Coglioni nella mia vita, passaggio XIV

Finalmente qualcosa di personale! Sto invecchiando! Ho visto ambienti di tutti i tipi, palestre, biblioteche, università, consigli di amministrazione, tribunali, bettole, ville, famiglie, ospedali, alcuni di essi particolarmente adatti alla profusione di coglioneria. Questa è una nuova serie dedicata a tutte le persone coglione che hanno lasciato un momento indimenticabile di coglioneria nella mia memoria.

 

Hors d’oeuvre di Coglioneria umana, spunti per antipasti al cenone di Capodanno.

Al Prado la mia ragazza riconosce un gruppo di tre stracafoni trogloidioti ascolani dimmerda conosciuti in palestra, ignoro cosa potesse interessarli lì dentro, tre stereotipi viventi, opere d’arte: camicia bianca aperta due bottoni sotto il colletto, ovviamente lampada, capello gellato a cuspide, barba di due giorni, occhiali da sole sulla fronte, catena d’oro, biascicando gomma. Dinanzi al Trionfo della Morte, va a salutarli e ottiene sotto il mio sguardo attonito la risposta ostile e pronunciata in stretto accento dialettale: “oh, mo pure ècche ce ‘ncuntreme tutta piazza!” né “ciao”, né niente altro.

Messicano, chiestogli cosa deciderebbe in un’ipotetica situazione in cui un gruppo di criminali lo lasciasse scegliere su chi, tra lui o la sua fidanzata-moglie, debba essere violentato, risponde che sceglierebbe lei. Tra un certo stupore generale motiva il fatto affermando che una donna è tradizionalmente più abituata psicologicamente all’idea di poter essere violentata da un gruppo di energumeni e quindi la sua sofferenza è senza dubbio minore.

Milanese, terra incline a produrre coglioni e coglioneria di vario genere e caso, oltre che dall’accento francamente detestabile, raccontava di sé, strascinando le parole come cime di rapa su una padella rigata, che in Africa, quando arrivavano bimbi poveri in cerca di spiccioli, lui li contava, poi contava un equivalente numero di monete, ne sottraeva una e le lanciava a terra per godersi la zuffa e la frustrazione di quello che rimaneva senza.

Un mio coinquilino, mentre ero assente un paio di settimane per le vacanze di Natale, non mi avvisa che il bagno di casa è crollato e il posto non è e non sarà abitabile per almeno altre due settimane dopo il rientro. Arrivato alle undici e mezza di sera, piscio in una bottiglia di pet. Il giorno dopo, trovato al più presto un alloggio sostitutivo e chiestogli come mai non gli fosse venuto in mente di avvisarmi, afferma di aver provato a chiamarmi, certo, ma che il mio telefono era occupato. La cosa era successa solo una settimana prima d’altronde.

Saccente e pedante laureato in filosofia; nella sua smania di apparire consigliava letture, mi raccomanda di divorare 1984, eccellente consiglio! Se non fosse stato adornato dal racconto dettagliato del finale. Non si leggono i libri per il finale, ma neppure si raccontano a chi non li ha letti, anche per rispetto: non preferire apparire a costo di deturpare un gigante della narrativa.

Moglie davvero bellissima di un presuntuoso e vanesio rampollo di una nobile e ricca famiglia di… mecojoni, usciti dal ristorante dove si era cenato e lui aveva sfoggiato la sua agiatezza e le conoscenze, lei crolla a piangere singhiozzando disperata sulla spalla del mio amico gay. Il giorno dopo sarebbe stata “costretta” ad andare in settimana bianca, a Cortina, col marito ricco e bello, ma scemo e superficiale come la luna calante. Era attratta dalla profondità, in quel periodo del mese, o la felicità non abita proprio nessun luogo e corpo.

Volo Alitalia, steward italiano che parla italiano, passeggero italiano risponde che desidera birra e salatini: in inglese e nemmeno corretto.

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