Armarsi e non partire (il mio primo film)

Nei film americani d’azione a un certo punto c’è sempre la scena in cui il protagonista si arma. La celebrazione dell’arma da fuoco.

Allora arriva a casa sua, o entra in un’armeria, o carica un software come in Matrix, e inizia la selezione di una trentina di pistole e fucili, mitragliatori, lanciarazzi, granate, e via discorrendo.

Quando girerò il mio primo film, farò una scena del genere della durata di almeno venticinque minuti, durante i quali caricatori si innestano, meccanismi scattano, mirini puntano, coltelli si infilano con improbabili rumori metallici in foderi di kevlar o cuoio, e così via ancora più caricatori, lame, pistole in fondina e cintura, scatti, grilletti, granate appese, occhiali, segni di guerra, mirini laser, mitra, uzi, fucili a pompa, cartucce, mirini, ancora caricatori, munizioni di riserva, percussori che scattano, sguardi cattivi, smonta che ti rimonta, cerniere che si chiudono, velcri che si aprono per fare rumore e si richiudono, nastri e di nuovo caricatori che si innestano con lo scatto, granate e lanciarazzi, cerniere, kevlar… e lì finisce il tutto.

Devo fare una cosa del genere a simbolo di una società piena ormai solo di gran cazzari, che non fa una beneamata minchia, ma sta sempre a far finta di saper fare. Non parte mai per la guerra, ma compra e si acchitta con armi varie.

Ormai non è più richiesto fare un’attività, di roba ce ne sta pure troppa, fa quasi tutta schifo e chi ci si mette a rovistare per trovare qualcosa di buono, se la roba buona si sa già dove trovarla!? Ci sta Beethoven, si suona quello, chi si mette a rifare un pezzo di Mr nessuno, jezzino hipster con la puzza sotto al naso e tutto l’armamentario da pavone per la guerra che non si combatterà?

Ma lui deve stare lì e tirare a campare, infinocchiare qualche imbecille, penetrare qualche fica, o culo, e insomma… sbarcare il lunario.

I soliti noti: poeti e scrittori che non scrivono, pittori che non dipingono e non sanno dipingere, musicisti che non suonano, e meno ancora compongono, sono tutti profondissimi, col pullover a collo alto, e lo sguardo irritato da frignoni figli di papà imbecilli che sono, ma pure avvocati che non sanno l’italiano, banchieri che non prestano danaro… insomma, nessuno fa più un cazzo di quello che deve fare, ma tutti spendono tutto il tempo a far credere di avere tantissimo da fare e a proiettare un’immagine di loro competente e affidabile, con una nota intimidatoria, che però non ha nulla a che vedere con la realtà.
Questa attività è quella che assorbe il 90% del tempo di ciascuno, la vogliamo chiamare marketing? Sparare cazzate!? Ecco! È meglio, vendere fumo, coglionare il prossimo.

Questa è una società, ma tutta, tutto l’occidente, con brillanti eccezioni (diciamolo: parte della tecnologia. La tecnologia senza la magrezza di quel pezzo di merda di Jobs), che si basa solo sul coglionare gli altri.

Allora adesso è così manifesto -e tanto pare che funziona pure se si dice…- che proprio te lo spiattellano lì, a palle di fuori, a brutto muso! A cazzo duro! Così! Sfrontati!

Vuoi fare lo scrittore? Mica ti dicono: senti… Leggi, leggi, leggi ancora, pensa, rifletti, osserva con attenzione, seleziona, esercitati, cura bene la lingua, non trascurare la grammatica, cerca di migliorare sempre, è come la ginnastica, devi provare e riprovare…

No! Ti fanno una lista di merda di dieci libri che dovresti leggere, e che praticamente non ti fanno essere o migliorare come scrittore, ma servono solo a farti vendere il tuo prodotto a qualche perfetto imbecille che non si sa perché si ritrova a fare l’editore nella vita, o lo hanno messo ad insegnare merdina stantia all’università finta, perché l’università vera manda i missili sui pianeti, non parla del Rinascimento.

Nella lista non trovi certo Moby Dick, o Viaggio al Termine della Notte, Il Maestro e Margherita, Il Paradiso Perduto, Il Buio oltre la Siepe… No! Ma che!

Trovi tipo: “L’arte di vendere” di un tale che lavorava in un concessionario di auto, ma ha fatto i soldi con un libro di auto-aiuto.
“Il mio lavoro da 4 ore a settimana” perché giustamente scrivere, se togli leggere, ricercare, esercitarti, buttare, riscrivere, studiare, bestemmiare, sapere la lingua che balbetti, è una cosa che puoi tranquillamente fare mentre ti sposti in traghetto tra le tue isolette preferite e guardi languido il fumo azzurro del tuo buon tabacco con un calice di vino in mano… per rimorchiare qualche zoccola ritardata in viaggio.
“Strategie vincenti”… di una guerra che non sarà mai combattuta: v. sopra.
“Lo zen e l’arte della manutenzione della minchia” questo non manca mai, insegna sempre tanto e dà l’idea di un libro che ti parla come il maestro Miaghi, e ti fa mettere e togliere cere, o addirittura con le frasi a iperbato di Yoda. “Non c’è provare: coglionare o non coglionare!”

Che tristezza!

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