Capodanno al Paese della Tristezza

La musica noiosa di un perverso carillon infernale; ecco una società finalmente costellata di appartamenti disabitati e migliaia e migliaia di senzatetto.

Ce la abbiamo fatta! Uguali! La disuguaglianza e la disperazione rendono quasi tutti uguali! La miseria unisce nell’indebolimento dell’inedia. Accendi l’unica sigaretta della settimana, ti hanno salvato dal cancro togliendoti gli spicci per il tabacco, ma la cecità è nascosta sotto il lattiginoso cicchetto al metanolo distillato male in campagna.

Uno sguardo, un sorriso accennato, è festa; il bidone è acceso al gelo pervinca della nostra delusione.

Nel raccapriccio notturno un nerboruto camerata che non si vedeva da tempo ti si fionda incontro sbilenco e a braccia aperte con una fiasca a tre x di pessima acquavite ficcata sul pollice destro, è ubriaco, è malinconico e felice al contempo. Quando si beve…

Un’amante verde luna e promiscua all’angolo della strada gioca a non riconoscere nessuno dei suoi mille uomini, è ubriaca anche lei.

Intenso un odore, come mazzi di campestri spighe di lavanda gastrica, invade l’aria; il trabucco artigianale del connestabile pluridecorato dal Pontefice, da mafia e camorra, lancia vibrando incandescenti zucche di Halloween nella notte, riciclate dalla festività precedente; avanzi fiammeggianti che esplodono allegri in aria senza fare un rumore e vomitando nell’oscurità faville insanguinate, coriandoli e nastri di mille vivaci colori.

È proibito fare rumore a capodanno, il silenzio è libertà!

Si inaugura il nuovo anno. Sottovoce: hurrà, hurrà! Uguale al precedente: hurrà, hurrà; uguale al successivo… e così via.

In panciolle sul wireless si rimugina già intossicati, a lume d’un olio giallo, amaro come bile, sugli errori inevitabili della vita; a scacchi perde chi commette l’ultimo errore, come sarà… qui paiono perdere tutti!

Alla lunga però si trionferà! Asserisce affaticato, maneggiando il tosaerba l’alacre. S’ostina ligio a falciare prati di arti di paglia ghiacciata coperti di stoffa grigia. I cadaveri del passato infestano la mente indebolita. Di quale splendido tweed sono fregiati i nostri innocui spaventapasseri dallo sguardo arcigno e insincero!

Ostile più di tutti, falso mecenate, a cena masticando acqua verde alga e croccante col suo motore mandibolare di vanadio a sei ganasce, gonfio manco fosse un dirigibile e avido di crusca per topi come di champagne di marca, il capitano del relitto nazionale imbandisce un sermone noioso fino allo sfinimento, al quale cadaveri frenetici, dai sordi orecchi farciti di cotechino, applaudono entusiasti, muovendo il più rapidamente possibile i loro trasparenti e intricati fili di marionette esagitate.

Lo shock termico di quelle zucche chimiche brucia col suo arcobaleno notturno di radiazioni arancioni le retine e la pelle di quelli che ci tengono davvero al futuro, ma se te la prendi per la scena, è che non hai capito l’inutilità assurda del mondo e ti sta bene ustionarti ancora.

Vattene pure! Incespicando sul selciato di ciottoli ti romperai ripetutamente il setto nasale! Il fallout nucleare del marciume di qui ti raggiungerà lo stesso ovunque tu sia, se hai il tarlo del senso; il mieloma dolce del tempo rubatoti, ti farà marcire il midollo limaccioso delle ossa come fosse segatura umida.

Non esiste via d’uscita a questa trasognata pazzia, lo sanno tutti.

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