PILLOLE DI DANTE, Appendice IV: Chi bestemmia non ragiona, chi ragiona non bestemmia

Chi bestemmia non ragiona, chi ragiona non bestemmia. Questa scritta, apparentemente condivisibile, campeggia sulla chiesa dei frati di Ascoli.

Sarebbe da subito e intuitivamente condivisibile in virtù di un ragionamento assai semplice: chi crede in Dio non avrebbe motivo di bestemmiarlo (è lui che gli ha dato la vita ed è infinitamente buono) e chi non crede, non ha motivo di farlo dato che, appunto, non credendo nell’esistenza di tale ente cadrebbe in una banale e stupida contraddizione con le sue affermazioni, bestemmiando qualcosa che afferma non esistere. Fine del ragionamento.

In effetti ci sono altri punti di vista da poter considerare. Il primo potrebbe essere quello di credere in un Dio (cioè un ente con una volontà e una potenza infinita, reggitore del mondo e creatore dello stesso –Natura, fisica e affini-) ostile e malvagio, ed in tale visione la bestemmia, pur impotente, avrebbe un “senso”, sarebbe una ribellione del tutto inane, inutile, a chi ha dato sia l’esistenza che la capacità di comprendere le cose, arrivando ad una conclusione e a un’ostilità frustrata e impotente, ma “sincera” e ben strutturata.

Arruffianarsi un Dio del genere non bestemmiandolo appare, oltre che inutile tanto quanto bestemmiarlo, meschino, e quindi la scritta di cui sopra sarebbe già da vedersi in altro modo che in quello primo e intuitivo che viene in mente dopo secoli di martellamenti cristiani.

Il secondo potrebbe essere che “Dio” non essendo altro che un concetto, per un ateo, come tale, come concetto, esiste (e solo in tal modo esiste) e pertanto può ben essere bestemmiato, proprio ragionando e dopo attenta osservazione della realtà e della storia del mondo. Ciò in quanto può essere considerato un concetto che ha portato, nella storia umana, più svantaggi che benefici (arretratezza, remissività, paura, intolleranza, etc.) e come tale va auspicata la sua rimozione dalle de-menti dei cittadini; e fintanto che “esiste” in esse, può ben essere vituperato per infastidire, o svegliare, il prossimo passivo che ne procrastina l’inevitabile fine sull’altare del progresso umano, o anche solo per gusto personale.

Questo riassumendo proprio all’osso, e accettando il rischio di fare una pessima figura, dei concetti e dei ragionamenti che dovrebbero essere molto più sviluppati.

Anche puntare sempre sul cattivo gusto intrinseco nella bestemmia, per limitarne l’uso, non è che un ricattino col quale si cerca di non essere infastiditi, se credenti, dal punto di vista esacerbato del non credente immerso in una società bigotta.

Credenti che, mi piace ricordarlo, affermano di rispettare gli altri punti di vista solo quando sono inevitabilmente costretti a farlo, non per moto spontaneo e sincero, e solo per poter avere garantito il rispetto totale e tombale su ogni scempiaggine che loro possano affermare.

Dal mio punto di vista il rispetto non è affatto necessario, basta la tolleranza, che però deve fermarsi alle parole. Deve essere sempre garantito a tutti di poter esprimere, su ogni oggetto cognitivo del mondo, la propria opinione, per assurda che possa apparire e con essa anche ogni ostilità. E Dio non è che un oggetto tra gli altri verso il quale si può avere avversione, antipatia, simpatia, schifo, ripugnanza, adorazione, come per ogni altro: calcio, rock, arte, filosofia, etc.

Deve essere garantita solo la reciprocità! Se devo contemplare uomini sandwich che affermano che il rock è satanico, pericoloso, da criminali, e degenere, ok, ma devo ben poter dire un Porcoddio senza subire conseguenze. E ciò comprende le divinità di altri luoghi di cui possa venire a conoscenza, in quanto il concetto di “appartenenza” (non puoi parlare di Hallà perché non sei musulmano) cede dinanzi al fatto che conosciuto un qualcosa, posso ben farmi un’opinione su di essa, per erronea che sia, e deve essermi garantito di poterla comunicare se credo.

Ma ora l’ultimo argomento che mi interessa accennare e di cui vorrei trattare verte su Dante e sulla bestemmia nell’Inferno (sua opera). Un autore cristiano.

Sappiamo bene che i bestemmiatori (in vita) hanno luogo e pena determinati come dannati nell’opera dantesca, e sono relegati al settimo cerchio, quello dei violenti, e tra essi nel terzo girone (violenza può darsi, contro il prossimo, contro sé, e poi contro Dio, Natura e arte, figlia dell’uomo, e quindi nipote di Dio, figlia dei suoi figli). Tra i bestemmiatori violenti contro Dio, ovviamente, uno in particolare attira l’attenzione. Continuando a vantarsi, pur da dannato, della propria superiorità sull’Eterno, ecco rappresentato in terzine il gigante Capaneo (personaggio del ciclo tebano), che continua, quindi a bestemmiare pure da morto.

Ma all’Inferno il gigante non è l’unico a bestemmiare, anzi, la bestemmia appare per la prima volta nel viaggio iniziatico di Dante già al Canto terzo, cioè non appena si entra all’Inferno (per i primi due Canti se ne era rimasti fuori, se ben ricordiamo) laddove le anime si ammassano sulle sponde dell’Acheronte e devono essere traghettate, cioè non appena scoprono di essere state dannate per sempre. Similmente si torna a bestemmiare in massa dinanzi al burocrate infernale Minosse, che ascolta confessioni complete e spedisce ogni anima alla sua pena specifica. Tutti i dannati, insomma, bestemmiano duro!

Una bestemmia specifica ancora più odiosa di quella di Capaneo, poi, è quella del vigliacco e ladro Vanni Fucci, che insulta Dio con dei gestacci. E infine bestemmia pure il traditore Bocca degli Abati, quando viene inavvertitamente calciato dal pellegrino oltremondano mentre espia stretto fino al collo nel ghiaccio di Cocito gli avvenimenti di Montaperti. Dante gli fa male, e lui bestemmia.

In tutti  i casi la bestemmia è da considerarsi reiterata ossessivamente, ed è, in un certo senso, parte integrante della pena di dannazione. La bestemmia in forma di litania è di origine biblica.

Se vediamo, però, il punto di vista di un dannato cristiano con gli occhi di oggi, vediamo un soggetto, un essere umano, che per errori e atrocità realizzate in vita breve, si vede costretto a pene eterne e quindi, a nostro intendere odierno, sproporzionate. Intendimento che, poi, sarebbe stato fornito all’uomo, dallo stesso Dio che si spaccia come “giustizia infallibile”, e che ama, quindi, comparire se non direttamente “ingiusto”, per lo meno “incomprensibilmente giusto”, che è lo stesso.

Se poi con una mentalità oggi non dico diffusa, ma neppure tanto esotica, consideriamo la nascita come una violenza agita su un soggetto che è “costretto” a nascere, ma che non lo sceglie affatto, la bestemmia assume un carattere di certa legittimità ragionata. Il contrario di quanto affermano i fratacchiuoli piceni.

Il dannato si trova a dover trascorrere, senza averlo scelto affatto, una vita che non ha chiesto e che gli sta a cuore per conformazione naturale, in essa agisce, tra gioie e dolori, pur di andare avanti come meglio crede e può, e alla fine di essa avrà dolore eterno.

Cosa altro potrebbe concludere, lui, che sa di tutto non altro che quello che ha visto e vissuto, se non di essere stato preda di un grande, colossale, e crudelissimo raggiro? Una truffa illimitata e spietata? Che Dio è un infame?

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