Coglioni nella mia vita, sezione XVI

Finalmente qualcosa di personale! Sto invecchiando! Ho visto ambienti di tutti i tipi, palestre, biblioteche, università, consigli di amministrazione, tribunali, bettole, ville, famiglie, ospedali, alcuni di essi particolarmente adatti alla profusione di coglioneria. Questa è una nuova serie dedicata a tutte le persone coglione che hanno lasciato un momento indimenticabile di coglioneria nella mia memoria.

 

Inacidito già in tenera età, l’assenza di colecisti fa brutti scherzi forse, a rimarcare la mia distanza dalla contemporaneità e dal volgo che la popola, era invalso l’uso, nelle mie passeggiate formali del dopocena, di indossare una presuntuosa redingote nera, un fiocco ottocentesco e contrastare la miopia solo con un malfermo pince nez con catena appartenuto al mio amato trisavolo. Il non mettere bene a fuoco la marmaglia che riempie di volgarità il pessimo lungomare sambenedettese è un assoluto vantaggio. L’ora era scandita, all’epoca, da un orologio da taschino allacciato con un marengo d’oro al panciotto. Solo più tardi mi modernizzai e acquistai un cellulare. Mentre ero, come di costume all’epoca, intento a spaziare tra antiche favole micenee, dottrine indù e miti nordici con un mio caro amico dalla vasta e strutturata cultura umanistica, triste come una dama pallida del Settecento obbligata a una lenta partita a canasta, freddo come un vagone siberiano da anni abbandonato su un binario morto, fui costretto –proprio da quel mio amico che me lo aveva presentato- a passare una intera serata con uno strano specimen di erudito autodidatta (la peggiore delle categorie umane, la più pesante, oltre che inutile, come anche la pensava Sartre) in questo caso di cinema. Egli con indimenticabile pesantezza e profittando della mia, allora estrema, squisita educazione, mi costrinse, senza mezzi termini, per ore, a interrogarlo su qualunque film mi venisse in mente o avessi visto, sicuro che lui avrebbe saputo rintracciarne titolo originale, trama, attori. La curiosa enciclopedia provvista di apparato digerente ed intestino crasso, interrompeva continuamente le mie ciarle, inutili, d’accordo, ma piacevoli, con una insistenza senza pari; mi interpellava ripetendo, con un forte accento teramano, per almeno quattro volte il mio bizzarro nome, quasi rendendomelo odioso, e non sbagliava mai un colpo. Sfinito dallo sforzo di rovinosamente rovistare nel mio disinteresse mnemonico tra pellicole da dare in pasto al suo egocentrismo, conclusi con sua estrema gioia, che forse davvero aveva avuto tempo per vedere tutti i film mai girati; tempo che io però sapevo già da qualche anno esorbitante per la vita umana. Fosse come fosse, tutto ciò sprofondava nel Ginnungagap del mio più assoluto disamore per il prossimo, e anzi ne espandeva le oscure proporzioni.

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