I

Anche così da vicino, specie così da vicino, il pallore quasi cadaverico di quella stella metteva proprio una tristezza infinita. Mi sentii subito esausto, non si riusciva a pensare ad altro che a quanto sarebbe dovuto essere patetico un pianeta che avesse avuto la disgrazia di doverle ruotare attorno. Quella sua aura offuscata di sfortuna fino al grigiastro metteva a disagio e provocava uno sgradevolissimo senso di schifo. Probabilmente il suo scialbo cielo sarebbe stato nebuloso, lattiginoso, perennemente appannato e in grado di generare solo vermi, spossati e flaccidi.

Avrei potuto pensare a tutto, a ogni cosa, ero bravo, invece mi tornò in mente la marmotta. Esaminai con perizia quasi da dottore la mia insensibilità, e mi ripetei che sarebbe stato normale pensare a quanta gente era morta, e specie a lei, vittima anonima tra vittime del pari anonime, non capita tutti i giorni un’estinzione, purtroppo; al contrario, non sentii niente. Non mi importava e nemmeno un po’ di tristezza mi venne. Non mi sforzai; mi rendevo conto che la mia stitichezza emotiva era affatto una cosa nuova, avevo già smesso di sentire affetto per quell’animale da un pezzo, pure da quando ero ancora certo di poter morire; le loro vicende mi avevano esaurito, non ero più capace di discernere, selezionare niente di buono, o di remotamente salvabile.

Quando se ne era andata, ero un altro, ero ingenuo, candido fino all’idiozia; allora mi dissi con superbia titubante che non avrei mai dimenticato neppure un dettaglio di lei, una virgola, che non sarei mai cambiato. Invece non riuscivo già a ricordare davvero bene nemmeno i suoi tratti essenziali, un sorriso, il volto. Il mondo ti fa a pezzi; se hai un atteggiamento del genere, ti fa a pezzi e ci prova gusto. È comprensibile.  

Il mondo va al contrario, si dice. Ma io pure… da sempre avevo iniziato a sentire la mancanza di tutti i miei animali domestici quando erano ancora con me, perché sapevo che prima o poi non lo sarebbero più stati. Non aveva senso. Me le cercavo!? Stavo realizzando di essere terrorizzato dalla morte e dal suo opposto, che avevo chiamato athanofobia.

Sapevo che una reazione accettabile a quanto stavo vivendo sarebbe potuta essere di gettarmi a terra disperato, chi si sarebbe permesso di giudicare? Io!? Invece, non feci altro che mettere un vinile sul giradischi; la copertina diceva “Sword, Sweet Dreams”. Il domestico slavo col suo solito fare furtivo aprì la porta silenzioso.
Fosse stata casa mia non avrei mai permesso a un tipo del genere di entrarvi, ma non era casa mia e non avrei comunque permesso nemmeno a nessun altro di entravi se lo fosse stata.
Esaminai un po’ il mio rapido decadimento mentale, i cocci delle mie memorie a pezzi, le misteriose dinamiche che le reggevano a mia insaputa. L’immagine di lei sbiadita, la marmotta, invece, esatta per filo e per segno, pelo per pelo, la faccia buffa, la pelliccia morbida, i denti ridicoli. Sentii un affetto infinito per quella palla di pelo, mi toccai la guancia e ci trovai una lacrima; mondo bastardo!

Insomma, io ero a buon titolo un titano della sconfitta, un arconte dell’impotenza, quasi un semidio ormai, del tutto invincibile, un Ercole, e potevo permettermi di disprezzare e apprezzare quello che mi pareva.
Pur detestando l’esistenza, o proprio per quello, amavo molti animali per le ragioni più disparate, il topolino saggio, il tasso baldanzoso, il tordo buono, ma mi fece piacere ripensare al perché amassi più di tutti le tigri e meno di tutti i primati. I primati sono brutti, le tigri belle, ricordai con soddisfazione da arbitro dell’eleganza. Sognavo che un bel giorno le tigri li avrebbero divorati tutti. Invece erano morte le tigri prima. Roba del genere non dovrebbe succedere.

Con me in carica non succederebbe. Un animale potente, un simbolo di forza, non dovrebbe mai e poi mai essere soggiogato. Avessi inventato io il mondo, d’accordo, non lo avrei inventato, ma semmai non avrei reso possibile certi abomini, mai permessi. Tutte quelle umiliazioni subite, non le tolleravo. Guarda il leone della MGM, povera bestia!

Ero pieno di risentimenti, questa la evidente verità; così pieno, che mi davano più fastidio le disgrazie di altri che le mie, l’impotenza di altri che la mia. Alla mia mi ci ero abituato e la sapevo gestire, da prima di studiare alchimia, potevo pure convincermi di meritarla, ma una tigre? Non potevo accettare che una tigre potesse essere uccisa, soggiogata, sedata; il solo pensiero mi provocava un’irritazione incontenibile. Gliel’avrei fatta vedere io! Io gliel’avrei fatta vedere a quei bastardi, li avrei polverizzati con un soffio, carbonizzati col solo sguardo, quelle scimmie insopportabili e glabre.

Per calmarmi presi un foglio; iniziai a scrivere, “lista di cose che mi piacciono”: porte, chiavi, serrature, toppe, vetro, pipe, stilografiche, rompicapo, paradossi. Dall’altro lato: “lista di cose che non mi piacciono”: bandiere, polvere, rubinetti… Qualcuno bussò alla porta. Andai ad aprire a passo svelto e rumoroso, agitato. Era un enorme corvo nero come l’abisso, dietro di lui, l’abisso. Annuì, sorrise; strinsi i denti e quasi spaccai la maniglia in ceramica e azulejo con la mano per la rabbia di essere stato interrotto per così poco: “non faccio uso di droghe”, scandii ad alta voce quasi urlando, alzando frenetico l’indice della sinistra e chiusi la porta con decisione, quasi sbattendola: “Good day, sir!” Petulanti bottegai!

Tornai al tavolo, il viaggio era lungo, fuori dall’oblò il Tamigi si versava senza fine nell’oceano; le acque dolci si mischiavano alle salate in mille vortici appena verdastri e fangosi e fui preso da una paura smisurata e da vertigine; il fiume era una via d’acqua dai contorni definiti, un filo d’argento appena ingiallito e luminoso che rassicurante e piacevole ti cullava su una brutta cicatrice della terra; l’oceano era sterminato, pareva infinito e avevo il terrore che mi sarei perso come era successo altre volte. Come detestavo perdermi!

Mi resi conto di aver afferrato i braccioli in cuoio scuro della poltroncina come se con essa stessi per precipitare dalle cascate del Niagara; mi vergognai con me stesso e li mollai ridandomi un contegno. L’Africa nera mi stava aspettando.
La paura si vince solo col contegno, sapete, con la dignità, non è che puoi farla fuori, rimane lì, la stringi e la comprimi forse col carisma, forse con la vergogna, o semplicemente con l’eleganza, fino a che non diviene piccola e scura come una pallottola di piombo che ti perfora solo all’imboccatura dello stomaco.  

Una volta mi persi nella tundra; vagai per quaranta giorni, tra ghiacci e lupi, senza mangiare un boccone, zoppicando, quasi paralizzato dal gelo e val vento. L’ultimo giorno incontrai Gesù; le botte che ci demmo! Alla fine ci lasciammo da buoni amici però, giurando che ci saremmo rivisti. 
Poi mi trovarono i tartari; giunsi alla corte mobile dei mongoli la sera stessa, mi accolsero nella tenda comune con evidente disprezzo. Erano vigorosi e di oltre una spanna superiori a me in tutto: più rossi di ardore, più agili, più veloci, più feroci e coraggiosi, fieri e incivili; ricordo che tolleravano poco o niente il mio evidente pessimismo, le mie lagne. Finirono per odiarmi. Ero talmente sconfitto su tutto che la cosa li disarmava. Ripeterò che sono invincibile.
Ma fu lì che imparai a darmi un contegno, mi raddrizzai nonostante la gobba; mi fece male forzare tanto la spina dorsale curva dalla nascita, nell’Occidente, scrocchiò a ritmo accelerato come un acero abbattuto nella foresta.

Apprezzarono il tentativo, ma immediatamente dopo persi la vista, invecchiai di colpo e mi portarono in sella fino a un monastero dove spesi parecchi decenni a scrivere l’Odissea. Quando non si parla bene una lingua si esagera nell’uso di volgarità.

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