Aspirazioni e Conclusione. F.P.F.

Forse qualche anno fa ero all’apice della potenza, mi sentivo al massimo, per forza ed esperienza coniugate: perdere passioni puerili e capacità d’essere deluso, ma senza cali di vigore. Ancora non noto flessioni, ma una differenza sì.

Qualche anno fa ero convinto che infanzia e vecchiezza fossero due lunghe noiose convalescenze della vita, e di dover sfruttare il momento del vigore prima che se ne andasse, l’unica epoca valida. Ora non ne sono più persuaso.

Forse sono stanco e mi sono arreso a un’epoca che va contro la biologia, che ha fatto della giovinezza l’età sacrificabile. Fatto sta che credo che lo stadio di malattia della vita sia quella attuale, con tutto questo trambusto interiore e tanta rabbia, voglia di lottare e impormi, reagire. Si va spegnendo, voglio solo svalicare il picco, arrivare alla discesa.

Quando tutto questo casino sarà passato, una pensioncina la daranno pure a me, un qualcosa di modesto, tanto per non farsi rompere i coglioni col problema di che fare con quelli nati nei miei anni. Me la regaleranno, lanceranno come un osso al cane e io me la accatterò da bravo! Solo questo desidero ormai.

E me ne andrò! Non vedo l’ora! Finalmente sarò vivo, da pensionato. Andrò su un’isola greca, o a Malta, o Cipro, oppure no, in una minuscola casetta in campagna in un villaggio bretone, o provenzale, un posto di poche anime, o forse in Irlanda.

Coltiverò l’orto, mi distillerò da solo le vinacce, farò io la birra, la catasta di legna o di torba, le pulizie di un localino carino a misura di mite vecchietto. Mi vestirò bene, mi farò benvolere da tutti, lo so fare, piano piano, senza fretta, buone relazioni di vicinato, sempre cortese, disponibile, agghindato da signorotto di campagna, anche povero.

Non mi servirà neppure la corrente elettrica, inizierò a leggere libri, tutti i romanzi che troverò, parlerò solo di Bulgakov, Calvino, Stevenson, Poe, Dante, Voltaire, Mishima, passeggerò col bastone e giocherò a scacchi, per fare amicizia al pub del villaggio, senza agitarmi mai.

La smetterò con tutto il resto, mi allontanerò da qui, da questa puzzolente fogna a cielo aperto di paese, farò perdere le mie tracce e rimarrò buono e tranquillo, vicino a gente che non immaginerà nulla di me. Farò come se fossi un nazista occultato in Argentina.

Eppure non ingannerò nessuno, è solo che mi adatterò alla brava gente! Li sceglierò con cura, ma non li prenderò in girò. Smetterò di dire parolacce, smetterò di inveire, di arrabbiarmi, smetterò di bestemmiare e voler accoppare la gente.

Lascerò indietro tutta la monnezza, tutto il pattume umano che mi circonda, i preti culattoni di Roma e quei froci delle guardie vaticane, le città ammuffite e ipocrite, zeppe di esosi, tirchi, profittatori, leccaculi, sfruttatori, merde bugiarde e arriviste, ciarpame politico e cortigiano, arroganti, prepotenti.

Mi sceglierò un piccolo posto, con solo problemi banali, pieni di gente buona e sorridente, educata, gentile e rispettosa. Non vedo l’ora di invecchiare! Non avrà più senso mostrare ostilità, tatuarsi, farsi piercing, allenarsi per picchiare, urlare, imprecare, discutere. Non ci sarà più nessuno a cui vorresti troncare la frase in bocca con una testata sul setto nasale.

E nessuno dovrà venire mai dal mio passato, a ricordarmi come sono stato, le cose brutte che ho dovuto vedere, e spesso anche fare, per poter andare avanti, per non rompermi come un vaso di coccio. Controvoglia! Controvoglia le ho fatte, bastardi!

Quando avrò svalicato la vita, non permetterò a nessun fantasma di scovarmi, tradirmi! A nessuno farò sapere nulla, e io mentirò, per adattarmi agli altri, mentirò per generosità, non turbare il loro mondo, non cambiarlo mai, anzi, lavorerò per preservarlo se sarà necessario!

Fingerò così a lungo e così bene che dimenticherò tutto: di essere stato diverso, e finalmente pure di aver iniziato a mentire e a fingere; fino a che, porcoddio! crederò, crederò, o mi convincerò di credere anche io, in un mondo buono e gentile, popolato di gente buona e disponibile, ingenua, lieve, sincera, il cui maggior fastidio potrebbe essere un vicino che non pota le rose, e la maggior preoccupazione uno che alza un po’ troppo il gomito al bar il fine settimana e potrebbe farsi male, incespicando di ritorno a casa.

E sapete una cosa? Mi voglio innamorare un’ultima volta, ma senza dire niente, senza nessun fine, da anziano, senza il fastidio e la bruta concupiscenza dell’essere arrapato, senza volere assolutamente nulla di nulla a cambio del sentimento, se non osservare senza essere notato, insospettabile. Voglio trovare un calore così forte che rifonda e elimini le crepe del cristallo infranto d’una vita di merda.

Voglio trovare una bella ragazza come quelle di gioventù, che poi son tutte cambiate in peggio, hanno tutte fatto scelte meschine e da stronze. Non dovrà essere neppure necessariamente bella secondo i porci, cafonissimi, canoni attuali.

Sarà alta, magari con le treccine bionde, in grembiule, ma è fondamentale solo un bel sorriso. Così ingenua a buona da preoccuparsi dei biscotti nel forno e di non bruciarli mai. Così candida che quando te li offra dalla finestra, creda davvero di poterti tentare e che tu possa ancora ingolosirti a settanta anni, come se tu non fossi trafitto da schegge ovunque e ferite che ti impediscono di godertela davvero e una bocca dove è transitato tanto di quell’amaro che non si sente più i sapori.

E mi voglio interessare dei discorsi dei bambini, conquistarmi la fiducia dei genitori e portarli a pescare. Voglio essere un settantenne felice, che nessuno penserebbe possa aver mai avuto una vita vera e attiva, e meno che mai esagerata, lurida, brutale, e zozza come la pece.

Voglio guardare quella ragazza da lontano e fare di tutto perché non debba cambiare mai, e si trovi un bravo tipo, e che sia felice, senza dover sapere mai che merda di gente c’è in giro, senza essere indotta a sacrificarsi per la gioia frivola di cialtroni e escrementi opportunisti.

E dopo tutto questo la calma: negli ultimi anni smettere, finalmente, di pensare al collo che si strattona e fa crack, il cranio che si fracassa, l’acqua che intorbidisce e oscura poco a poco e per sempre gli ultimi raggi di sole, lo spavento ultimo di vene che fanno a terra un lago. Invece, spegnermi con tutta calma, raffreddarmi lentamente e senza accorgermene come le braci di un camino la notte.

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