Austin Powers, Sherlock Holmes, James Bond

Da sempre (da quando uscirono i film, che tra l’altro sono divertentissimi) affermo convinto che l’originale James Bond dovrebbe essere Austin Powers e quello dello scrittore Fleming dovrebbe essere la sua radicalizzazione e scimmiottatura. Tra i due non c’è dubbio, il più verosimile, e persino profondo, è il primo.

È difficile trovare nella storia della “letteratura” prima (mettiamoci anche certa immondizia) e del cinema poi, un personaggio altrettanto odioso, tedioso, piatto, insussistente, volgare, scialbo, sciatto e “mediocremente miscelato” di James Bond; il quale, tanto per ratificare ancora una volta la mancanza di gusto del sapiens medio, ha avuto grande successo.

Ora sono costretto a fare un paragone indisponente, ma funzionale, rallegrandomi però del fatto che per fortuna la speranza illumina la via del progresso mentale, dato che anche un altro personaggio “britannico”, antecedente, e in qualche modo dolorosamente assimilabile al primo, anche (in senso lato) per estrazione sociale e culturale degli autori, è invece eccelso, e ha avuto successo anche lui e continua ad averne.

Sherlock Holmes ha tutto quello che di elegante Bond non ha, di profondo Bond non ha, di gradevole Bond non ha: è forse il suo alter ego? Certo no, ma un paragone demolitore può essere fatto. Più che altro ne è giudice e carnefice! È nato prima, è nato migliore e se il mondo non fosse popolato ed in mano di mentecatti avrebbe dovuto scongiurare la nascita del secondo.

Uomini di azione! Prendete Sherlock, poverino, privatelo completamente di quello che lo rende ironico e brillante, dei suoi deliziosi difetti e caratteristiche più geniali, tra cui la sua esilarante e strisciante misoginia (rendetelo quindi maschilista, invece che misogino), battetelo come un ferro di cavallo, appiattitelo, involgaritelo e immergetelo nella finta eleganza da mafia russa in cui sguazza Bond, pervertitene ogni aspetto e insomma strappatelo dalle mani agili e sapienti di Sir Arthur Conan Doyle e consegnatelo a quelle grezze e grevi di un imbecille matricolato come Fleming ed avrete quello che la gente (nella peggiore accezione scimmiesca che questa parola può significare) merita e gradisce. Il più banale sogno di un cervello maschile ad encefalogramma piatto.

Sir Arthur Conan Doyle, scozzese (di ascendenze irlandesi), da considerarsi, insieme ad Edgar Allan Poe, uno dei fondatori del fantastico e del fantastico investigativo, medico (come Watson) e di successo, persona di carattere forte, onorata e convinta (in buona fede, anche quando errava, come ogni essere umano), evoluzionista, precursore in tanto, ha regalato al mondo uno dei personaggi più ricchi e amati, giustamente amati! Una celebrazione della mente umana, del coraggio, della scienza, e anche dell’amicizia!

Forse lo scrittore quando redigeva si metteva discretamente a lato della sua stessa creatura, come spalla, e non arrogantemente tirando fuori una stupida celebrazione del sé dalla pagina. Doyle è un Watson contento di aver conosciuto il personaggio che ha creato.

Holmes (poveraccio) è unito a Bond dal fatto che, ma come d’altro canto tutti gli eroi prima, e i supereroi poi, non perde mai! Ha sempre ragione! E specie ha abilità e competenze insospettate e ammucchiate, affastellate a volte insensatamente. Ma con che grazia, con che magia, spirito, le ha “ammucchiate”, però!

Chi riesce a non emozionarsi, o persino commuoversi, ripensando ai libri? Non ha né cuore né cervello! Chi è freddo al mastino, all’unico suo amore dello scandalo in Boemia (che eleganza già solo il titolo!) alle battute di due amici che iniziano a conoscersi, lo stupore del dottor Watson (Holmes non conosce il sistema Copernicano), la mente agitata dal brivido febbrile della conoscenza nel protagonista che, magari, si punge con l’ago, al bizzarro fratello ancora più intelligente di lui! E persino alla droga! Quante ce ne sarebbero da ricordare?

Trovate a volte semplici, ma proposte con un tale carisma, una tale efficacia, eleganza, scritte e descritte con una tale grazia e forza da divenire geniali tutte, tut-te, e da essere entrate nelle zucche fossili perfino dei meno dotati di senso estetico e nell’immaginario collettivo di chiunque.

Come non amare Doyle, Poe …ma anche Wells, Lovecraft! Che epoca magnifica!

Tanto è vero che ancora oggi la sua eco, la eco dello scrittore stesso Doyle, e non solo del suo personaggio (i suoi personaggi!) lasciato ai posteri, e ora in mano di altri, risuona ovunque, attuale e imprescindibile.

Il personaggio a volte pare persino benedire chi se ne occupa, se pensiamo che, salvo orrende eccezioni, in genere escono artefatti sempre gradevoli, come lo è stato (oltre ai classici Basil Rathbone e l’impeccabile Jeremy Brett, il più filologico) persino il personaggio interpretato da Robert Downey Jr (non ero fiducioso), per quanto distante dal testo.

Sono piacevoli pure le parodie, e senz’altro lo è la nuova serie tv, che, seppur fortemente attualizzata (non lo credevo possibile e mi sbagliavo di grosso) è anche essa assai affascinante, non tradisce lo spirito originario dei soggetti, da cui ancora c’è tanto da trarre evidentemente, se, pur apportando consistenti modifiche (per dirne una, dando un inedito protagonismo a Mycroft) lo si fa senza stravolgere nulla di fondamentale. Bravissimi anche gli interpreti, certo, gli sceneggiatori, tutti!

Di Fleming ricordo solo che era nato ricco, era un dissoluto e se ne beava, che aveva iniziato a scrivere per noia coniugale e che si vantava di aver ucciso qualcuno durante la guerra, fatto, per giunta probabilmente non vero. Come se ci fosse da vantarsi di uccidere, persino in guerra, sino al punto di inventarlo, addirittura.

Insomma un inglese aristocratico snob e viziato, superficiale e fregnone che probabilmente ha versato direttamente e senza grazia nelle sue carte “l’ideale” cretino del suo povero ego miope; un “alter ego” di ciò che avrebbe voluto essere lui, ma anche egli piatto come il suo autore, ottuso come un’incudine: un invincibile uomo d’azione, donnaiolo, atletico e al contempo resistente all’alcol. E lì finisce tutto! Scialbo come solo un imbecille di quel piccolo e ridotto mondo può esserlo.

Se non ci fosse stata la guerra, un tipo del genere non avrebbe visto più che il suo orto di privilegiato figlio di papà e se non c’è azione solo di quello parla: casinò, ricchi idioti, cocktail, spie, intrigo politico, bridge, sigarette. Battutine sagaci sulle cravatte e l’asso di cuori, da furbetti capricciosi tra risolini scemi in conversazioni prive di oggetto.

Il successo dei primi film fu inaspettato perché probabilmente chi li aveva realizzati un cervello lo aveva e si rendeva conto di quanto il personaggio fosse misero e mediocre. Ma mai sottovalutare l’umana idiozia! Specie quella femminile! Che ama il maschilismo che dice di odiare.

E tuttora, se le pellicole non fossero basate sugli effetti speciali e la tecnologia, le buffonate dei personaggi satelliti (Q, M e una segretaria ritardata), tutti inconsistenti, se le gesta non fossero estraniate da quelli che erano i libri, e non fossero sapientemente condite dai poderosi professionisti odierni dell’intrattenimento con le spezie narcotiche di quelle situazioni inverosimili e contrarie alle leggi della fisica che paiono eccitare tanto i cro-magnon che l’evoluzione ha voluto incomprensibilmente risparmiare dall’estinzione per riempire i cinema, sarebbero più noiose di una serata intera in compagnia di mandolino e canzone napoletana.

Il mio odio per Bond, che ho smesso di seguire ed apprezzare in tenera età, quando, già a diciannove anni, mi è parso stucchevole e ripetitivo, eguaglia quello dei “cattivi” dei suoi stessi film (pure loro tetragoni, ridicoli e volgari). La mia frase quando compare sullo schermo è sempre: “io vi ucciderò, Mr. Bond!” mentre pettino il gatto con le dita adunche.

Chi dagli scaffali di una libreria in cui è presente Sherlock Holmes, anche se lo ha già letto, impugna un libro (o un dvd) di Bond merita di morire decapitato da un cappello volante!

Uno dei segni di decadimento generale del gusto che ho contemplato basito, è stato vedere l’attore che attualmente interpreta la spia UK (e che è anche bravo! Certo meglio di Connery), usato per scortare la vera regina d’Inghilterra.

D’altra parte una regina è un personaggio altrettanto ridicolo e fuori tempo, e probabilmente lo capisce da sola, se si presta a tali cadute di stile. Sul fatto rimane la consolazione di constatare che non hanno proprio più nulla da dire i monarchi del mondo, se non sono più nemmeno eleganti, algidi, sprezzanti della plebe che stupidamente li ammira!

L’unico dato positivo di tanta triste parodia della realtà, è di rendere assolutamente evidente la perdita di smalto e potere di quell’isola odiosa e tirannica, che tutto il mondo si augura si eclissi per sempre dalla storia umana.

(Visited 80 times, 1 visits today)