Coglioni nella mia vita, analisi XLIV

Ho visto un sacco di coglioneria nel mondo, sono stato ammorbato dai personaggi più ripugnanti, superficiali, vanesi, arroganti, gretti, pavidi, che si possa immaginare, voglio trarne qualcosa di buono dandoli in pasto ai lettori, e così, almeno, beffarmi di loro. 

Prendiamola alla larga, oggi! Qualunque essere vivente, consapevole o meno di farlo, cerca con le sue azioni un miglioramento –un bene-. Le azioni che non portano alcun bene (soddisfazione di qualche bisogno, appagamento -proprio o altrui-) sono semplicemente erronee, stupide.

Ci sono due situazioni che paiono in contraddizione con quanto sopra sostenuto, perché tutti osserviamo che (1°) si danno, nel genere umano (e non solo), comportamenti generosi da parte di tante persone, e che (2°) non sempre si sfugge il dolore (un male), ma a volte, anzi, lo si cerca di proposito, almeno apparentemente.

Quanto al primo comportamento, considero la generosità null’altro che una forma particolare di egoismo. Uno può essere generoso per voler apparire tale, posto che ciò è considerato dalla specie umana lodevole cosa, e ciò gli apporta (assieme ad altri fattori) una soddisfazione (quindi lo fa per sé), e a volte anche dei benefici materiali alla lunga (quindi si tratta di un calcolo razionale sul futuro), che altrimenti non otterrebbe e che egli deve considerare come più importanti del sacrificio intrapreso.

Lasciamo perdere ora che uno può errare sulla stima “costi-benefici” questo non cambia nulla, dal presente punto di vista, ma dipende dall’intelligenza individuale e dalla possibilità di dominio dei fattori esterni.

Il fatto che la “generosità” si sia diffusa nel genere umano può doversi a fattori genetici: essendo la cooperazione un vantaggio per le specie –per l’adattamento all’ambiente e la sopravvivenza- varie forme di vita hanno sviluppato comportamenti solidali e cooperativi, di gruppo. Il gene del cooperativo si espande, mentre  quello egoista viene lasciato indietro e pian piano il suo patrimonio genetico si riduce ed estingue.

Quando vado a donare il sangue, per esempio, potrei farlo per varie ragioni: una prima potrebbe essere –addirittura- non voler prendere da altri qualcosa, in caso di bisogno, sentendosi in debito (non si tratta di generosità, ma di una certa persino miserabile meschineria). Personalmente credo –e propugno- che il miglior cammino per il futuro dell’umanità (che mi sta a cuore, pure ciò, per una conformazione biologica-genetica innata) sia quello cooperativo e quindi lo mando avanti come e quando posso. E ce ne sono altre di ragioni. Tra cui la soddisfazione (anche gioia) di aver fatto qualcosa che possa far felice qualcun altro. Ciò succede anche con un dono a un bambino, per esempio, il quale fa felice il bambino non più di quanto faccia felice il donante, che si gode la sua espressione e gratitudine sincera e di facile ottenimento.

Ma in sintesi tutte le ragioni del caso fanno sì che il dolore limitatissimo dell’ago, la scocciatura di recarsi in ospedale, il tempo perso, ci facciano sentire meglio di come ci sentiremmo altrimenti (non donando sangue).

Quindi non sono in effetti comportamenti generosi, ma egoistici, egoistici in un particolare modo che diviene apprezzabile, lodevole, perché utile alla società: egoista in modo cooperativo. Ma “merito”: zero! Ci si nasce così. E altri nascono assassini, o coglioni…

Quanto alla ricerca del dolore (cioè il fatto che invece di rifuggirlo uno, a volte, pare inseguirlo) anche questo comportamento è solo apparentemente contradditorio con la regola generale della sopravvivenza e dell’egoismo-edonismo, anche per uno che, come me, possiede in modo molto, molto larvato e flebile tutte le fobie e gli isolamenti tipici di una persona razionale (algofobia, misantropia, misoginia, misofobia, talassofobia, e in genere fobia di ogni luogo naturale non sufficientemente controllato dall’uomo: deserti, montagne, laghi, fiumi, grotte, foreste, etc.).

Mi si argomenta: fai pugilato. Certo allenarsi non è sempre e solo piacevole, anzi, da un certo punto di intensità in poi può essere doloroso. Ma ci sono due fattori da considerare; il primo è che allo stadio attuale dell’evoluzione, un corpo umano, per essere al massimo del –poco- godimento che la natura concede, deve assumere comunque una dose di dolore (quella che deriva dallo sforzo), dato che, se non lo assumesse, il dolore sarebbe ancora maggiore. Se finisci su un divano sarai apatico, scontento, svogliato, passivo, grasso, debole, col cerchio alla testa, etc. non c’è una soluzione del tutto indolore alla “gestione” del corpo! Alla vita. W la Natura!

Certo si potrebbe obbiettare che tra questa considerazione, ed essere disposti a farsi male, ce ne corre. Ed è vero, ma, date le attuali circostanze, unitariamente considerate, e facendo un calcolo prognostico per il futuro, che come ogni altro può rivelarsi errato (ma che ho azzeccato) ho considerato, anche in virtù di passate esperienze (quando da preadolescente leggevo, invece di giocare a calcio, e la gente mi picchiava prendeva per il culo, etc.) che il dolore assunto in allenamento è molto inferiore a quello che deriverebbe dal fatto di non essere capace di difendermi il più delle volte (c’è sempre chi è più forte di te, e nel mio caso molta gente, ma comunque ci si mantiene in una zona di deterrenza che disincentiva molti malintenzionati coglioni) di non poter difendere altri per cui provo affetto e simpatia, di non poter esprimere le mie idee per il rischio di essere aggredito più di frequente di quanto accada ora (la gente aggredisce solo chi appare molto più debole, e chi non rappresenta una minaccia neppure minima, proprio per il discorso fino ad ora realizzato: fuga dal dolore ed egoismo) e una serie pressoché infinita di fattori.

Mi pare logico affermare, che, se non vivessi in questo ancora arretrato e delirante contesto sociale e mondo crudele e competitivo, circondato di tanti miei simili-feccia più stupidi e violenti di me, non avrei alcun interesse a sviluppare le mie doti fisiche oltre il minimo necessario per soddisfare la mia struttura psicofisica e mi dedicherei solo allo studio e all’intelletto. Uno s’allena per diffidenza al genere umano, anche per paura, e non per coraggio. Certo non tirerei cazzotti a un sacco come un perfetto idiota, né mi batterei il petto come un orango (questo è necessario per la copula con altre spregevoli sapiens, cosa che pure dà piacere, infatti).

Tutto quanto sopra per dire quanto considero coglioni tutti coloro che si vantano sovente, ed è una lista nutrita nella mia biografia, di fare “sport da uomini” -orango-, tutti orgogliosi si vantano del loro fisico, belli tronfi, e di superare in prestanza altri esseri umani …non muniti di una 357 magnum. Oggetto che da un certo tempo livella di molto le capacità dirimenti e euristiche degli sport da “machos”, da “uomini” (che cazzata!) realizzati per fini offensivi e “bulleschi”.

E poi vuoi mettere? La soddisfazione ripagatissima di poter dire a una persona prepotente e stupida, di essere prepotente e stupida, senza che essa possa fare proprio un cazzo di ciò che da prepotente e stupido gli venga in mente?

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