CANTO DI NATALE. F.P.F.

Tutti fanno più o meno finta che il Natale non gli piaccia, quando invece è inevitabile che piaccia a tutti. A tutti! Anche chi lo critica, se ne lamenta, o lo detesta pure con certa sincerità, non potrebbe mai negare di percepire un certo piacere nel poter mostrare la propria ostilità verso un determinato periodo dell’anno e in esso convogliare con tale comoda facilità tutta la contrarietà a quella società soffocante e conformista che per il resto dei giorni ti strangola senza dare appigli concreti.

Durante le altre epoche dell’anno non sapresti proprio esprimere così efficacemente e in modo altrettanto motivato e perentorio, ben indirizzato, il tuo dissenso che di colpo diviene efficace e determinato. È il Natale che ti serve! Che diresti? Banalità del tipo: che detesti tutti? Tutti i giorni? Che poi non è vero! Nessuno detesta tutti davvero, e meno che mai sempre, semmai riesce a detestare se stesso in modo più o meno intenso e coerente per la maggior parte del tempo. E cercare compagnie non è altro che un fuggire dalla noia di se stessi, questo non è certo amore per gli altri.

Personalmente a me la recita natalizia piace molto. La odio tanto! Ne faccio parte come chiunque e la osservo con un certo aggrado, celato sotto l’aggrottato cipiglio. Le vie del centro piene di gente così polarizzata: femmine ricche in stivali scamosciati con tanti pacchettini infelici, con i visi lunghi e tesi, le labbra truccate e impeccabili, i cui bordi esterni scendono in giù, da maschera tragica. Hanno il passo svelto e agitato per finire il prima possibile il giro di negozi e lo sguardo solipsisticamente impegnato a rievocare tutto lo scibile che le loro minuscole e rade cellule nervose possono contenere: accontentare tutti senza correre il rischio di dimenticare nessuno. Immagino sempre le loro paure e le gaffe inevitabili in cui incorreranno nei giorni di festa in società, tra parenti che odiano, come tutti li odiano e attendono solo un passo falso.

Oppure la gente povera che sente certa ripugnanza verso il teatrino di buone maniere di cui sopra, ipocrita, e gira imbronciata e scontenta, ostentando forzosamente di fare a meno di tante manfrine e simulando superiorità. In nessun punto dell’anno la società è altrettanto coesa nello sconforto e lo scontento. Altrettanto insincera! È un miracolo!

E poi pare che a Natale tutto sia lecito, è forse più simile al carnevale tradizionale di quanto lo sia quello attuale. Non potresti mai vedere tanta paccottiglia tutta insieme tollerandola senza dire una parola, tanta plastica, luci, musiche diverse e orribili, ognuna amplificata da esercenti parsimoniosi fuori dalle vetrine a pochi metri l’una dall’altra, scampanellii, costumi sformati e logori di tessuto scadente. E nessuno mai accetterebbe le pubblicità per il centro della propria città diffuse da altoparlanti stile soviet. In nessun momento dell’anno potresti intrasentire quella stonatura che rende percepibile il rumore monocorde della vita, scambiato dall’abitudine dell’udito per silenzio e le contraddizioni che permeano e fondano la nostra società.

È solo divertente vedere in tv opere, cartoni, film, basate sul “Canto di Natale”, con lo Scrooge di turno che si redime e la tua amministrazione pubblica che vende uno spazio pubblicitario alla Compro Oro, la quale ti invita a consegnare i tuoi pegni per acquistare qualche ammennicolo che ti eviti la brutta figura che paventi in società. La redenzione è dei racconti! È bello saperlo e tornare ad apprenderlo anno dopo anno, di essere immersi nell’egoismo e l’avidità più granitica e costretto ad accettarla. Semplifica la vita l’assunzione reiterata di tale nozione, il non avere scelta rilassa, mette al sicuro dall’inganno della speranza.

Poi miracolosamente i bar si riempiono, la tua tristezza di avventore abituale brilla peggio delle lucette, ti senti fuori posto a casa tua, non ce la fai a sbronzarti fino in fondo come vorresti, sei osservato.

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