XI

Un albero, e senza fare alcun rumore, mi era esploso quasi in faccia… a una ventina di metri, dai! Come un fuoco d’artificio, i rami partivano dal centro e si estendevano per metri, poi un altro albero e poi tanti, tutti di colori diversi, come in autunno. Il giallo era quasi accecante, tanto era vivido e illuminato, ma c’era una tale parata di tinte, verdi chiari, rossi accesissimi, stagliati sul cielo di smalto pomeridiano azzurro al primo giorno di freddo, che rimasi imbambolato fino che non fece scuro. Continue reading “XI”

IX

Dopo l’invenzione del telescopio, l’Imperatore, preoccupato che le sue novelle -e francamente rivelatesi sorprendentemente vaste- dimensioni potessero provocare grave detrimento al benessere mentale dei suoi sudditi e spaventarli, decise, a mezzo di un editto, di tagliare a metà l’Universo e proibì che si guardasse ad est. Continue reading “IX”

III

Quel drago della battaglia aveva bevuto già molto idromele dei corvi, in innumerevoli fragori di lancia, quando ne afferrai l’elsa con la sinistra e finsi di essere un guerriero per circa un sei secondi; quali i motivi per versare tanto dorato mare delle ferite, ammassare lacrime di Freya che splendenti come maledizione del bosco avvelenano le pietre dell’umano valore? Continue reading “III”

II

Se dovessi fuggire da qualunque posto, fuggirei travestito da immondizia. È prodotta ovunque e chi non riuscirebbe a confondersi bene col pattume? Specie dopo una certa età. A me va proprio a genio, lo dirò. Quel tale però, il macellaio cannibale lo prese. Erano pure altri tempi e ci stava la carestia.  
A proposito! Dopo il Tamigi, mi stavo completamente scordando dell’Africa nera. Dunque, quando la mia avventura era voluta iniziare non ricordavo più nessuna lingua in particolare, probabilmente il mio linguaggio suonava agli autoctoni di ogni dove come il rumore bianco della tv, e non solo a loro. Come il Nimrod del Pozzo dei Giganti, ormai non parlavo che un idioma comprensibile solo a me stesso e del pari non capivo nessuno. Come era? “Raphèl mai amècche zabì almi” più o meno così ero stato tagliato fuori dal mondo. È tipico, non è da farne un dramma. Continue reading “II”

I

Anche così da vicino, specie così da vicino, il pallore quasi cadaverico di quella stella metteva proprio una tristezza infinita. Mi sentii subito esausto, non si riusciva a pensare ad altro che a quanto sarebbe dovuto essere patetico un pianeta che avesse avuto la disgrazia di doverle ruotare attorno. Quella sua aura offuscata di sfortuna fino al grigiastro metteva a disagio e provocava uno sgradevolissimo senso di schifo. Probabilmente il suo scialbo cielo sarebbe stato nebuloso, lattiginoso, perennemente appannato e in grado di generare solo vermi, spossati e flaccidi. Continue reading “I”

Ero al bagno che riflettevo sul cono di Tlön, quando sento mia moglie e mia figlia gridare; mi giro rapido, il cono pesantissimo cade con un tonfo; attraverso come uno spettro il muro che mi separa dalla sala da pranzo; dietro l’angolo a quattro dimensioni del grosso camino vittoriano voluto da mio padre, qualcosa si sta consumando. Chiedo, accorato: la gatta più piccola è morta soffocata. Lancio un grido che mi sveglia e immediatamente sono del tutto lucido; penso a quanto odio la vita e i suoi trucchi bastardi. Pieno d’odio come sempre, per qualche ragione il pensiero vira e mi rendo conto di non riuscire più a vedere gli esseri umani in altro modo che come primati, come stupide scimmie irritanti. Il mio disprezzo è così profondo e compatto, il mio amore per i felini così esagerato, nel contrappunto, che immagino di essere intrappolato, addormentato, che un giorno mi sveglierò definitivamente; allora l’uomo sarà di nuovo stato creato dalla spuma del mare, o figlio di dei, o qualunque altro bel mito scemo, dimenticato si rivendicherà. La porta per il risveglio è stretta e dura, mi suggerisce bisbigliando la gatta che è viva e mi punta coi suoi bei fari di luce verdastra nel buio delle quattro. La sua arcata ha la strana forma di una pallottola, la durezza del metallo e percorre a ultrasuoni la via che spappola un cervello; è la maniera più pratica di sterminare il primate abominevole, continua. Ma io già penso ad altro, a Maldoror, e mi assolvo dal non aver ancora dismesso tutte le pacchianate e le lagne adolescenziali, sapendo di fingere che la loro polvere sia segno di elasticità mentale e persino speciale resistenza all’invecchiamento. Ma una sola cosa è davvero importante, abbraccio la piccola dea della giungla, la gioia che sia ancora con me supera ogni vicenda. E dopo un secondo lei, creatura superiore, si dimena e se ne va saltellando come se non fosse successo nulla.

My First Thousand Years of Hell

The worst of boredom is to listen to the dreams of others, the worst of rudeness is to force others to listen to them, but nobody is forced to read, by writing.       
One night a strange character appeared to me and told me what follows. To be precise, he was writing all this and I was reading over his shoulder. And for even greater precision, he wrote in a “universal” alphabet and language, I shouldn’t have understood, but I understood all the same, perfectly. It was vivid and bizarre.

“…en un plazo infinito le ocurren a todo hombre todas las cosas”. J. L. Borges

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I Miei Primi Mille Anni di Inferno

La peggiore delle noie è ascoltare i sogni altrui, la peggiore delle mancanze è forzare altri al loro ascolto, ma non si forza nessuno alla lettura, con la scrittura.    
Una notte uno strano personaggio mi è apparso e mi ha raccontato quanto segue. Per la precisione lo stava scrivendo e io leggevo da sopra la spalla. E per ancora maggior precisione, scriveva in un alfabeto e una lingua “universali”, non avrei dovuto capire, ma capivo lo stesso perfettamente. È stato vivido e bizzarro.

“…en un plazo infinito le ocurren a todo hombre todas las cosas”. J. L. Borges

 

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