CANE E TOPO (una storia di pirateria)

Questa non è una semplice storia da bettola, una storia di pirati qualunque, inventata come tutte le altre, potrei giurare sulla mia adorata madre, buon’anima, che è vera, parola per parola.

Il capitano Scott Trevor, lo conoscono tutti, o almeno tutti coloro che conoscono bene il mare, il mare quello vero; era famoso per essere un grasso, unto omaccione pieno di buon senso e astuzia, forte e infido al tempo stesso, ma bonaccione, bonario. Certo era duro, come ogni filibustiere, e sapeva tenere la disciplina, aggregare o mettere uno contro l’altro i membri della ciurma, a seconda dei casi, delle convenienze. In effetti di lui non ne sa niente nessuno, ve lo assicuro! Era astuto come una volpe. E difatti dicono che è andato ad invecchiare e morire chissà dove, a dispetto di altri che lo vogliono morto di fame su un’isola deserta, o i più che sostengono che sia affogato in mare. No, non è affogato il vecchio Trevor! La prima versione è quella giusta!

In effetti se la vide male un’unica volta, quando fu lasciato –marooned si dice da noi-, su un isolotto dei Caraibi, verso Barbados. So che può sembrare strano, parlare di un abbandono, e che la maggior parte della gente crede a una fine diversa, ma… la sua nave, lo Splitter, il brigantino, fu oggetto di uno dei più riusciti ammutinamenti della storia, tanto ben riuscito che quasi tutti negano che si sia effettivamente verificato, ed affermano che Trevor e un giovane membro dell’equipaggio caddero in mare e persero la vita così. In porto non ci arrivarono mai, questo è certo. Morti annegati durante una semplice burrasca. Bah!

La verità è invece che furono depositati su quello zoccolo di roccia e sabbia. In due, perché il giovane si era rifiutato di ammutinarsi con gli altri; si dice che venisse da una buona famiglia decaduta, ma prima del fallimento totale, e del mare corsaro, era stato educato alla fedeltà, al rigore, alla disciplina, e il Capitano, non l’aveva mai trovato meritevole di biasimo, tutt’altro. Furbo ed esperto lo era Trevor, per carità! C’era tanto da imparare, ma su un’isola deserta, che vuoi imparare? Ad aspettare le morte! Giovane, troppo giovane e inesperto!

Ebbene li mollarono lì, non saprei dire come successe che fu scelto proprio quel posto, era un luogo che assicurava la morte, quanto si può resistere, su un’isola deserta?

Dipende! Appena sulla riva il Capitano disse al mozzo, non si sa il suo nome, lui lo chiamava sempre e solo Squirrel, di attenderlo lì sulla spiaggia. Quello eseguì, e quando l’omaccione tornò, puzzava già d’alcool che appestava, gli ordinò di spogliarsi completamente nudo, lo attaccò a una catena, e poi a un albero vicino a una radura con una baracca miserabile nei pressi. Lui avrebbe vissuto là fuori, dentro una specie di larga buca di meno di un metro, ce lo spedì con un calcio, lui si sarebbe sistemato dentro alla capanna.

La vita da abbandonati dei due prese i tratti dell’incubo. Il fatto è che Trevor furbo come era, capace di adattarsi a tutto, conoscendo i pericoli e le insidie del suo lavoro, aveva attrezzato in segreto per la sopravvivenza varie isolette adatte all’abbandono, con scorte per un lungo periodo. Aveva lasciato rifornimenti, botti, utensili, olio da lampada, tutto nascosto. Erano anni in cui uno se lo aspettava di poter essere fregato, il pericolo serpeggiava, ovunque. Se sia stata solo fortuna di essere lasciato sull’isolotto giusto, o se abbia manipolato in qualche scaltro modo le menti dei suoi marinai per ottenerlo, o addirittura se ci fosse qualcuno in combutta con lui, nessuno può dirlo.

Su un’isola deserta il tempo non passa mai, si va a caccia, a pesca, si aggiusta qualcosa, si guarda il mare, si prova a montare roghi su qualche sperone di roccia in evidenza, per attirare gli sguardi delle vedette, se si trova sufficiente legna, ma una giornata è interminabile. E una serie indefinita di giornate lo è anche di più. Beh, insomma, inutile girarci tanto attorno, gli uomini hanno le loro esigenze… sapete a che mi riferisco, non occorre che scenda in dettagli, no? Trevor, chi lo conosceva lo sa, era un gran bordellatore, era insaziabile, il mozzo era pure giovane, minuto…

Aveva legato Squirrel in modo che potesse avanzare e muoversi solo come un cane. Quello si disperava e chiedeva la ragione del trattamento, cercava di convincere il trippone che sarebbe stato più utile da libero, ma non sapeva della grotta del Capitano, con carne essiccata, pistole, grasso, rum, persino dell’oro.

No, non poteva servire proprio a niente il mozzo, se non al divertimento del Capitano.

I giorni passavano, con una lentezza estenuante. E Trevor sapeva bene di essere fuori dalle rotte principali, prima o poi qualcuno lo avrebbe raccattato, ma non tanto presto. Nelle serate lunghissime in cui da solo si sbronzava rimpinzandosi di rum, arrivava sempre un momento in cui cercava il mozzo, e finiva sempre per bruciacchiarlo, ustionarlo e ferirlo con un coltello, tanto per godersi le urla, seduto vicino al falò, che usava per torturare il poveraccio che si teneva stretto. Mentre quello gridava, lui rideva come un pazzo e beveva. Poteva andare avanti dieci minuti, o tre ore. Dipendeva solo dall’umore, dall’effetto dell’alcool.

Presto prese l’abitudine di battere il poveraccio ogni mattina, prima di andare in ricognizione. Controllava che i ceppi resistessero e non fossero consumati, se trovava segni sospetti che indicavano tentativi di fuga, lo pestava ancora, ma con più cattiveria stavolta, a volte gli buttava addosso il sale marino e quello strillava come un animale.

Insomma, dopo qualche mese di quella vita, il poveraccio era una gelatina tremante, non parlava più, imitava il cane. Faceva pena vederlo, avrebbe fatto pena a tutti tranne che a Trevor, che invece diventava sempre più crudele. Chi se lo sarebbe aspettato?

Qualche volta il mozzo provò pure a darsi la morte, ma senza successo, Trevor rideva. Ogni tanto provava a non mangiare gli avanzi, per lasciarsi morire di inedia, tanto più che gli arrivavano solo gli scarti peggiori, ma se ci provava, il Capitano gli faceva tornare l’appetito coi ferri roventi. Non c’era scampo, pur di farlo smettere tornava ogni volta a mangiare. E non menzioniamo il fatto che il buco era anche la latrina del posto.

Se qualche ferita si infettava, solo allora il Capitano mostrava compassione, non poteva certo rischiare che il suo unico spasso e passatempo ci rimettesse la pelle; allora lo curava, lo trattava meglio, lo rimetteva in sesto, e solo allora ricominciava coi tagli, le bruciature, le frustate.

Dopo diciotto mesi in tali condizioni di quello che una volta era un essere umano, giovane, speranzoso, e per di più onesto e fedele, non era rimasto nulla. E non sarebbe più tornato indietro. Nessuno può vivere quell’inferno senza conseguenze permanenti. Il Capitano gli parlava, a volte, della nave che prima o poi li avrebbe riscattati, lo avrebbe lasciato andare allora, sarebbe stato libero. Squirrel non diceva una parola, però a volte iniziava a piangere con una bocca da cui mancavano denti, lurido. E il Capitano di solito attaccava a ridere di gusto, come era d’uso di fronte alla sofferenza del giovane, ma altre volte si mostrava diverso, pareva come che gli dispiacesse di aver fatto quello che aveva fatto.

Sia come sia, un bel giorno, una nave passò proprio vicina al posto, il Capitano si fece notare; col cannocchiale si rese conto di essere stato visto. Sull’imbarcazione inglese stavano armeggiando per mandare una lancia in ricognizione, a salvarlo.

Trevor prese a correre, veloce! Si procurò un barilotto di acquavite che bruciava come l’inferno, giunse dal compagno gridando in preda alla felicità “la nave, la nave” quello guardava stupefatto come un cane curioso. Poi prese un’accetta, aprì il botticello, ci inondò Squirrel, che fino ad allora non aveva provato alcool, prese la lampada a petrolio e gliela lanciò addosso facendone una torcia umana.

In pochi secondi di furore il corpo del mozzo che lottava contro le fiamme non si mosse più, Trevor non ci badava, prendeva con sé questo o quello, contava le monete, ne nascondeva altre, si organizzava per la partenza.

Staccò la catena dall’albero, tirò e venne pure l’altro pezzo attaccato al cadavere carbonizzato, la gettò tra la vegetazione.

Si dispose all’incontro con i salvatori.

La lancia giunse presto, e con essa le domande. Nome? Ne diede uno falso. Ragione della presenza sull’isola? Un naufragio, mercantile olandese! Solo? Sì! Cos’era il fumo? Una pira funeraria, affermò: “La pira dell’unico compagno che avevo; è morto ieri, purtroppo non ce l’ha fatta, proprio quando saremmo stati in salvooooo!” Pianse, singhiozzò forte.

Gli inglesi erano sospettosi, sono sempre sospettosi, volevano andare a vedere. Ritrovarono il corpo nel buco, deceduto, la catena tra le fratte, chiesero spiegazioni. Il Capitano seppe essere convincente. Il poveraccio era in deliquio da giorni, febbre e diarrea; aveva dovuto legarlo alla brandina perché non si facesse del male, ed aveva a disposizione solo una catena lasciata lì da chissà chi. Trevor non piaceva a nessuno della marina inglese, ma lo presero con loro, non potevano certo lasciarlo lì.

Questa fu la storia del Capitano Trevor, non altre. Le altre sono tutte false! Sparì! Diede un nome falso, di un appartenente a un mercantile effettivamente naufragato in quella zona, ne inventò uno per il mozzo, insomma, la storia reggeva, per quanto dubbiosa. Nessuno seppe mai il motivo dell’ammutinamento e dell’abbandono, probabilmente voleva fregare la ciurma sulle divisioni degli incassi, forse fu una mossa per sparire, con qualche complice sul suo brigantino; sarebbe stata una gran mossa, per liberarsi di un’identità scomoda, dileguarsi. E pure probabilmente avrà comprato un’attività, con l’oro che aveva da parte, si dice avesse anche pietre di una certa rarità, rubate ovviamente.

Vi chiederete come faccio a sapere questa storia. Nessuno potrebbe esserne a conoscenza, mi si dice spesso. Certo! A meno che non siate il terzo sull’isola! Io c’ero da qualche mese prima, da un mercantile olandese, avevo trovato la grotta-dispensa, già il primo giorno, in ricognizione del posto, mentre cercavo di vedere come sarei potuto riuscire a sopravvivere lì. Ebbi il buon senso di non rubare altro che il necessario per sopravvivere, anche quando ero da solo, non si sa mai… poi riuscii a non farmi sorprendere. Dapprima volevo parlare col Capitano, ma ebbi la buona idea di osservarlo prima di uscire allo scoperto, per vedere che tipo fosse. Cosa che poi decisi di non fare mai! Lo vidi eccome che tipo era!

Vidi tutto! Vidi tutto sera dopo sera, senza essere mai visto. La natura umana, senza freni, quello che pochi hanno occasione di contemplare nella vita. Forse col mio vantaggio avrei potuto fare qualcosa? Rubare una spada, minacciare il Capitano, duellare con lui o sottrargli una delle due pistole e sparare? Anche a tradimento! Avrei liberato Squirrel, io! E poi? Avrei dovuto uccidere il Capitano. Ci pensai tutto il tempo, specie quando sentivo le urla del malcapitato, ma questi sono gesti per gente intraprendete, coraggiosa. Avevo paura, il Capitano mi avrebbe fatto fare presto la fine dell’altro pure a me, ebbi terrore! Non mi mossi mai. Ci pensai sempre, sera dopo sera, per diciotto mesi, ma non mi mossi mai. Mi raccolse un’altra nave solo pochi mesi dopo, un mercantile francese; non me la sentii di mostrarmi agli inglesi, di farmi vedere dal Capitano, anche se i militari mi avrebbero protetto, e sarei partito prima. Lui non avrebbe potuto fare nulla lì per lì, sarebbe solo rimasto di stucco a vedermi; ma preferii attendere, forse una volta in porto lui mi avrebbe cercato, sapendo che sapevo tutto, magari pure accoppato. Perché rischiare?

Quando ormai ero tornato ad essere solo, non mi dispiaceva affatto, ma devo essere onesto, mi mancava tanto, tanto il brivido di spiare!

Quell’isola deserta, per un breve periodo, fu piuttosto affollata:  c’era un Capitano e c’erano anche un cane, e un topo.

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