Coglioni nella mia vita, saggio XVII

Finalmente qualcosa di personale! Sto invecchiando! Ho visto ambienti di tutti i tipi, palestre, biblioteche, università, consigli di amministrazione, tribunali, bettole, ville, famiglie, ospedali, alcuni di essi particolarmente adatti alla profusione di coglioneria. Questa è una nuova serie dedicata a tutte le persone coglione che hanno lasciato un momento indimenticabile di coglioneria nella mia memoria.

 

Da che il mondo è mondo, c’è chi prova a brillare trovando una cura per il cancro, e chi facendo lo strano; inutile dire quale sia il metodo più facile. È pacifico che ogni esemplare della specie umana, assediato, nella propria solitudine, dall’altrui generalizzata indifferenza, sia in cerca disperante di attenzioni e faccia tutto il possibile per farsi notare da coloro che rappresentano un oggetto di desiderio di qualche tipo, un punto di riferimento, uno specchio radioso attraverso cui innamorarsi del proprio ego esorbitante. Bisogna crearsi un proprio spazio autonomo, e soprattutto affermarsi, primeggiare, e a volte, purtroppo: a tutti i costi! Si inizia da bambini, quando si mette il broncio e pesta i piedi senza una ragione, ci si erge e appende alla balaustra così da sfidare la mamma, che finalmente ci guarda e ci dice di scendere per non cadere (sì, sei importante, bello di mamma); più avanti chi rimane in quel larvato stato mentale, semplice e tenero, si ammala di narcisismo ed è disposto a farsi avanti in società nel modo più scoperto e candido, magari negando l’evidenza (non costa nulla) e cercando così di ritagliarsi un ruolo, “eroico” e speciale, dinanzi agli occhi di una bonaria platea che, pur non convinta, lascia correre e sorride paternamente all’ingenuità. Solo così può intendersi il basente comportamento di quel tizio che, dopo aver affermato per primo lui stesso l’eccellenza incontrovertibile, pacifica, di una rara bottiglia di distillato, cambiò, erratico, di idea e ne sostenne repentinamente la merdosità solo perché, non essendoci dubbio sull’eccellenza del liquore, anche tutti gli altri assaggiatori erano del suo stesso parere originario. Non c’era altro modo di risaltare tra di loro e distinguersi, se non quello di innescare quella diramazione infantile del senso di colpa che è nella critica gratuita e fasulla. I nostri bambini speciali, privi di affetto e umana amicizia, ma a cui si vuol bene lo stesso.

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