Contro l’uso folle dei Numeri

Non sono soltanto diffidente, ma ostile alla matematica.

Essa è non solo ingannevole, dato che pretende di razionalizzare l’irrazionale, perché formalizza, e quindi necessariamente distorce, ciò che formale non è e non può essere, ma per definizione stessa, per sua stessa ammissione, vale a dire usando i suoi stessi criteri contro di lei, è imprecisa e insufficiente.
La considero, inoltre, estremamente pericolosa.

Mentre usiamo la matematica e i suoi strumenti, ogni volta che contiamo qualcosa, ci affidiamo a un Dio senza volto, ma che si cela dietro una maschera, e distogliamo il nostro da quello del vero e unico del vissuto.
La matematica è un abominio e un tradimento del dono della vita. 

Questa sfinge dura ed enigmatica, che non sorride e non ammicca, non darà mai quello che pare promettere nel suo silenzio lapidario ed arrogante, che è a torto inteso come freddamente fiducioso delle proprie doti euristiche.
Non arriverà mai nulla dalla matematica e da tutto ciò che ne discende, perché non esiste fondo della sua avida voragine divoratrice di tempo ed attenzioni; essa prenderà sempre più di quanto darà, fino a derubarci di ogni cosa, arriverà a possedere tutto, moltiplicandosi coi suoi soldati come un virus, finirà per paralizzarci e dominarci completamente.
Oggi, si osservi, tutti, per la maggior parte del tempo, non fanno che guardare degli schermi che riproducono codici, vale a dire, numeri!
Nessuno pare essere consapevole, tranne me, dei pericoli! L’annichilimento stesso è in gioco. Riprendiamoci la vita! Agiamo per tentativi empirici e non per calcoli! La vita, la vita! Questo sogno del passato, ormai in gabbia d’oro! 

I numeri andrebbero aboliti. I soldati di cui parlavo sono i numeri! Si moltiplicano nella mente, la invadono, corrompono. 
La loro estrema pericolosità intrinseca risiede, in primo luogo, nel fatto che parrebbero essere infiniti. 
Se lo fossero, dobbiamo considerare che non si può certo dominare l’infinito, se ne sarà prima o poi sopraffatti; dovremmo innanzitutto disporre di tempo infinito, per poter in qualche modo essere in grado di contrastare, opporre una resistenza, condizione del tutto estranea a quella umana.
Stiamo usando qualcosa di cui si ignora completamente il grosso.
I numeri usati nei nostri calcoli, per quanto numerosi e continui essi oggi siano, esistendo tra infiniti altri, non saranno comunque che un’infinitesima parte del tutto; vale a dire che, per quanto si insista coi calcolatori, con serie sterminate di uno e zero (non conta nulla la base con cui si conti, quel numero determinato, sia scritto come sia scritto: in binario 10 vale 2, in decimale 10 è 10, in esadecimale 10 è 16…), realizzate ogni secondo in ogni parte del globo, se ne conosce e conoscerà, se ne usa e userà sempre e solo una percentuale del totale da stimarsi prossima allo zero.
(Nota: ecco che sono stato forzato ad usare la matematica -percentuale- contro di essa, a causa della follia dell’uomo odierno, che non è convinto se non dal discorso matematico.) 

E per di più: se nel resto delle cifre si nascondesse qualche insidia? Se qualche numero fosse non inerte e tranquillo, come quelli incontrati fino ad ora, ma aggressivo, pericoloso.
Dovremmo essere diffidenti! Più prudenti! Dall’infinità dei numeri mai usati e pensati, potrebbe un giorno giungere qualche ritorsione, contro i nostri stessi calcoli; qualche cifra potrebbe decidere di strangolarci nel sonno della computisteria, vendicarsi del nostro cinismo avido.
Nominando una qualche serie, magari un giorno, come da un sortilegio, un demone di infinita forza sarà evocato e ci sterminerà o imprigionerà.
Come pensare di correre un rischio simile? Che sappiamo noi dei numeri, dopo tutto? 

Il numero, per come lo conosciamo oggi non può essere amato, coccolato, non si può scendere a patti con lui, e la sua selva sterminata e perpetua di alabarde sempre più grandi e acuminate.
E d’altro canto, se non lo fossero? Se i numeri non fossero affatto infiniti come in genere crediamo? Chi può saperlo dopotutto? Andando avanti magari si giungerebbe a uno che è l’ultimo, non ne esiste uno superiore, o inferiore… Fino a che non conosceremo l’ultimo di essi, saremo sempre nello stesso impasse, vivremo in una insalvabile incertezza; è saggio affidare a qualcosa di incerto e sconosciuto, di per lo più insondato e ignoto, tutti nostri averi? La quantificazione del loro stesso valore con il danaro? L’ingegneria e i suoi ponti? Il benessere materiale, e la felicità stessa? Una illusoria felicità, complicata e basata su cefalee ed emicranie. 
Dovremmo imparare a vivere senza il numero.

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