.
La maggior parte degli atei, degli agnostici, degli scettici, e compagnia bella, finisce per essere bicchieri.

Ed ecco perché nella storia c’è stato questo gran incremento di produzione di oggetti proprio congiuntamente alla diffusione di idee materialiste; si tratta di due quantità strettamente relazionate. E specie ciò funziona coi bicchieri. Che infatti oggi sono numerosissimi.

Più atei ci sono, più ne muoiono, più oggetti saranno necessari per intrappolarvi l’anima. La produzione industriale, non è una conseguenza di nessun altro sviluppo che dell’incremento di morti atee.

Non si diviene solo bicchieri, sia chiaro, ma a seconda della propria personalità Satana può identificare un divano, un lenzuolo, un’automobile, persino un intero set di biancheria, per certi complessi schizofrenici, ma il bicchiere è un classico, da birra o vino, alto, o tarchiato, modesto da trattoria, o più elegante, a calice, è la suppellettile più insistita, dato che si sa che il materialista è incline al vizio, alla crapula, al bere, inoltre è trasparente e fatuo, privo di nervi e fede, duro di comprendonio, ma fragile come cristallo, e del pari riflette solo con pallore, attraversato senza effetto dalla luce divina. Ben gli sta! 

I più importanti dei filosofi materialisti possono avere l’agio di incarnarsi in intere botti di distillato, e invecchiano in oscure cantine rimuginando per decenni e decenni; sono in barilotti di Calvados, in genere distillati di mele o pere, affinché ricordino quanto a pera fossero i loro ragionamenti. Una volta che la botte è rotta e dismessa, passano a un’altra, non c’è scampo. Hanno il privilegio e al contempo la punizione, di annusare di continuo il buon aroma del liquore, senza poterlo bere, non avendo più bocca.

La sorte degli altri è meno misera, dei bicchieri, dico, perché la maggior parte delle volte essi sono vuoti, e pendono da una rastrelliera, o riposano su un placido scaffale. Per loro il ricordo delle baldorie, le feste, le libagioni, diviene insopportabile solo quando sono impiegati per la mescita e si riempiono di schiuma e dorato nettare, intensi succhi di pampino fermentati, invecchiati malti, sidri, rosoli e compagnia bella.

Da dovunque essi siano sistemati, cantine profonde, o enoteche, modeste case, ville o pub, ogni bicchiere col suo tintinnare occasionale, e il mugugno cristallino della sua corta e minuta voce di onde, vorrebbe avvertire il bevitore della sorte che lo attende: “smetti di bere e far baldoria, cambia idee sulla vita, pensa all’avvenire, sii pio, che sarai intrappolato anche tu come me qui, meschino, nel vetro, senza poter più uscire”. Niente! Nessun effetto. Le risa degli stolti travolgono tutto e tutti nella loro inveterata e superficiale distrazione.  

Se, dopo aver abusato copiosamente del bere, però, riempite dei calici di acqua per la metà e bagnate il bordo superiore, quando vi passerete il dito inumidito, il bicchiere vi parlerà, con lunge “u” spettrali di Theremin, o la sua lagna sonora di disco 33 girato a mano, e lo potrete ascoltare, ma dovete essere davvero sbronzi per capirlo: “eccomi-qui-che-mi-lamento-pel’la-mia-vita-scellerata…”

Fanno di tutto per suicidarsi i poveri, ed ecco perché se ne rompono così tanti, si sforzano fino a una strana emicrania senza encefalo e sudore, vibrano, vibrano, vibrano, fino a spezzarsi di colpo; specie in presenza di un soprano, colgon’ l’occasione per scuotersi e creparsi, e quando possono, non visti, si spostano appena per essere urtati da un gomito e cadere; ma non c’è verso, rottosene uno, si passa direttamente a un altro vuoto e imballato, pronto per essere spedito al grande magazzino.

Ricordate lettori, non comparate mai semplici bicchieri, ma interi set di anime prave ed arroganti. E non bevete veramente da vetro, ma metaforicamente, ogni volta, da un teschio, il teschio di un ateo, e invero in mano reggete, sorso dopo sorso, un ectoplasma, un fantasma.

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