Ciò che piace a me

downloadNon amo parlare di me, ma lo dirò: sono una persona schiva e di gusti semplici, forse anche un po’ insani; di certo non lussuosi!

Ciò che più amo in assoluto è la fissazione di un significato in forma esterna durevole, come ora faccio, in genere usando strumenti automatizzati di elaborazione dati. Il resto è solo banale.

Ogni volta che posso, sostengo il mio metabolismo a base di ingestione di ingenti quantità di tessuto animale, principalmente muscolare, a seconda dei casi composto tra il 20 e il 30% di proteine, che assumo per via orale previa frantumazione dentale, e dopo averne già denaturato la struttura in un procedimento a calore (se possibile della durata di almeno seicento minuti primi), a base di dispersione colloidale di particelle solide da combustione di tessuto vegetale, costituente del fusto delle piante del genere Carya, della famiglia delle Juglandaceae.

Per l’idratazione interna, evito recisamente di affidarmi al semplice monossido di diidrogeno, che uso solo per pratiche esterne di igiene personale, unitamente al materiale che maggiormente amo al mondo (sale di sodio o di potassio di un acido carbossilico alifatico a lunga catena), e ingerito tollero solo in versioni estremamente sature di anidride carbonica. Prediligo, invece, bevande ottenute dalla fermentazione di mosto a base di malto d’orzo, aromatizzate al luppolo, che sono solito versare in vari oggetti, composti da un solido amorfo trasparente di solito dalla delicata forma che ricorda l’organo riproduttivo delle Angiosperme.

Dopo la reiterazione abbondante di questa pratica “luppolata”, sono solito mescolare in H2O allo stato solido, formato in esaedri piuttosto irregolari e contenuti nella parte inferiore di un Cobbler in acciaio, del distillato di granaglie aromatizzato principalmente con un genere di Cupressaceae piuttosto comune, chiamato ginepro, con aggiunta di tracce di liquido d’uva alcolico aromatizzato alle erbe.

Ho l’abitudine, ma non la dipendenza, di inalare il frutto della combustione di foglie di nicotiana, ma non mi accontento degli usuali cilindretti di vegetale invecchiato e macinato finemente, poi rotolato in carta di riso bianca con filtro, ma prediligo l’uso dell’antico strumento, oggi più che altro realizzato in radica o erica arborea (un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento eretto) appartenente alla famiglia delle Ericaceae, anche se prediligo quelle in fillosilicato idrato di magnesio, le quali (in entrambe le varianti) permettono la combustione più lenta e aromatica di foglie di maggiore qualità tranciate meno finemente.

Per contrastare l’entropia (come posso), pratico ogni 23 ore 56 minuti e 4,0905 secondi una antica pratica che consiste nell’agitare le braccia in modo razionalmente strutturato, colpendo un bersaglio mobile con il fine di abbatterlo. Ma non è che mi riesca benissimo. 

Al fine di regolare la temperatura corporea, o anche solo di nascondere le pudenda, non ho grandi pretese, di solito indosso capi confezionati col tessuto ricavato da quella peluria che ricopre i semi di una pianta della specie Gossypium, i quali nella parte superiore, molto spesso, hanno impresso (solo fronte o fronte retro) iconiche immagini di dischi in vinile atti alla riproduzione audio, solcati in genere negli anni ‘80 del secolo vigesimo, e che appartengono tutti alla corrente culturale artistica più significativa di quel periodo storico (che ancora prosegue nel vigesimo primo) e comunemente definita col nome generico di quei materiali di solito conduttori di calore e di elettricità, capaci di riflettere la luce e con buona resistenza meccanica.

Insomma, mi accontento di poco.

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