Biblioteca di Babele e Anagenesifobia

Con la sua inarrivabile eleganza, Borges afferma che la Biblioteca di Babele (rectius: Biblioteca Totale) contiene, tra molto altro, l’Enciclopedia che Novalis avrebbe scritto. E similmente: “las paradojas que ideó Berkeley acerca del Tiempo y que no publicó”.

Il fatto è che Berkeley non ha pubblicato qualcosa che aveva ideato, ma Novalis quell’opera non l’ha mai nemmeno scritta e ultimata. Si fermò a degli appunti per la sua Enciclopedia Romantica, eppure essa è presente sugli scaffali di quel posto bizzarro nella sua versione definitiva e completa, dato che, esaurendo la biblioteca tutte le combinazioni di lettere possibili, di sicuro c’è anche tutta la serie di segni che lui avrebbe usato per scrivere la sua opera mancata, così come sono presenti tutte le varianti che avrebbe scartato.

Nella Biblioteca si trova sia ciò che esiste (è venuto alla luce) sia tutto ciò che non esiste, ogni ipotetico, ogni possibilità. Era presente già ieri, questo articolo di oggi, quello che scriverò domani, e se prendiamo alla lettera l’autore della fantasia, persino quello che non scriverò né domani, né mai.

Ma la parte realmente bizzarra della frase dell’autore non è nell’esistenza di un’enciclopedia mai venuta al mondo, dato che è facile immaginare come la presenza della totalità dei contenuti nella Biblioteca, necessariamente comporti che, fosse quale fosse l’idea dell’autore, egli avrebbe comunque dovuto usare una delle combinazioni presenti negli scaffali. Ci sono tutte, e quindi anche la sua opera senza dubbio c’è! La parte bizzarra è che una tal combinazione possa essere attribuita a Novalis, che non ha realizzato l’opera.
Dobbiamo limitarci ad interpretare la frase come: comunque sia c’è! Non: ci sarebbe; ma: c’è!
Non potremmo, però, a rigore, andare a ritroso, all’inverso, e determinare che quella tal opera, quella tal serie di caratteri è di fatto l’Enciclopedia che Novalis avrebbe scritto, invece di un’altra. Come saperlo? Esserne certi?

La frase mi ha gettato in una profonda costernazione ed ha avuto l’effetto di alimentare la mia unica fobia, quella di essere costretto ad esistere per sempre.

Una volta chiesi a un vero saggio a cosa fosse più correttamente paragonabile, dal punto di vista concettuale, il morire.
Mi rispose che potevo farmene un’idea ripensando a quando ebbi cancellato un libro che ritenevo inadatto al mondo. Ecco! Morire è come cancellare un libro che s’è scritto.

La frase è d’effetto perché qualcosa che c’era, ed era complesso e con un senso, dopo la cancellazione non è più, rimane più o meno impreciso e smozzicato in qualche memoria e ricordo, poi si dissolve completamente e non ce ne è più traccia. Insomma, morire è come cancellare uno scritto in modo irrecuperabile.

Ora questa irrecuperabilità è persa. Quel libro c’è, e di sicuro c’è “di più” di come possa esserci un’enciclopedia mai scritta, che pure riesce ad essere di un autore determinato… che non la ha mai partorita.
Quel libro c’è ed è preoccupante che ci sia. È vero che con quel testo non c’è anche il suo autore, per fortuna, ma inizia a profilarsi quello che la anagenesifobia teme: la possibilità che la tecnologia possa riportare all’esistenza chi è morto.

Se invece di un catalogo sterminato di lettere, un algoritmo fosse in grado di riprodurre con esattezza il serbatoio di memorie, sensazioni, ricordi, vissuto, di un individuo, se potesse avere tutti i dati che ne definiscono la personalità, ne avrebbe anche l’individualità autocosciente, quella persona esisterebbe di nuovo. Se poi potesse elaborare ogni combinazione, tutto, anche ciò non è mai esistito, esisterebbe. Si tratterebbe di un sinistro “trionfo dell’essere”, esisterebbe tutto “l’esistibile”, non più come sola ipotesi.
E se la tecnologia avanza, un giorno potrebbe, dai dati del suo presente, essere in grado di procedere a ritroso, rielaborare il passato, ricostruirlo con esattezza infallibile, ripescare ognuno di noi, già morti, e farci, se non rinascere, insomma, ri-esistere (con o senza corpo).

Un filosofo diceva che l’essere è e non può non essere, e che la morte è solo una prospettiva che ha l’effetto di celarci l’essere da quello che è, ma non può cambiarne l’essenza, o qualcosa del genere, ma fino ad ora, aver cancellato un libro senza possibilità di recupero mi dava speranza che ciò che è possa arrivare a uno stato di annichilimento, possa non essere più; ora, a causa della Biblioteca di Babele virtuale, i miei incubi peggiori prendono forma, e non ne sono più così convinto.

Si dirà che questo scenario è impossibile, irrealistico, ma quante cose lo sono state prima di divenire la realtà in cui viviamo? Inoltre una fobia non è, quasi per definizione, mai del tutto razionale, ed in ogni caso, dopo i social network, con la versione virtuale della Biblioteca Totale, un ulteriore passo verso la condanna all’esistenza forzosa dopo la morte, è stato fatto, per me non è certo rassicurante.

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