Contemporaneità: addio “all’immortalità” (con un riferimento a Leopardi e Nietzsche)

L’alfabetizzazione e la diffusione di abilità e conoscenze tecniche e artistiche sono senza dubbio vantaggiose; un traguardo importante per il genere umano: tutti possono esprimersi e sanno farlo.

Tuttavia si crea una curiosa situazione oggi, posto che sia questo dato, che la tremenda accelerazione che c’è stata nella vita delle persone, rendono il sapere umano e la competenza artistica del tutto ingestibile per il cervello dell’individuo; si perdono prospettive e coordinate, l’abbondanza disorienta.

Mentre il mondo e la società sono cambiati profondamente in poco tempo, le capacità mentali e mnemoniche di ciascuno sono rimaste le stesse ed esse soffrono minime differenze tra membri della specie (c.d. intelligenti e c.d. stupidi).

La produzione di opere dell’ingegno e dell’intelletto, arte o intrattenimento che si voglia, è così massiccio oggi che non è possibile per nessuno avere una visione e conoscenza dettagliata in ogni campo. Si deve tagliare e sacrificare troppo.

Certo il sapere enciclopedico è sempre stato una stupida ed ingenua chimera; l’erudito, s’è sottolineato più volte nella storia, e lo hanno ripetuto in molti (geniali autori), è pressoché un inutile e un cretino, un collezionista vanaglorioso e incosciente di gocce di un oceano, già dai tempi antichi; la virtù è sempre stata quella della sintesi e della semplificazione, della chiarezza, e dell’interpretazione, e mai quella della mera accumulazione, ma oggi il problema trascende questa semplice evidenza.

Oggi per il “consumatore” o per lo studioso-appassionato è impossibile persino essere competenti in modo esaustivo di una sola e particolare branca dell’arte e del sapere, e dal punto di vista del produttore diretto (diciamo pure, artista, pensatore, etc.) è del tutto improbabile essere notati e selezionati in virtù del mero talento, e del tutto impossibile perdurare nell’attenzione dei fruitori.

“Troppo” cinema, “troppa” musica, “troppi” libri, etc. da ricordare; e se anche uno volesse circoscriversi al metal (per es.) o anche solo al doom metal, o se volesse leggere tutti gli horror mai scritti, o vedere tutti i film mai prodotti, la sua vita –miserabile-, esclusivamente dedicata a ciò, non basterebbe comunque.

Anche la competenza è molto avanzata, salvo i fenomeni puri (Jimi Hendrix, Paganini, per esempio), il livello si è alzato praticamente in ogni campo; le partite di scacchi odierne, per fare un esempio, sono maledettamente incomprensibili, o più incomprensibili delle più risalenti, e moltissimi soggetti oggi, in tutti gli spazi delle attività umane sono estremamente bravi e preparati; un’orchestra di oggi è di livello superiore a qualunque altra del passato.

Ciò ha creato alcune peculiari ripercussioni.

In primo luogo ciò dà un “vantaggio” (non è un problema) ai classici più significativi, dato che essi, testimoniando la loro epoca, molto meno accelerata e ipertrofica, perdureranno nel tempo a rappresentarla e finiranno nell’oblio completo assai più lentamente; perdendo, comunque e man mano che passino le epoche, contatto con i futuri fruitori e possibilità di essere compresi. Gli altri, in virtù dell’inflazione produttiva odierna saranno presto abbandonati per sempre.

Ma in secondo luogo ciò ha anche creato il problema pratico di delegare la decisione di cosa portare avanti, e cosa no, oggi, a dei soggetti particolari: imprese (tv, editori, produttori, distributori, etc.); i quali in pratica detengono il potere di decisione sui gusti della gente e su quello che avrà successo e quello che non sarà mai conosciuto al pubblico.

Una società, quindi, sarà orientata nel suo immaginario e nei suoi gusti da dei “guardiani” del collo di bottiglia tra ciò che è prodotto e ciò che sarà conosciuto, i quali dominano sulla diffusione di opere in società, proprio dato che, dalla gran massa di esse, solo alcune (come tanti spermatozoi per ogni ovulo) saranno feconde ed economicamente sostenibili, e non si tratterà necessariamente delle migliori, delle più profonde, o delle più critiche.

Anzi, il rischio è proprio quello che -già- si sia del tutto sacrificata la profondità e la critica a favore di un banale pensiero unico che non urti le coscienze e sensibilità attutite dell’occidentale contemporaneo. Potrebbe essere una virtù l’essere medi, o addirittura mediocri, innocui.

Non è sempre, anzi, quasi mai, il gusto, e quindi la domanda del consumatore (per lo più disattento), a creare l’offerta, ma la pubblicità, l’offerta di un determinato prodotto, a determinarne il successo e a causare la conseguente domanda. Una volta erano i “colleghi” a salvare i meritori, oggi sono entità commerciali o statali, e il rischio di paralisi è gigantesco specie laddove (Italia) non si muove nulla a meno che non ci sia lo “sponsor” di una cialtronesca consorteria o parrocchia.

Si potrebbe essere fiduciosi e ingenui sostenendo che Dante, o Leopardi, o Nietzsche (anche loro, fenomeni) sarebbero sempre loro a prescindere da luogo ed epoca. Questa sorta di fideismo un tanto colpevolista con chi non eguaglia i grandissimi (come se chiunque poi sapesse riconoscerli nel giorno per giorno e loro lo avessero scritto in fronte di essere dei grandi e non si fosse piuttosto condizionati nel giudizio proprio da quel successo già acquisito) fa sorridere.

Proprio questi tre, le loro vite, il loro successo e la loro diffusione dovrebbero dare da pensare. Dante era assai vilipeso alla sua epoca, e nelle successive ha avuto la sorte di essere stato amato da persone assai attente e competenti –e potenti-, ma è stato anche osteggiato.

In particolare, in merito agli ultimi due, per esempio, si può apprezzare piuttosto chiaramente quanto or ora sostenuto, giacché, già da quel tempo, iniziavano ad emergere le problematiche che oggi sono evidenti e massicciamente presenti.

Considero pacifico che la genialità di Leopardi ed anche il valore artistico della sua produzione sia addirittura superiore a quello del tedesco (a mio avviso di parecchio), tuttavia, la sua diffusione mondiale non ha paragoni. Fuori dall’Italia Leopardi non si conosce, laddove Nietzsche è stato pertrattato ed interpretato in un modo massiccio e assolutamente maniacale, da correnti di pensiero tra le più distanti che hanno attraversato tutto il ‘900 in tutto il mondo.

Cerchiamo di essere semplici e sintetici correndo il rischio di far inorridire qualcuno.

Ciò è successo perché Nietzsche è stato forse tra i primi autori a risentire proprio di quella “modernità” a cui mi riferivo sopra e che è oggi assoluta e infrangibile: è stato selezionato (miracolato) da un sistema di potere ed usato per fini specifici. È stato poi riutilizzato per analoghe ragioni di volta in volta da altri sistemi di controllo della conoscenza, correnti, tendenze e così via. In un certo senso è stato anche molto ben venduto dall’apparato nazionale bel oliato e funzionante della cultura e inteligencia tedesca. La Germania ha lottato sempre, e lotta, per essere uno dei centri e punti di riferimento e di diffusione del pensiero e delle idee.

A Giacomo è toccata la sorte contraria, nato in Italia, persona sincera e spiritosa, ateo, oscuro, onesto, privo di deliri di onnipotenza e megalomanie stucchevoli, è sempre stato inviso al frammentato sistema di potere italiano e nello specifico alla Chiesa, e la sua promozione è sempre stata evitata ed osteggiata da forti nemici. Al posto di Nietzsche ci dovrebbe essere Leopardi in Europa, o entrambi. In Italia se sei ateo sei nessuno.

Per un nichilista, un ateo, un epicureo, un edonista, si suole dire che la condanna all’oblio immediato è la più tremenda. Non confidando in una vita dopo la morte, anche a Farinata degli Uberti, non premeva altro che il riverbero breve (o lungo) di quella terrena, nel mondo; si tratta del bizzarro vezzo di lasciare un eco insensato che chi gli ha dato voce non può più sentire.

Chissà quanti geni immani e monumentali sono andati perduti per circostanze crudeli o tristi di vite stroncate alla rinfusa. Non lo sapremo mai quanti Leopardi ci siamo persi per strada, o abbiamo ignorato distrattamente, o peggio sono stati cassati da un potere becero. Ma in effetti è un po’ il contrario di quanto sopra affermato comunemente: all’ateo rimane il regalo di sapere bene che quello che non ottiene in questa vita non lo otterrà mai, e che un successo postmortem sarebbe solo la maggiore (per fortuna sconosciuta) delle beffe. Come direbbero i Savatage: Life’s not worth living when you can’t have what you want.

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