Cadaveri e esequie

Nell’Iliade c’è un passaggio in cui Priamo, il padre di Ettore e re di Troia, si reca da Achille, che gli ha ucciso pure l’ultimo figlio, e il preferito, di cinquanta che aveva, per riscattarne il cadavere.

L’eroe greco, che ha ammazzato l’altro sotto le mura della città assediata, ha devastato il morto attaccandolo a un carro e trascinandolo attorno alle stesse per l’immenso odio provato verso il troiano, a sua volta uccisore del suo amatissimo Patroclo. Non pare quindi intenzionato a restituire alcunché, e dapprincipio questa è la sua posizione.

Nell’incontro, bellissimo (come ogni altro passo dell’opera), c’è un momento in cui Priamo, per entrare in contatto con il fiero eroe, menziona e si paragona all’anziano e solo Peleo padre di Achille, allude ai lutti della guerra, e quasi alla “tragedia di esistere”. Così ottiene che tutti e due piangano assieme, ma, sottolinea il testo, ognuno piange i suoi morti, e si commuove per i suoi cari e i suoi dolori.

Gli uomini piangono insieme, ma ognuno le sue vicende attraverso quelle degli altri o, piuttosto, quelle inventate dai poeti. Forse pensare di estendere il proprio dolore negli altri come gli appartenesse è del tutto insensato, tutto quello che si può ottenere è al massimo che l’altro senta vicinanza ripensando alle sue sofferenze, e a questo servono le storie, a universalizzare tanti piccoli dolori ermetici e indifferenti che non comunicano tra loro.

Il sapiens, il nostro bel e spaventatissimo sapiens autocosciente, in effetti piange tutta la sua miserabile specie nei funerali, e non certo il morto di turno. Morto che del rito non può sapere nulla, che non lo presenzia, ma per farlo ha bisogno di un cadavere determinato, quello che rappresenta il proprio dolore specifico, o del gruppo.

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