Coglioni nella mia vita, composizione XLIX

Ho visto un sacco di coglioneria nel mondo, sono stato ammorbato dai personaggi più ripugnanti, superficiali, vanesi, arroganti, gretti, pavidi, che si possa immaginare, voglio trarne qualcosa di buono dandoli in pasto ai lettori, e così, almeno, beffarmi di loro.  

Al volgere alla conclusione non è stato facile scegliere gli ultimi stati di coglioneria di cui trattare. Si affollavano personaggi vari che non volevano essere esclusi dall’esibizione del circo umano; in lizza c’era un professore di filosofia spagnolo e comunista che era solito adescare, attraverso l’entusiasmo giovanile, qualche pulzella, era dotato di un fascino immeritato conferito da una cieca e stupida “Madre Natura”, c’erano vari preti e monache cattivi e rancorosi, alcuni maschi violenti, milanesi cocainomani, parecchie femmine crudeli, grette e prive di sentimenti, e premeva assai anche l’argomento “lavoro”, in specie attraverso la coglioneria tipica degli sfaticati cronici che divengono esperti di finanza non appena qualcuno se li incolla con qualche contratto fisso. Alla fine sono riuscito a decidermi.

Risaputo ormai è che, salvo quando si fa un discorso estremamente rigoroso, cioè quando si usa il linguaggio della scienza, o quello matematico, e quindi assai di rado, le persone non parlano per comunicare qualcosa di preciso, ma solo per mettersi in mostra ed imporsi; si tratta di una danza, un canto, un verso animale; come i gorilla si battono il petto, o i bufali fanno a cornate, i sapiens discutono tra loro (o fanno finta di discutere). Alcuni argomenti sono particolarmente gettonati per inscenare il duello di ego: politica, economia, sport, religione.

Su tutti i flatus vocis, però, c’è un particolare modo di essere coglioni che è comune a vari ambiti della dialettica ed è il voler competere a chi ha sofferto di più nella vita. Si fa a gara a chi ha avuto la vita più dura, povera, i genitori più apprensivi o menefreghisti, i disagi più rilevanti, anche dovuti a un agio mal gestito, crisi di nervi, lutti, perdite, abbandoni, oppure si parla di “farsi il culo” al lavoro; si fa a gara a chi s’è sforzato di più in un noioso quotidiano a cui è di gran lunga preferibile il suicidio.

Dalla stoltissima competizione alla sofferenza, poi, scaturiscono varie idee e teorie, interpretazioni, filosofie, ciascuno si sente “l’esperto” di qualcosa. Sono tutte idee e teorie pessime, sciatte, volgari, irritanti.

La peggiore e più pidocchiosa di esse che posso, ahimè, ricordare è quella pseudo spiritualista che vorrebbe la “lotta” contro il cancro come un sintomo di speciali qualità personali (mentali), caratura umana addirittura. Le frasi più comuni e odiose potrebbero essere: “ha sconfitto il suo male”, “ha lottato”, e dall’altra parte: “si è arreso”, “non ha voluto lottare”, etc.

La vittima del male “non ha lottato”, chi invece è guarito non è semplicemente stato più “fortunato” e la terapia è andata bene, l’organismo ha reagito in modo più positivo, ma parrebbe aver dimostrato una particolare capacità, forza, persino volontà, intelligenza, insomma una qualità personale che viene in modo veramente becero oggi definita “voglia di vivere”; come se gli altri avessero, invece, “voglia di morire” e magari lasciare mogli e figli prematuramente, fratelli, etc. E come se poi il possedere certe capacità (ammesso che esistano), potrebbe essere considerato di per sé un merito. Discorsi davvero di merda! A volte velati di “orientalismi” risibili.  

È una vita che sento crasse stronzate del genere, e che contemplo sciroccati mentecatti che spesso mangiano macrobiotico e pelano banane con un sorriso banale e fanno yoga, rompendo i coglioni a tutti con la loro insensibile, inopportuna, tediosa, spocchia da santoni e uno spiritualismo sciatto e incoerente. Non possono dimostrare affatto la bontà delle loro terapie o filosofie di vita; la parascienza è ridicola, ma come succede pure a molti medici ortodossi, sarebbero dei gran coglioni a porre il discorso in certi termini anche qualora avessero effettivamente ragione.

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