Comunicazione

Forse, per cominciare a cercare di “drizzare” un po’ le cose ci si dovrebbe liberare della pubblicità! Almeno per qualche decina di anni.

Il linguaggio è stato completamente distorto e pervertito dalla pubblicità, specie televisiva. Ciò ha portato al sorgere di una “strana censura” e “auto-censura”.

La politica stessa è stata gravemente condizionata da questo fenomeno; essa come è ovvio che sia -e specie succede in democrazia- non conduce, ma si adatta, insegue, umori, tendenze, richieste dal sociale, ed anche estetiche.
Sorge un’esigenza, anche scontata? La politica se ne accorge dopo qualche anno e se ne parla per decenni.
Ma per di più oggi anche essa è parecchio intrisa di “pubblicità”; pullulano a fianco degli eletti figure professionali esperte proprio in “comunicazione” che ti dicono come parlare, vestirti, muoverti, sfruttare la mimica facciale, gesticolare, per non “disturbare” una sensibilità collettiva esile, emotiva e assai incline allo spavento, allo sconcerto, alla vibrazione negativa, difensiva e preda del panico al minimo sussulto di ciò che possa essere definito “strano”.
Ed ecco frasi fatte, slogan, idiozie inappellabili, parole semplici -e altre completamente scomparse- e quel che è peggio una rappresentazione della realtà del tutto fantasiosa e per nulla attinente.
Si parla di guerre in modo che non siano un concetto traumatico e nessuno si agiti persino dinanzi alla prospettiva estrema di bombardamenti, o si parla di aborto provocando uno sdegno sempre calibrato, ma maggiore che nel primo caso, si biasima il cannabis o si allude ai codici di lancio di ordigni nucleari, rimanendo esattamente nello stesso angusto, patetico limite comunicativo.

Quel che è peggio, almeno dal mio punto di vista, è che anche la letteratura, la scrittura è stata forzata a questa assurdità e nulla ha più effetto o reale valore, perché è tutto al contempo esagerato e scialbo, esasperato e fatuo (farò un esempio alla fine).
I limiti emotivi e comprensivi delle parole e dei concetti sono stati in gran parte formati sul rassicurante andamento espositivo pubblicitario.
E allora, magari per cominciare, le pubblicità dovrebbero contenere solo dati oggettivi dei prodotti, niente altro! Niente musiche di Mozart per un gelato, cori celestiali per una colonia, chitarre elettriche ruggenti per una automobile, e così via: sfide, innovazione, donne inarrivabili, successi da titani, cervelli da geni del male per fregnoni qualunque… Il quotidiano è divenuto invivibile, tedioso!
È pur vero che io sono incline al tedio e riesco a scovarlo in tutto, e che quello che faccio e preferisco ne provoca in tutti gli altri -proprio non ci capiamo, io e la generalità dei consociati- mi annoio al cinema, mi annoiano i videogame, le feste, e mille altre situazioni che dovrebbero essere “divertenti”. Ma perché alla fine è tutto la stessa identica cosa! Guardiamo!
Come parliamo tutti? Questo è qualcosa di piuttosto oggettivo da osservare! Ogni annuncio anche privato, nostro, promette l’inverosimile: le stanze che offriamo o visitiamo per andare a viverci sono tutte ampie, soleggiate, i letti sono tutti enormi e comodissimi, gli armadi spaziosi, la comodità è sempre lì a posta per te e attende; le auto e moto usate sono tutte tenute in modo impeccabile, revisionate il giorno prima e amate visceralmente; i bar che frequentiamo offrono serate “indimenticabili”, diciamolo, piene di fica e gente interessante; ecco che troverai il tuo principe assurdo distinto da un baffetto e un cravattino che non è da fregnone, anzi è da uomo magro che sa cosa è lo stile!
Ma io, come tutti, ho perso completamente traccia nella mia memoria di tutte le serate “indimenticabili” ed elegantissime a cui ho partecipato, o ho dovuto partecipare, tra sciatti trichechi arrapati e noiose battone opportuniste.

E persino noi stessi siamo nelle nostre stesse parole una banale caricatura di noi, delle parodie ridicole di uomini: sempre interessanti, belli, curati, informati, brillanti. Come cazzo farà il mondo ad essere quel poco che è, con tante “eccellenze” ovunque, e certi paesi in particolare ad essere tanto mediocri, se sommersi da tanta eleganza, bellezza, etc.?
Cerchiamo di essere spiritosi proprio come alla tv lo sono quelle noie infinite dei commedianti, i così detti “comici”, o peggio in Italia “i cabarettisti”; sforniamo una esausta produzione seriale di battute inerziali, una spiritosaggine banale dopo l’altra, inseguiamo una “sanità mentale” che non possiamo avere, perché non esiste! Non s’è mai data, è disumana! C’è solo alla tv!
Eppure non ce la sentiamo di essere “perfetti” e, definendoci tali, apparire come deliranti megalomani, e allora il nostro “difetto” al proporci, magari per un lavoro, è sempre il “perfezionismo”, “un’intransigenza” e uno “scrupolo” appena appena sopra la soglia del normale che promettono un’efficienza straordinaria a costo del nostro tempo libero e godimento. Il datore di lavoro sarà contento, avrà una bella inculata, dopo averne a sua volta proposta un’altra.
Ci siamo ridotti a ripetere assurdità incredibili per definirci, persino a sorridere quando non ce ne è ragione, o proprio non ce ne va e pretendere che si faccia altrettanto. E a me va davvero quasi sempre di sorridere!

Per quanto potrà andare avanti così? Prima che le parole perdano per sempre un loro pur minimo significato? Che arrivino a non indicare più nulla e a descrivere tutto, assolutamente tutto, allo stesso modo, dall’ultima delle utilitarie a una nave da crociere, dal più imbranato di noi signor nessuno senza qualità, al più versatile dei geni o dei convinti in carriera?
Il linguaggio ci è sfuggito di mano completamente e affoga, poi, nel c.d. politicamente corretto. A ratifica di ciò si noti come ci si scandalizza per un nonnulla, se non si seguono certe direttrici espositive, quando, a contraltare, ogni eccesso e barbarie perde pure di valore, e si passa subito dalla necessità di non offendere mai, mai, mai nessuno, all’estremo dello spettro, dove si afferma ogni empietà, crudeltà, si fa bella mostra di indifferenza e cinismo esattamente come se fossero il meglio dell’essere umano, come se fossero generosità e amore sinceri.
E nessuno dice nulla! Perché tutto è di maniera, insincero, falso, azione e reazione, una posizione e quella antitetica. È tutto “seicentesco”: gente puzzolente e con la gonorrea, incapace di accettare che la Terra non è al centro del mondo e gira attorno al sole, in posa in abito nero da dottori e collare di pizzi, con l’aria ponderosa e sapiente per un quadro vanesio come quello di altri… milioni.
Proprio perché si è perso il valore e il senso di quello che affermiamo. Fingiamo di affermare.

Nell’Inferno, al Canto XVIII, Dante riporta come esempio di piaggeria e ruffianeria -tra l’altro sbagliando- un episodio in origine dell’Eunuco di Terenzio. Taide è una prostituta, amante del vanaglorioso soldato Trasone, alla quale quest’ultimo fa dono di una schiava. Quando il minchione chiede al mezzano della donna (Gnatone) se lei ha gradito il dono egli risponde: “immensamente”, invece di un semplice “molto”. Ciò è di per sé indice di piaggeria, in quanto eccede i limiti del reale, esagerando l’autentico gradimento datosi nella circostanza. Se non ci fosse la nota a piè di pagina non sapremmo capire quale sia l’oggetto di biasimo del poeta. Confrontarci con l’episodio oggi, che il superlativo è praticamente d’obbligo in tutto, è semplicemente imbarazzante.  

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