Astri, Divinazione e Mantica, fino ai Magi d’Oriente, un post “natalizio”

Magari non è del tutto appropriato parlarne nel periodo del basso autunno, in cui da bambini, forse col calendario dell’avvento in mano, si immaginava i Re Magi seguire la cometa fausta e appropinquarsi al luogo della nascita di Cristo, ma partiamo comunque dal disastro, perché chissà non tutti hanno fatto caso che tale parola rimonta al latino “astrologico”, ed è composta dalla particella dis-, assai prolifica e in questo caso, come in moltissimi altri, indicante ciò che è “contrario”, “cattivo”, “maligno”, e aster, “astro”; quindi darebbe “mala stella” o “astro maligno”, dove astro, per una sorta di metonimia, invertendosi la “causa” (la stella stessa), con l’effetto (il fallimento), vale “ventura”, “impresa”. Comet_Image1

Ciò che non è “benedetto” da buone stelle non può riuscire, è destinato a fallire.
Le comete tradizionalmente sono state considerate foriere di sventura più che di letizia, ma le profezie di maggiore successo, oltre che le più facili e avidamente concupite dal “grande pubblico”, sono sempre quelle infauste, ovviamente.   
Se ricordiamo, tuttavia, anche il viaggio di Enea, che fuggito da Troia in fiamme fonderà la fortunatissima Urbe di Roma, è, in Virgilio, propiziato dal fausto segno di una stella cadente. Figura affine alla cometa. 

Per inciso, il suono della parola “disastro” potrebbe indurre in errore dato che, già in latino e poi in italiano, esiste il suffisso -astro limitatamente dispregiativo, come accade in “pollastro”, “rossastro”, “dolciastro”, “salmastro”, etc. che però qui non c’entra, si tratta proprio dell’oggetto celeste.           

Il prefisso infausto dis-, invece, è al lavoro in italiano in una caterva di voci con forza ora privativa, ora negativa, ora (appunto) dis-giuntiva e molto altro, non sarebbe possibile elencarle tutte, ma pensiamo magari a: “disdicevole”, “distrarre”, “discorde”, “disonore”, “disdegno”, “disdoro”… 
Non “dispetto” però! Che da de-spicere, indica il guardare dall’alto in basso.   
Altri lemmi possono essere “discontinuo”, “disconnesso”, “distorto”, dove indica interruzione o modificazione, per non pensare anche a quando ha valore rafforzativo, come in “disseccare”, rimontando al latino per “due”, “doppio”, (dis-bis) dal greco dis, e dal vedico e sanscrito bis- (si pensi anche a “bistrattare”, o “biscotto”).

Dal bis di “doppio”, (duis, dvis) quando il numero non è nel senso letterale composto (come in “bicipite”, “bisnonno”, “binocolo”, etc. dove indica proprio il due) si originano sia parole, positive (tra cui, pare, anche “buono”, o relative alla ricchezza) sia quelle negative, e tutte le varie radici parrebbero essere comuni, interconnesse, nel bene e nel male, oppure molto simili. Il numero due, va detto, è sempre stato ambiguo, e persino legato a Satana, che in un certo senso è il secondo, infatti.   Janus-Vatican

Pensando al numero due e a divinità romane viene subito in mente Giano, ma l’origine ultima del suo nome parrebbe legata al concetto di “passaggio” e non di doppio. Riguardo al “dis” sarebbe invece utile, tanto che ci siamo, ricordare la divinità romana Dis Pater, dio delle ricchezze, che dimora e regna nel sottosuolo, come Plutone, che poi lo assimila del tutto, per quanto gli sia differente. Plutone era equivalente all’Ade romano, nella mitologia greca, figura dai tratti infernali, ma solo nel senso che dimorava negli inferi, cioè sottoterra, e non, come oggi diremmo, “demoniaci”, magari sinistra sì, ma non maligna, insomma. Stessa sorte è capitata la “demone”, che in Grecia era solo uno spirito, lo abbiamo visto.   Dis Pater    
Forse ricchezza e sottosuolo sono così vincolati nel mondo classico anche a causa dell’estrazione di minerali e pietre preziose, che da lì provengono. 

Dis o Ditis deriva da dis-ditis aggettivo contratto di dives-divitis cioè ricco. La radice “dis” di ricchezza, e che in italiano è evidente in “dovizia-dovizioso”, rimonta alla importantissima radice sanscrita div di “splendere”.   
Alla parola più comune in italiano per indicare l’agiatezza economica, ricco, invece, va ricondotto, l’inglese rich, ma pure il tedesco reich, sempre dal sanscrito, forse da rag-ami di “brillare”, per quanto in inglese antico rich, faceva rice “forte”, “potente”, “grande”, “di rango” e solo successivamente “ricco”, dal protogermanico *rikijaz (da cui le solite derivazioni scandinave e nordiche), e quindi forse da radice proto indeuropea *reg– di “muoversi diritto” da cui “rex”, ma qui non la finiremmo più! Anche perché dovremmo impelagarci a disquisire su come, non solo oggi in certe mentalità, ma anche e specie anticamente, ciò che è bello, è anche “buono”, “retto”, e “prospero”, “luminoso”, “felice”, etc. e sarebbe assai complicato dire qualcosa di preciso riguardo a che intendere al rispetto, e anche rispetto a coloro che, con ogni legittimità, si sentono di negare che così sia e debba essere. Pluto.Persophone

Tornando a Dis Pater, il suo nome significa dunque “padre delle ricchezze”. Finisce per identificarsi completamente con Pluto, nome accostato all’aggettivo greco ploutos, “ricco” con il quale, però, si ingenera un ulteriore fraintendimento.
Dante li usa entrambi. Chiama Dite, riprendendo la radice, la città che cinge il Basso Inferno e che accoglie i peccatori non più rei per causa di incontinenza (“esagerazione”, diremmo impropriamente, e che agiscono senza riflettere per “incapacità a contenersi”), ma coloro che peccano usando la ragione, i malvagi veri e propri, che usano la malizia.      004r-1024x555   
Ma come dicevamo il Plutone re dell’Averno (abbiamo detto, corrisponde all’Ade romano) è figura diversa da quella del dio delle ricchezze, Pluto, figlio di Demetra e Iasione, nipote del fondatore di Troia Dardano (i Dardanelli, no? “Ex Ellesponto” fatto frustare dall’arrogante Serse, per aver osato…), con il quale però finisce (Pluto) per confondersi pure lui (con Plutone); e probabilmente anche Dante li confonde, tanto che mette una figura assai ambigua di nome “Pluto” all’imboccatura del cerchio quarto, che ospita avari e prodighi, quindi chi ha una pessima relazione personale con i beni materiali. “Pape Satan, Pape Satan Aleppe”, dice il mostro. 800px-Inferno_Canto_7_lines_8-9

Infero, ma non maligno! Dio dell’età dell’oro e padre di Giove, Nettuno e appunto anche di Plutone, è Saturno, di cui i figli si spartiscono i tre regni celeste, marino e terreste; di lui parlammo riguardo al Lazio e a Latino, dove si “nasconde” (latita) come Dio Agricolo “esiliato”.         
E sotto i giorni del solstizio d’inverno, può essere interessante ricordare i saturnali, feste romane del 17-23 dicembre e precedenti la celebrazione del Sol Invictus, che “risorge dalle tenebre”, e a cui poi il Natale si è sovrapposto; come è stato per, praticamente, ogni altra festa e come vale anche per, se non tutti, comunque moltissimi Santi e Madonne, al posto di figure e divinità pagane anteriori, concepiti affinché l’allora nuovo culto fosse surrettiziamente inoculato e accettato dalla devozione popolare, il vecchio dimenticato evitando eccessivi traumi e rifiuti, e così sostituendo, ma al contempo forse anche assorbendo e conservando l’antico. (Questa è l’interpretazione storica sintetica, per così dire, “oculata” e “prudente”, l’alternativa più battagliera e polemica dovrebbe dire che la civiltà cristiana si basa su una serie di crasse castronerie ed esercita la menzogna come metodo.)    download 

Già da allora, Roma antichissima, infatti, era uso la strenna, regalo di buon augurio, forse voce sabina, molto suggestiva, giunta fino a noi, e relativa alla salute; Strenia era divinità sabina, infatti, dal cui bosco sacro si prelevavano i ramoscelli augurali che ci si scambiava e che forse erano di abete, albero sempreverde, usato anche da noi a Natale, assieme (e oggi non solo) ad un altro vegetale particolare, il vischio, che cresce sulle querce (ma pure su pini e abeti), come emiparassita pure esso sempreverde. Il suo nome rimonta a ciò che è molle e appiccicaticcio, alla colla, dal greco ixos, per fixos (come anche vale per: “viscere”, “viscoso”, etc.)   Viscum_album_-_Köhler–s_Medizinal-Pflanzen-281   
Forse è superfluo segnalare il bel filo che lega “il sole” che non può essere vinto e che proprio quando pare perdere vigore e cedere all’oscurità invernale, si rinnova, la generazione di Dei, non solo Cristo, ma anche Mitra, e migliaia di altri dei “nascono” leggendariamente proprio sotto Natale, “l’albero (o il vegetale) sempreverde”, la celebrazione della generosità con lo scambio di regali, con tutto ciò che di positivo alberga nella nostra complessa struttura psicofisica, e che diviene parte della celebrazione festiva.      
Il Sole-Dio risorge, riprende il controllo della Natura e ricomincia il ciclo vitale.        
A proposito della diffusione del simbolismo del ciclo di rinnovamento che culmina nei giorni più bui dell’anno, avevamo già parlato riguardo al Lupo, e alla storia di Cappuccetto Rosso, che parrebbe essere anche essa una parodia dello stesso ciclo di luce e tenebra.     

Però ora torniamo all’astro, fa sempre piacere parlare di fiabe, ma forse stiamo divagando troppo!       
Astro, da cui ovviamente e semplicissimamente “astrologo”, “astronomo”, e che ha la stessa radice di “stella”, anche se le parole paiono così differenti, viene dal latino a-strum e dal greco a-ster, a-tron, che rimonta al sanscrito vedico staras. Diviene evidente che star, in inglese gli è comune, anticamente steorra protogermanico *sterron, *sternon (da cui tutte le lingue nordiche e oggi in tedesco stern, in norvegese antico stjarna, svedese stjerna, etc.) parrebbe derivare dal proto indeuropeo *ster- da cui sanscrito star-, l’ittita shittar, greco aster, astron, etc., ma l’origine ultima del tutto è incerta.   LE STELLE
Alcuni la riconducono al “disseminare” (ecco un altro composto di dis-), “cospargere”, pensando al cielo notturno, trapunto di stelle sparse, mentre altri, includendo la “a” riportano il tutto ad una radice “as” di “gettare”, “lanciare”, da cui anche “alea” e da cui anche il senso di “dardeggiare” del sanscrito astre, “arciere”, o “sagittario”. D’altra parte anche il sole in Dante “dardeggia”, coi suoi raggi…  
Da tutte parti saettava il giorno       
lo sol, ch’avea con le saette conte    
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno…       
Ricordate?

L’alea, rimasta in italiano specie in “aleatorio”, ma pure nella celeberrima frase latina di Cesare “alea iacta est”, che siamo soliti tradurre, assai propriamente, con “il dado è tratto”, ma in spagnolo, per esempio, diventa un più generico, ma pure corretto: “la suerte está echada”, si riconduce al concetto di “rischio”, di “fortuna”, appunto, ma per via traversa, rimontando a quello di “lanciare”, “gettare”, proprio a causa dell’oggetto che si getta, dal sanscrito phasakas, pra-asakas, “dado”, appunto, e gioco di fortuna. Joostens_-_De_Alea,_1642_-_4630507.tif

L’astrologo non è propriamente un mago! O non nel senso che gli diamo noi oggi, ma curiosamente i re Magi erano astrologi, e Dante li mette tutti insieme all’inferno, maghi, indovini, astrologi… mentre piazza gli alchimisti in tutt’altro luogo.
Per inciso la stella cometa dei tre re orientali che si recano in visita a Gesù Bambino, è assai semplicemente una stella “chiomata”, non vale la pena dilungarsi.
Del mago abbiamo già parlato, assieme a Elfi, Folletti, Troll, Fate, etc. da “magnus”, “grande”, etc. non ripetiamo!       
L’astrologo legge gli astri e scruta in essi il futuro, dato che i loro movimenti influenzerebbero, in modo mai chiarito e assai inverosimile, il comportamento umano, o le predisposizioni di ciascuno, ma propriamente il sedicente savio non realizza neppure auspici, o auguri, che furono propriamente attività sacerdotali della religione romana non legate alle stelle.    Piacenza_Bronzeleber     
Il primo rimonta, infatti, al guardare gli uccelli, da avis-spicio, e non gli astri, dato che anche qui il loro volo sarebbe indice di buona o cattiva sorte (ma non perché esso influenzi qualcosa, sono solo un segno); mentre il secondo dal latino augur e auger, secondo risalenti etimologisti latini sarebbe composto da av-is e quindi au-is, appunto “uccello” (“v” e “u” non si differenziavano in latino) e gero, “fare”, ma parrebbe semmai composto con gus, “scegliere”, “gus-tare”.  
Se a qualcuno fosse venuto in mente Au-gus-to, meglio chiarire che non c’entra, diciamo solo che viene da augere, aumentare.     
Oggi, stranamente, i baschi si salutano con “agur”, forse è comune, ma non credo, l’idioma basco pare veramente indipendente dal nostro comune ambito linguistico.

I romani però avevano, oltre e inoltre alle suddette, una assai famosa e caratteristica forma di divinazione, che deve essere menzionata e che consisteva nello scrutare le viscere degli animali sacrificati, lavoro proprio dell’aruspice composto da har-u o hir-a, di probabile origine etrusca e che vale “intestini” (da cui “ernia”), come il greco chor-de (da cui “corda”) e ancora spicio-specio, “guardare”. 

Tornando alle fredde stelle, l’astrologo si dedica all’oroscopia, cioè a guardare (skopèo, in greco) l’ora, il giorno, il tempo in modo da rintracciare i fili del destino, o il pre-destino, o del fato di ciascuno. La vulgata descrive il Fato nel paganesimo classico come una forza superiore agli Dei stessi, ma forse sarebbe più corretto intenderlo come ciò che Zeus (o Giove) ha deciso non possa essere modificato.   Guido_Bonatti

Fato, inglese fate dal secolo XIV, antico francese fatefata da fatum è legato proprio al “parlare” attraverso il fari dalla radice proto indeuropea *bha-.
Spesso ha accezione direttamente negativa, anche perché la vita finisce necessariamente male, e lo stesso succede con destino, dal latino destinatio “fine” “scopo”, da de- e –stinare relativo al “rimanere”, “stare” dal proto indeuropeo *ste-no-, e *sta-.

E la stessa cosa valga per l’inglese doom, parrebbe avere la stessa radice di “condanna”, “danno”, e “dannazione”, anticamente dom dal proto germanico *domaz e forse dalla radice proto indeuropea *dhe– “piazzare”, “porre”, “mettere”, “fare”. Un vecchio libro di leggi inglesi era il “domboc-dombec”. Il senso moderno di “fato”, “rovina e distruzione” in inglese è del 1600, per via del mito cristiano del giorno del giudizio.

L’astrologia è solo una delle mille forme di divinazione. E la divinazione era praticata in passato, da molte culture, e resiste anche oggi, anche se è ampiamente smentita dalla scienza.         
In breve, consiste nel realizzare pratiche (rituali, per esempio, o usare tecniche) che rendano accessibili conoscenze soprannaturali, oppure ermetiche, precluse a tutti, o meglio al “comune mortale”, o più propriamente ancora al non iniziato ad un certo percorso di conoscenza esoterico. Chi si dedica alla divinazione, in buona sostanza, trascende ciò che è apprensibile coi soli sensi, quindi dalla scienza, e attinge direttamente, e a vario modo, alla conoscenza divina.

Esoterico, il cui contrario è essoterico, è parola greca che vale “interno”, “interiore”, indicando qualcosa che è comprensibile solo a chi faccia parte di un gruppo, sia iniziato, sia entrato, quindi, laddove quel tipo di conoscenza è portato avanti e tramandato. Eso, o iso, vale “dentro”, exo vale “fuori”. Le tradizioni (dal latino tradere: tramandare) sono appunto tramandate da tra iniziati, come indica anche la parola cabala, dall’arabo-ebraico qabalah, che proprio questo significa: tradizione; e poi è passata attraverso il Medioevo ad indicare la divinazione attraverso i numeri.      lucarelli_animamondo_04
Certo visto da fuori il discorso può apparire ermetico!
Ermetico, che oggi evoca qualcosa di “incomprensibile”, o persino “sigillato”, si riferisce a una persona determinata, il famoso alchimista Ermete Trismegisto (il tre volte maestro), che pare avesse trovato l’elisir di lunga vita, la pietra filosofale, la quintessenza, o chissà che altra fantasiosa diavoleria.    
Diavoleria da intendersi quasi in senso etimologico, se notiamo che diavolo, da dia-ballo in greco, varrebbe “getto attraverso” (presente pure in “balestra”) e starebbe per “calunniatore”, essendo il suo principale attributo la menzogna (padre di menzogna…), esattamente il tipo di pratica che riunisce tutte le magie, alchimie, profezie, divinazioni.  download (1)       
Aggiungiamo per curiosità che come il suono suggerisce, elisir è parola probabilmente araba o greco-araba, alchemica, forse da el-iksir, forse dal greco xeron (“cosa secca”, come le piante da infusione) o piuttosto dal sanscrito iksura, nome di varie piante.

Non è questo il luogo per dilungarsi, la questione è culturalmente di enorme fascino e importanza, per quanto, come molta della antropologia culturale, non utile ad altro che a conoscere meglio il bizzarro mammifero autocosciente del pianeta Terra attraverso le sue deliranti vicende. Storicamente le pratiche divinatorie sono state anche al centro di lunghissime e stancanti (oltre che perniciose) discussioni e diatribe; nel corso dei secoli, alcune sono state permesse, altre ritenute empie e vietate, anche violentemente.images (1)

Divinare (e “indovino”, “divinazione”, etc.) si origina ovviamente dal lemma Dio, proprio perché si tratta di “scrutare” i suoi piani più segreti, non accessibili secondo fisica naturale, magari con l’obbiettivo, superbamente stolto, di riuscire addirittura a modificarli; situazione e idea, questa, che oltre a generare un meraviglioso verso dantesco (…chi è più scellerato di colui, ch’ al giudicio divin passion comporta?), e varie pratiche eretiche e conseguenti roghi, ha anche contribuito a creare, “di sponda”, opere d’ingegno meravigliose, assieme a tutte quelle che in fin dei conti trattano dell’inevitabilità del fato e della predestinazione, illusione (chissà) che unisce Edipo e le tragedie greche, alla figura della Sibilla, a Macbeth e quelle di Shakespeare, e una serie pressoché infinita di materiale e testi. …Oltre che differenti impostazioni di pensiero, se riconduciamo, almeno in parte, la differente mentalità e dottrina protestante rispetto alla visione cattolica, a un diverso approccio proprio al concetto di libero arbitrio e predestinazione. maxresdefault

La mantica (antiquato: mantia) è appunto sinonimo di divinazione, da mantis, indovino, mantèia in greco è l’attività di divinare, che poi si combina con una sconfinata lista di lemmi che differenziano le varie pratiche; sarebbe difficile vederli tutti, e come per le fobie, oggi, ci sono liste accessibilissime, che risparmiano anni di libresche ed erudite ricerche, quindi non vale la pena far altro che rimandare ad esse.       
L’insetto famoso, la mantide, ricorda appunto il mantis, (come in inglese “praying mantis”) cioè l’indovino in atteggiamento caratteristico di preghiera.
Mantis, dal greco mainesthai “essere ispirato” che si riallaccia a menos “passione” e “spirito”, che vedemmo anche in “manie e divinità casalinghe dei morti”.
Ricordiamo solo le più comuni pratiche che si avvalgono della radice: la “geomanzia” (di cui parla anche Dante), composto con Gea, la Terra, la “cartomanzia”, che è lo studio delle carte e in specie dei tarocchi, la “chiromanzia”, keir-kiros è mano in greco, la “negromanzia”, che si prefigge l’orrido scopo di evocare i morti, per interrogarne l’onniscienza, la praticava, l’orrida maga Erichto, per esempio. erichtho-brit-museum1   
Altra maga importante la Sibilla (da cui sibillino, per via dei suoi responsi ambigui) dal latino Sibylla, e dal greco, fu nome di varie profetesse, le più famose la Cumana e la Delfica, ma ce ne sono altre orientali (Libica, Persica, etc.), per non menzionare quella che vive nella profonda grotta del Monte Sibilla (appunto) sull’Appennino… (leggenda vuole) è forma attica o dorica: theo-boule, vale “volontà” o “consiglio” di Zeus, o Giove, o Dio.  download (2)    
In Dante è immaginata (tra altro) leggere su foglie che poi vengono sperse dal vento: “…così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi si perdea la sentenza di Sibilla”. Semplicemente meraviglioso!
Sulla sua ambiguità antonomastica, un famoso racconto riporta la frase letale: ibis redibis non morieris in bello, dove a seconda di dove venga posizionata la virgola (o inflessione), si avrà un responso fausto o infausto sull’intervento del richiedente in guerra. “Andrai, tornerai mica, morirai in guerra”. “Andrai, tornerai, mica morirai in guerra”. (Se mi si passa il “mica”, mi sono concesso una traduzione “sciolta”, informale.)   
Tutte le profezie possono essere comprese solo a fatti verificatisi! Si sa!

Ovviamente, anche la sorte poteva essere interpretata come segno divino, ed è quanto indica la parola sortilegio, che appunto si affida all’estrazione a sorte, magari di fogli con segni, per avere un responso “divinamente giusto” e inappellabile. Sorte da serere (legare insieme) dovrebbe valere “ciò che stringe”, “preme”, aggiungo fantasiosamente, “che vincola”, a cui siamo inevitabilmente legati, forse.  
La pratica non era estranea ai romani, tanto che sull’origine del nome c’è chi inverte causa ed effetto e lo riconduce proprio all’uso di gettare (affidandoli al caso) bastoncini di legno infilati su un cordone e quindi legati tra loro, (un po’ come si fa con le rune ed in altri mille casi). Ruota_della_Fortuna

L’ordalia è pratica in un certo senso affine, ma più nordica, in cui una prova difficile doveva essere superata, (prova del fuoco, per esempio) aveva un po’ dell’affidarsi alla fortuna, un po’ del richiedere una manifestazione miracolosa, un po’ serviva a dare un “pretesto” a Dio per intervenire “scegliendo lui direttamente un risultato”. È rimasta a lungo nella storia del nord, fino alla caccia alle streghe, che venivano di sovente affogate, ma è giunta perfino al Medioevo italiano con le invasioni barbariche, dove (anche qui Dante ci aiuta, e ne parlammo riguardo ai pugiles) per questioni giudiziarie carenti di prove, si decideva di affidarsi a lottatori professionisti, che si affrontavano “al cospetto di Dio” e a cui il Supremo avrebbe destinato la vittoria, manifestando la sua giustizia imperscrutabile.   prova_acqua_streghe_1
Dal proto germanico *uz-dailjam (in tedesco urteil è il giudizio), letteralmente vale ciò che è tratto dagli Dei, da *uzdailijan, “trarre fuori” gli è relativo l’antico inglese adælan.

Forse però la forma più affascinate, largamente diffusa e persino “resistente” di divinazione è l’oniromanzia, cioè la lettura dei sogni i quali, praticamente per tutte le tradizioni e culture, hanno sempre avuto un valore profetico, e affollerebbero i riposi specie di determinate persone dotate di sensibilità particolari e spesso di regalità.     
Dante stesso (sempre lui, sì, il padre dell’italiano, questo sconosciuto) pare dar credito alla diceria della fisiologia pseudoscientifica medievale secondo la quale i sogni possono dire il vero, specie in certe ore del giorno, che sono quelle in prossimità del mattino. “…Ma se presso al mattin del ver si sogna…” e poi profetizza la distruzione di Firenze.   

Nebuchadnezzar 1795/circa 1805 William Blake 1757-1827 Presented by W. Graham Robertson 1939 http://www.tate.org.uk/art/work/N05059

     
In tali ore il corpo sarebbe al suo momento più lontano dagli influssi del vivere attivo, e quindi probabilmente depurato, calmo, sereno, e per ciò recettivo delle verità universali che riesce a carpire vagamente. Inoltre, aggiungo, come si sa, ci si ricorda solo dei sogni dai quali ci si sveglia, si solito al mattino, appunto.       
Sterminata è la produzione sull’argomento, trattato anche dal più autorevole dei maestri ai tempi del Poeta, Alberto Magno, per non parlare degli aneddoti che affollano lettere e scritti di secoli.        
Di solito l’oniromanzia consiste nell’interpretare un sogno raccontato da colui che ne chiede spiegazione alla casta sacerdotale, la quale “sa di queste faccende”, ma tutti ricordano la curiosa storia di Nabucodonosor, che oltre a ciò pretendeva pure che gli fosse rivelato il sogno che lo terrorizzava, ma che non riusciva a ricordare, quello sul famoso veglio con testa d’oro, braccia e petto d’argento… 
Oggi in Italia è rimasta la così detta “smorfia” per la trasposizione di figure sognate in numeri da giocare al lotto, probabilmente dal greco morphè, “forma”, come in “morfologia”, con “s” corrispondente al dis- da cui siamo partiti.        

Praticamente tutti i grandi personaggi politici del passato e specie dell’antichità e tutti i re sono detti aver avuto sogni rivelatori, ma se c’è un attributo tra tutti di regalità, un segno che distingue il “vero re”, è quello di guaritore.         
“Le mani di re sono mani di taumaturgo”, cito a memoria Tolkien, grosso studioso di questioni del genere, oltre che professore dalla cultura sconfinata, che si riferisce ad Aragorn, il quale pur vivendo ramingo, è re vero e infatti sa guarire! Beh …Non spara certo agli elefanti per divertimento, come fa questa gentaglia che ci trasciniamo come zavorra dal Medioevo, Borboni e immondizia antidemocratica del genere.    carlos_2193611b
Basta polemiche politiche! Amore universale natalizio da ora in poi!       

Doni per il “vero re”, scovato dal saggio anche nella più umile delle capanne, o persino nella mangiatoia di una stalla, presepe questo vuol dire letteralmente, da prae (innanzi) e saepes (chiuso, recinto), sono oro, incenso e mirra; i quali, secondo un’interpretazione alternativa alla più classica che li riconduce a singoli attributi dell’omaggiato (Bambin’ Gesù), potrebbero essere doni dalle proprietà medicamentose! Specie incenso e mirra, si dirà, ma anche l’oro potrebbe essere interpretato in questa chiave (sulle interpretazioni più classiche oltre che conosciutissime, ovvie, non ci dilunghiamo).     
Ed essi sono proprio i tre doni dei tre (a loro volta) re di cui parlavamo sopra.presepe-napoletano
L’Oro lo vedemmo parlando dei metalli, non ripetiamo!        
L’incenso, dal latino incensum, è un facile participio di incendere, (bruciare) il quale indica, con una specie di sineddoche, l’attività per il materiale che si usa in essa, cioè la resina odorosa che va accesa ad omaggio delle divinità (sicuramente appropriata per Cristo, chi ci crede). 
La mirra (latino myrra) è nome affine al “mirto”, che alcuni credono originariamente voce orientale, ebraico mar (goccia) per via della forma, o piuttosto accadico murru, ebreo mor, e arabo murr: amaro, per via del saporaccio. Potrebbe però anche derivare da una radice sma-smar di “spalmare” o “scorrere” e quindi verbo sma-o (ungo, spalmo) o myr-o, “scorro”, “stillo”, “lacrimo”, da cui myron, “unguento”.  re-magi-gentile_da_fabriano_adoraizone_magi_01

La Bibbia non fa nomi, la tradizione però sì (la quale è particolarmente viva in Spagna, dove per i bimbi non è tipico Babbo Natale, ma proprio loro) e chiama i tre “Magi dall’Oriente” dei Vangeli con parole assai suggestive.         
Ovviamente e come sempre, qua si taglia corto sulle varie interpretazioni, dando solo una versione tra le tante e augurandosi di spronare il curioso ad approfondire da sé.        
Melchiorre è nome di radici semitiche melekhmelk, “re”, (come nel diavolo Adramelech) e or “luce”, quindi probabilmente “re della luce”.      
Baldassarre dal greco attraverso l’ebraico, e infine l’accadico, rimonta al Dio Baal, e potrebbe stare per Bel-shar-usur “Baal protegga il re”, a meno che non voglia dire “principe di Baal” o Balat-shar-usur, “sia salva la vita del re” (su questo ho consultato solo la Wikipedia, inutile copiarla).   
Infine Gaspare, nome di origine dubbia, ma che al contrario degli altri gode di certa fortuna specie negli USA con Jasper o Caspar, forse discende dal persiano khazāndār “tesoriere”, parrebbe l’opzione più plausibile e forse è lui che porta l’oro, ma non sono mai riuscito a ricordarlo.

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