Bonaccione I, detto il Re Buono

Bonaccione I (e ultimo), detto (da postero) “il Re Buono” era un regnante assai dotato di spirito illuminato.

Contrario egli stesso alla monarchia, pensava che gli uomini fossero tutti uguali, con dignità andassero trattati e che dovessero decidere autonomamente sui loro destini.

Cionondimeno non se la sentì di abdicare, in virtù del fatto che, non essendo stupido, vedeva che le genti sue, da lunga tirannia oppresse e lasciate al loro brado stato, usate solo per andare in guerra, lavorare ed inoltre pagarci sopra le tasse, erano rozze ed incapaci di scegliere il loro proprio bene. Bifolchi e quadrifolchi dannati, si dedicavano a risse e inganni, erano grevi e volgari, analfabeti, superstiziosi, prepotenti con chi potevano e servili con tutti gli altri. E molto altro ancora che la decenza ci impedisce di riferire.

Bonaccione I allora, prima di lasciare il potere, sua precipua intenzione, promulgò leggi assai insolite, volle che fossero aperte scuole e che le genti le frequentassero obbligatoriamente. Fece costruire nuove strade pulite e lastricate, cessi pubblici, bagni, biblioteche, teatri e molto altro.

Il popolo però mormorava e si lagnava! “Cos’è questa novella cosa, la scuola, che ci sottrae tempo all’osteria, dopo aver duramente faticato e non ci servirà mai a nulla?” E addirittura: “prima per viaggiare da un villaggio all’altro ci voleva un giorno intero, ti sporcavi tutto, quando arrivavi però… che soddisfazione! Oggi è tutto veloce, pulito, facile, che poesia c’è in quello che si fa?” E di cose del genere s’andava cianciando e farneticando.

Bonaccione li ascoltò e ridusse le ore lavorative trovando maniere nuove ed ingegnose di incrementare l’efficienza; pagò sapienti stranieri affinché introducessero, e se necessario inventassero, macchinari e pompe per l’agricoltura, modernizzassero i lavori, si aumentasse la produzione.

Le genti storsero il naso e si lamentarono di tali diavolerie: “dove finiremo se non esercitiamo più i muscoli e pensiamo solo al cervello? Diverremo dei mollaccioni!” Oppure: “qui si gioca a fare Dio, non è normale che il raccolto vada sempre bene, ogni anno…”

Così Bonaccione I dotò città e villaggi di palestre e maestri di spada, affinché tutti i sudditi sapessero manovrare le armi con affilata perizia e non finissero ammazzati in gran quantità e subito, se mandati in guerra (che era successo) e al contempo oltre alla mente esercitassero il fisico, il che gli sembrava legittimo.

La gente si lagnava! Dal momento che avevano imparato a leggere e scrivere, fioccavano i pamphlet di protesta! “Ecco il vero proposito del Re! Renderci soldati e farci morire in guerra, come tutti gli altri hanno fatto prima…” oppure: “renderci assassini professionali, che Aristotele dice…” Usavano gli argomenti a cazzo di cane, che non avevano capito nulla.

Il re allora fece innaffiare e sorgere molti campi di calcio antico. Ma la gente si lamentava! “Ora tutti vanno allo stadio! Sai come vivono quelli che si dedicano al calcio? Più e meglio di me che ho moglie e figli e coltivo i campi da mane a sera, so tirar di stocco per la patria!” Avevano tutti completamente dimenticato come era prima, che davvero coltivavano i campi da mattina a sera e a scudisciate, erano zozzi, erano incolti e fortemente bastonati, pieni di lividi blu.

Dopo quaranta anni di regno, però, la gente si lagnava sì ancora, ma tutto era irriconoscibile, pulito, prospero, tranquillo! Le genti sufficientemente civilizzate, tutto era andato, volenti o nolenti, secondo i piani e Bonaccione I era sul punto di abdicare, anche avendo deciso, essendo secondo lui impossibile mettere al mondo qualcuno di più evoluto e civile di lui, e non volendo toreare tutti i giorni con l’umana imbecillità pure in famiglia, di non avere discendenza.

Il regno tuttavia era così bello, che il regnate vicino, Artizzone III detto il Manesco, se ne ingolosì! E decise di invaderlo. Bonaccione dovette rispondere e mandare per forza truppe al confine, con sua grande angoscia e stizza.

I cittadini insorsero! “La guerra mai! Suprema delle nefandezze”; le madri si stracciavano le vesti, intrise del loro weweante ruolo di mamme: “i nostri figlioli, sacrificano…!” e ancora i pidocchiosi con la bocca storta: “facile fare guerre al caldo del castello…”

Il buon re, così, per dare l’esempio e galvanizzare le genti, partì lui stesso per il fronte! I saggi lo pregarono di non farlo! “Se morite voi, maestà… Cosa ne sarà delle genti?!” Ma Bonaccione non demorse!

Una volta sul fronte prese la parola e fece il più bel discorso che un Re abbia mai fatto al popolo suo! Lo scrivano lo trasferì tutto diligentemente su cartapecora, difficoltosamente asciugandosi con la manica della rossa giubba le lacrime che scendevano copiose mentre il re intonava il suo canto d’amore e speranza. Cori! Applausi! Emozioni! Poi versò tutto il suo ardimento in battaglia, benché senile.

Le genti nonostante ciò combattevano svogliatamente, nostalgiche di casa, indolenti, diffidenti, e questo pure se il buon re stava facendo una carneficina, lui da solo. Fendenti a destra e a manca!

Al momento decisivo, l’attacco di supporto partì in ritardo e fiacco! Il re morì eroicamente sul campo! Il regno cadde.

Artizzone III il Manesco prese possesso del castello reale il giorno stesso. Fece decapitare tutti i saggi. Dopo essercisi pulito il deretano, bruciò l’unica copia del discorso del re, che infatti non conosciamo se non per la fama posteriore che ebbe nelle commosse memorie dei superstiti, ai quali però, tutti, il nuovo tiranno fece mozzare la mano destra, per aver osato… oltre che il pisello e le palle, per derisione. “Ah! Che buono era il re! E che bello era il passato!” si diceva ora. Era meglio pure del passato che pareva ancora meglio di quel presente ormai passato!

Il terribile despota si dedicò, da immediato, con costanza e potenza inaudite a stuprare tutte le donne fertili del regno, dal primo mestruo in su, dato che la sua maggiore ambizione era quella di passare dall’esser chiamato “il Manesco” ad esser appellato “il Padre delle Genti”. L’aveva presa piuttosto alla lettera.

Chiuse le scuole e aprì altre taverne, picchiò e fece picchiare tutti col bastone di faggio (le donne con spinoso ramo di rosa) fino ad ottenere la più mansueta delle sottomissioni (che non tardò molto ad arrivare). Umiliò e degradò la popolazione conquistata apostrofandola “i graveolenti pezzi di impuzzolito guano”, preferì ad essa sempre la sua e le assegnò i peggiori lavori.

La gente non ebbe più modo di lagnarsi però, perché la pena era la morte!

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