Beni Culturali e Riflessioni su cosa dovrebbe essere l’Italia Culturalmente

Prima di poter distruggere il mito della cultura, devi avercela!

Premetto che su quanto segue ho verificato solo quel tanto che è necessario per non essere palesemente erroneo, ma non ho avuto modo di studiare ogni aspetto approfonditamente, dato che al momento sono immerso in altri lavori e che i dati necessari per il rigore non sono proprio di facile reperibilità. Ho comunque intenzione di rendere pubblica questa “bozza” di mie riflessioni e dire la mia, con idee concrete.

Da quanto ho capito è un momento di grandi riforme in Italia, alcune delle quali, a occhio e croce, parrebbero anche azzeccate (per esempio, iva); non mi occupo di politica e capisco che certo è difficile essere pervasi dall’entusiasmo oggi come oggi (e viste le facce che si vedono), ma come atteggiamento generale penso pure che non si possa essere sempre e solo disfattisti e inclini alla lamentela, specie se poi essa induce alla più assoluta immobilità.

Certo cambiare per cambiare (massimamente se ciò implica un verosimile peggioramento) è idiota, ma lamentarsi per poi preferire sempre ciò che c’è, a ciò che potrebbe esserci, è pure poco intelligente. Se non va bene una situazione, ci sono poche storie da fare, devi cambiare. E il paese ne ha bisogno.

Nonostante la quantificazione del nostro patrimonio culturale, che per enorme che sia, per ovvie ragioni NON può ascendere al 50% (e talvolta persino il 70%) di quello mondiale, sia delirante, in un altro post dissi che se volessimo davvero tradurre in fatti ciò che per emotivo nazionalismo (molto superficiale) siamo soliti affermare: “l’Italia è il più bel Paese del mondo”, dovremmo per lo meno cercare di tirare fuori dagli scantinati i nostri preziosi oggetti e sistemarli nei luoghi del “quotidiano cittadino”: alle poste, in banca, in tribunale, nei supermercati, nei centri commerciali, nelle macellerie, in modo che ovunque (letteralmente) si sia sopraffatti dal “bello”, dalla nostra storia (dal meglio di essa).

Vivendo ora a Kansas City, ho avuto modo di distanziarmi un po’ dalla critica esasperata al mio paese e agli atteggiamenti deplorevoli dei suoi cittadini che la motivano, e apprezzare alcune realtà che mi hanno indotto a qualche riflessione in modo meno astioso.

Kansas City ha solo due stupendi musei (altri minori). Uno (invero gigantesco) di arte ed archeologia, ed uno (unico del paese) sulla Prima Guerra Mondiale (alla quale gli USA parteciparono pure). La città ha una sua forte rilevanza storica per il Paese, dato che è stata un centro commerciale importante, da qui “iniziava il West”, molti dei fatti narrati in vari film western e sulla guerra di secessione sono ambientati in tutto o in parte o hanno un loro vincolo e una relazione con questi posti e con il Missouri. È quindi un luogo storico, ma questa affermazione ha una valenza assai diversa qui che se applicata a Roma o a Firenze, o Parigi, è ovvio.

Va da sé, che per interessante e articolata che sia la storia Americana, essa non è minimamente comparabile (per estensione) a quella europea, e meno che mai di Roma, dell’Italia (e tutto sommato andrebbe vista come una prosecuzione in altri luoghi della nostra).

Questo rallegrerà i campanilisti (atteggiamento, voglio dirlo, ridicolo) i quali però a questo punto dovrebbero pure sorprendersi del fatto che mentre in Italia con una laurea in storia è assai difficile lavorare, qui ho conosciuto gente che non solo trova lavoro (nel suo campo), ma ha anche l’agio di cambiarlo se non è soddisfatta.

Parimenti dovrebbe suscitare qualche osservazione il fatto che l’audiolibro (per esempio, ne parlo essendone un estimatore) della Vita Nova di Dante è comparso prima in inglese e poi in italiano, che esso ha oltre mille visualizzazioni in inglese e meno di ottocento in italiano (dati attuali) oppure, solo per dirne un’altra, che lo Zibaldone di Leopardi è stato tradotto in inglese solo recentemente, e peraltro, lessi, in virtù di una cospicua donazione personale di Berlusconi; il che potrebbe addirittura essere considerato umiliante per un paese della nostra importanza e per un autore di quel calibro. Di questo autore (di Leopardi, ovviamente, non di Berlusconi) inoltre, non esistono audiolibri completi, non è stato tradotto tutto, etc. Potremmo andare avanti sommando assurde mancanze facilmente colmabili e situazioni culturalmente imbarazzanti.

Essere uno storico, un conservatore dei beni culturali, un archeologo, un letterato, in Italia dovrebbe quasi garantire un lavoro. Dove altro sennò? Visto che (senza titolo) ci si spaccia piuttosto arrogantemente per detentori di non si sa che scettro culturale (pessimo atteggiamento ed erroneo, pessima strategia). Non credo sia un’impressione mia, però: il lavoro non si trova!

Non sono un esperto di questi temi, quindi mi atterrò principalmente a fatti personalmente constatati per formulare le riflessioni che seguono ed esporre le mie idee.

Ho sentito dire che non sappiamo nemmeno di preciso cosa ci appartiene, cioè a quanto ammonti in nostro patrimonio artistico globale. Quanta roba c’è, dove. Gli amministratori della mia stessa città natale (spero parlando con la stessa serietà che il discorso richiedeva) e alcune persone esperte in tali tematiche, da me interpellate, mi hanno assicurato che gli scantinati della pinacoteca cittadina sono pieni. E che in tutti gli altri posti analoghi della nazione la situazione è identica o molto peggiore.

Vale a dire: la maggior parte del nostro patrimonio non è esposto, male! Inoltre nessuno di preciso sa cosa lo costituisca, preoccupante!

Essendomi occupato di diritto, la cosa non mi stupisce troppo per il semplice fatto che in Italia nessuno sa di preciso nemmeno quali e quante siano le norme penali. Vale a dire la parte più ristretta del diritto e che tra l’altro, comportando sanzioni restrittive della libertà personale, sarebbe bene conoscere. In pratica non so nemmeno esattamente per cosa (che condotte) potrei (astrattamente) finire in galera. Un sistema così non può funzionare se non per inerzia, quindi di fatto tradendo la sua inutilità, ma lasciamo stare. Troppa storia a volte è una maledizione: ti si ammucchiano anche le ragnatele oltre ai quadri di famiglia.

La domanda è questa. Cosa si aspetta a realizzare un catalogo completo e preciso del patrimonio artistico nazionale? A mio avviso questa sì sarebbe una spesa lungimirante dello Stato e per gli interessi futuri del Paese. Un tempo un’opera del genere sarebbe stata pressoché impossibile, ma con la tecnologia attuale sarebbe persino piuttosto semplice da realizzare. Si potrebbero dare dei lavori (anche interessanti, tutto sommato e) di maggior o minor responsabilità a giovani qualificati, per un qualcosa che aiuterebbe a prevenire frodi e furti, contrabbando.

Sono il solo che vede impiegati nullafacenti in ospedale? Vecchi con incarichi ridicoli e strapagati tra sanità e baracconi vari? Figli, parenti, clienti et similia non, o non sempre, qualificati in posti inutili e pubblici (o parastatali)? Ancora oggi, sì, come no!

Qualcuno mi ha assicurato che il personale incaricato di monitorare le visite in luoghi di interesse culturale di alcune città italiane (non voglio essere specifico) parla solo italiano (non si richiede il giapponese, che pure si può studiare, eh, ma almeno l’inglese). Come selezioniamo le così dette “risorse umane”? Male!

Una volta chiarito di cosa siamo eredi, catalogandolo con rigore, a mio avviso sarebbe poi il caso di far fruttare quanto abbiamo, metterlo in mostra, pubblicizzarlo. Ma per attirare barbari incivili amanti di un gioco da femmine mestruate! Il turismo non si muove certo solo per l’arte (oggi si muove per il sesso, sai che novità!) ma essa ne è (o può esserne) un importante motore. Se è questo che vogliamo, turismo culturale-artistico, che si aspetta?

Personalmente detesto il turismo, sia chiaro, ma sento sempre ripetere che dovremmo potenziarlo, e se è un bene per il Paese, e allora ben venga! Il Louvre ha saputo vendere un’immagine che non è certo la più bella ed interessante del mondo. È la sua storia, è il “marketing” che la hanno resa tale. Non la menzionerò, ma tutti avranno capito qual è.

Tenere ciò che di bello abbiamo al buio delle cantine, non serve. Per investirci servono soldi che non ci sono (specie se li sprechiamo per pagare beni di consumo e persino prostituzione a dei corrotti traditori della Patria falsamente definiti politici. Scusate ma non ci passo su!) ma a questo punto, sarebbe comunque preferibile qualunque altra scelta a quella di non servirsene e per di più correndo rischi concreti di deterioramento e di furto.

C’è una sostanziale ed avita ostilità alla vendita, lo capisco bene, a nessuno piace disfarsi di ciò che gli appartiene da secoli per un prezzo che, in fin dei conti, si rivela sempre effimero, ma sarebbe comunque preferibile alla distruzione, all’oblio, alla sottrazione proditoria (e il conseguente arricchimento di chi non ha titolo, cosa che fa pure rabbia).

Se non siamo in grado di gestire e valorizzare ciò che abbiamo, se davvero dobbiamo ammettere questa triste realtà, beh, allora meglio vendere! Meglio disfarsi di quello che non possiamo onorare e conservare. Altri lo faranno, onereranno ciò che hanno acquistato, è la storia del mondo, le cose cambiano, passano di mano.

Ma ci sarebbero altre soluzioni forse.

Da ascolano ho dovuto constatare la miopia di certe scelte; Ascoli Piceno non è la più bella città d’Italia, ma di certo se stesse in altri posti sarebbe più famosa e apprezzata, perché (obbrobri realizzati dalla “generazione di merda” a parte –i nati tra il 30 e il 60 del secolo scorso-) è una bella città. Però, per esempio, una fonte di interesse culturale locale è stata allontanata dal suo luogo di appartenenza, senza senso. La città è stata spogliata dei reperti longobardi trovati a Castel Trosino. Ora sono a Roma, città che al contrario di Ascoli Piceno non ha proprio bisogno di aggiungere carne al già immane barbecue storico.

Ebbene! Durante le mie permanenze forzate a Roma, in attesa di coincidenze nei trasporti, avevo preso l’abitudine di visitare uno o due degli oltre cento musei cittadini. Sono tutti magnifici, ma nella maggior parte delle occasioni (non mento e sono letterale) ero il solo in visita.

Roma non ha bisogno di sottrarre preziosi ad altri posti. Sarebbe meglio rendere interessante ogni zona del paese, piuttosto.

Non è necessario accentrare opere e risorse, oggi, anche perché la tecnologia ci consente di far studiare e conoscere ciò che è fisicamente “ovunque”, direttamente da casa. Con un database ben fatto potremmo avere conoscenza specialistica alla portata di tutti, studenti, appassionati, accademici. Ma a che pensa e ha pensato la politica? Che criteri, che pensiero e idee la muovono, non lo capisco. Che cultura avevano i nostri Ministri? Che competenze? Cosa difendono, propugnano, vogliono?

Sono convinto che tutti possano essere curiosi della propria (o altrui) storia e tutti debbano avere accesso alla conoscenza. Questo è un principio chiaro! Si lavori per questo! Alcune biblioteche sono già in rete, con testi antichi ormai alla portata di chiunque (la Augustana, per esempio), una volta sarebbe stato impossibile consultarli senza viaggiare fisicamente e farsi autorizzare, ma tutto questo dovrebbe essere assolutamente potenziato, senza perdite di tempo. Stanno passando anni ed anni. L’ennesimo treno mancato.

È solo un bene concedere a tutti la possibilità di conoscere e studiare. Se non si è meschini, si vuole eccellere per le proprie idee e capacità creative, non in virtù del privilegio di poter accedere a qualcosa negandolo ad altri, per avere un vantaggio in virtù di maggiori capacità economiche, o localizzazione geografica, o chissà che altro.

Cose da fare? Idee semplici! Mettere tutto ciò che le biblioteche hanno, in rete; catalogare ogni opera d’arte e archeologica; tradurre ogni autore rilevante nelle principali lingue. Non è pensabile che Nietzsche sia conosciuto e Leopardi no, suvvia! Pirandello è citato pure da Joyce e non ci sono audiolibri in inglese.

Non vogliamo (giustamente) disfarci del nostro patrimonio, nemmeno in parte? Quello che farei io è il seguente. Quando ero a Madrid, vidi che lo Stato paga lì una ambasciata, un consolato, una sede della Confcommecio (inutile come un ano su un gomito), un Istituto Italiano di Cultura (c’è anche un Liceo di cui si parla molto bene, per fortuna).

Oltre a dare stipendi pubblici, e far viaggiare carabinieri e compagnia bella per la movida, a cosa servono di preciso? Sono tutti molto scortesi tra l’altro, come ogni burocrate italiano (con piacevoli eccezioni) con cui abbia avuto a che fare, dal catasto, all’anagrafe, in su.

Di Istituti di Cultura ne abbiamo in quasi ottanta paesi (che sia detto visitati da italiano all’estero m’hanno dato l’impressione dei tipici carrozzoni con soggetti spocchiosi che percepiscono tutto come una potenziale minaccia, tranne lo stipendio) potrebbero essere usati a mio avviso per cercare accordi per esporre permanentemente (in comodato gratuito o con qualche altra formula, la soluzione giuridica si trova) quello che è italiano, ma che in Italia, per ragioni organizzative e priorità, non può essere esposto. Un museo italiano in ogni paese!

Mandiamo (imperativo-esortativo) all’estero ciò che non possiamo usare in patria, in modo da promuovere la cultura italiana, da incuriosire il possibile visitatore, essendo fisicamente presenti con qualcosa di più di impiegati pubblici “fenomeni”, che personalmente mi paiono poco incisivi, Valentino, Lavazza, Fiat.

Gli Istituti Italiani di Cultura oggi (del MAE) hanno come scopo quello di promuovere la conoscenza della lingua italiana, quanti progressi si sono fatti? Quale è la loro reale incidenza? Valgono la spesa che presuppongono? Chiedo perché non lo so, e non ho trovato molte informazioni. Dopo tante delusioni rispetto allo Stato sono diffidente del pubblico.

Io sarei, comunque, da italiano, felice di consegnare opere a Stati esteri a corrispettivo del loro impegno rispetto alla cura e protezione, gratuita. Perché no? Che ce ne facciamo in patria attualmente? Una bella bandiera e tante belle cose da vedere per tutti, americani, svedesi, cinesi, turchi.

Infine! Da noi tanta cultura, tanta arte, tanto nazionalismo facile… ma quanta gente è davvero interessata a questi oggetti? Quanta gente preferisce diventare competente o è incuriosita dal nostro patrimonio, invece che da una tv di scarsa qualità o dallo stadio? Quanti vandali e maiali nostrani ci sono prima ancora che stranieri? Se uno amasse il proprio paese, non lo tratterebbe così!

Ci sarebbe da sorprendersi poi se un museo permanente all’estero, magari in un paese con una storia più recente, staccasse più biglietti di uno nazionale, ma sarebbe anche un buono specchio per definire i tratti della società attuale, dove non mi pare che la cultura sia proposta davvero come qualcosa di apprezzabile, che arricchisca, e anche renda più piacevole, perché no divertente, l’esistenza di una persona. Come se poi conoscere, non fosse un piacere e solo le fellatio lo fossero.

Un ultimo chiarimento: come non amo il turismo, non ho assolutamente il “mito della cultura” (tutt’altro) e meno che mai “convenzionale”. E ancora meno credo che il centro della mia vita di uomo possa essere il Cinquecento italiano, invece della tecnologia, ma si tratta, ormai, di manovrare per il “male minore” e nelle circostanze attuali “molto minore”. Alcuni concetti vanno ricalibrati, o si rischia di rimanere senza nulla: né nuovo, né vecchio!

So bene e capisco che il “museo” anche se delocalizzato potrebbe essere una formula superata per proporre arricchimento personale e conoscenza (e allora figuriamoci una “Expo” costosissima e infiltrata dalla mafia), inventatevi qualcosa! Ma mi ma fa anche un po’ ridere l’applicazione vastissima, odierna, della parola “cultura” (italiana) alla moda o al caffè e la cucina; che poi sono così predominanti e stucchevoli da averci reso tutto sommato delle macchiette.

Il tutto magari solo perché parlare di Roma antica, essere meno cialtroni e arrapati, ricorda fasi spiacevoli della nostra storia (involontariamente consegnandole proprio a chi, invece, vuole, senza titolo speciale, servirsene e se ne serve male). Parlo del fasciamo per dirla chiara. Non ho il mito della cultura, e della cultura convenzionale alla libro Cuore, certo, ma neppure, e meno che mai, ho il mito del “Grande Fratello” (tv) o dello stadio!

E se siamo “il paese del bello e della cultura” se vogliamo proporci così, la gente deve essere colta! Deve sapere le cose, deve parlare un buon italiano, deve avere l’orgoglio e la passione per essere competente sulla sua storia e arte. Ci vuole impegno! Ci vuole incudine e martello.

E questo si “vende” allo straniero (dato che l’ultimo obbiettivo a quanto pare è arricchirsi vedendo un prodotto; il prodotto Italia bellissimo paese) se è “venduto” prima al paese stesso e ai suoi assopiti cittadini; se tutti comprendono che essere ben educati rende più interessanti, che l’intelligenza, l’acume, l’educazione, le letture, pur senza essere mitizzate, rendono belli e “sexy”, mentre essere un tarpano tronista è essere una monnezza!

Basta vendere fumo, fingere tutto, fingere le letture, fingere le competenze, basare tutto sul fregare il prossimo o nel migliore dei casi avere solo la “cultura” dell’aperitivo e la “cultura” della moda e delle scarpe. Abbiamo troppa roba con cui non facciamo nulla!

Quanto sopra esposto si fa capire ai cittadini esautorando certi pessimi soggetti dal monopolio del “gusto” italiano attuale. La gente, si sa, non prende l’iniziativa; se è necessario uno Stato, esso serve a guidare il Paese al miglioramento di ogni individualità e della totalità dei cittadini. Non solo a imporre tasse.

Basta col far credere alle persone che saranno più felici giocando a calcio che scoprendo una cura per il cancro e puntando al Nobel, alle donne che sia appetibile essere apprezzate per la propria bellezza fisica in un concorso nazionale, invece che sapendo restaurare un dipinto; in primo luogo perché ciò non è vero, in secondo luogo perché ciò beneficia solo altri (pochi) soggetti, quelli che si arricchiscono o semplicemente fottono (questo il loro livello) alle spalle della popolazione e sfruttando la sua ignoranza e manipolandola.

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