Coglioni nella mia vita, pezzo X

Finalmente qualcosa di personale! Sto invecchiando! Ho visto ambienti di tutti i tipi, palestre, biblioteche, università, consigli di amministrazione, tribunali, bettole, ville, famiglie, ospedali, alcuni di essi particolarmente adatti alla profusione di coglioneria. Questa è una nuova serie dedicata a tutte le persone coglione che hanno lasciato un momento indimenticabile di coglioneria nella mia memoria.

Di megalomani egocentrici e narcisisti ne conosco assai, ma tutti loro saranno, presi nel loro difetto, indispettiti dal sapere che non possono competere con uno (che a sua volta sarà felice di sapersi primo) il quale frequentava la mia stessa università. Gli altri tapini gli sono tutti secondi, ma non è un brutto piazzamento, tranne che per un megalomane egocentrico. Comunque costui, insopportabile, palestratissimo, un bel giorno entrò in ascensore con la mia ragazza dell’epoca, e strettala contro la parete di metallo, dal racconto di lei, tentò invano di baciarla (incertezza può esserci solo su “invano”). Deciso di lasciar perdere, come dice la mafia non si tira una sassata ad ogni cane che t’abbaia per strada, dissi però a lei che le avrei dimostrato la mancanza di palle e coraggio dell’individuo di cui si narra, a dispetto della prestanza e arroganza. All’epoca avevo un tedioso diverbio con un noioso culturista acefalo, sfruttando l’invadenza e voglia di protagonismo del soggetto di cui volevo beffarmi, raccontai alcuni particolari e lo indussi a voler prendere parte attiva alla disputa. Alla fine avrebbe dovuto rispondere dal suo cellulare a un messaggio minatorio mandato al mio. Dopo l’entusiasmo iniziale, però, sul dunque, saputo che si trattava di una montagna di muscoli piuttosto violenta, percepii un suo cambiamento di espressione facciale. Incuriosito chiesi, falsamente stupito e preoccupato, se ci fosse qualcosa che non andava e lui molto vilmente domandò: “eh ehm”, si schiarì la voce, “il tipo di cui parliamo, è proprio molto grosso?” Certo non me la sentii di mentirgli: “più di te, e anche di me”. A quel punto gli offrii una via d’uscita, se non se la sentiva poteva ben desistere, avrei capito. Mandai, dinanzi a lui e rispettive nostre consorti la risposta dal mio telefono.

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