Conversazioni Teologiche Bergogliane

Ecco un estratto dalle tante avvincenti dispute teologiche nelle conversazioni telefoniche bergogliane a cui ormai sono spossatamente aduso, e coi quali ho il privilegio di frequentare quegli arcadici anfratti medievali severi e duri come travertino umido e freddo da catacomba e che olezzano ancora di stantii fumi, incensi e mirre; pertugi e celle impraticabili nel resto del pianeta, salvo che nel ritorno alla schiavitù e la catena, al servaggio e al feudalesimo, al dispotismo violento e tecnologico di oggidì. Volevamo il medioevo: eccolo servito!  

Al caro Papa, al papà alla mano, a cui parlare come sonnecchiando dopo il pranzo estivo, inseguendo e plasmando in altro modo, mentre ci si sente accaldati e agitati dalla digestione, le sue bizzarre fantasie religiose, al buon pastore che ti ascolta e col quale puoi non censurarti affatto, ma solo aprire il cuore alla descrizione impietosa e fidedigna di ciò che la tua percezione delle cose ti evoca nella mente di esse, non mi permetterei mai di mentire, o di indorare la pillola di fiele inghiottendo la quale ho “risvegliato” -in un altro sogno dischiuso nel sogno- la mia coscienza sopita dalla ninnananna dell’educazione consolatoria di cui egli è l’estremo bardo e aedo.

Si sa che chi ben concima è a metà dell’opera, allora chiariamo che l’idea prima del nostro intendimento diremmo “metallaro” (strapezzente?) del mondo osservabile, popolato di evidentemente falsi “Dei della guerra”, dai lunghi corni pieni di cervogie sapide e fredde ed idromeli dolci e inebrianti, o martelli e mazze inutilizzabili, in cui nessuno potrebbe mai credere sul serio, e che non sono esattamente “Dei minori”, ma piuttosto diremmo “degli Dei minorati”, chiariamo, dunque, che essi non sono altro che un simulacro innocuo ed elusivo del “vero”, una mitologia senza mito: innocua. Non preoccupartene Santo Padre argentino! Essa è ferocemente brutta, ma al massimo quanto tutto il resto del quotidiano contemporaneo: volgare  e paludato. Per vezzo, qualcuno forse solo prova a rimuove il velo, ma nessuno mai la volgarità.

Sapete, quell’idea elegante e comune per cui il mondo non poterebbe mai essere un orologio tanto perfetto senza che vi fosse un orologiaio celato alle sue terga, che lo ha costruito meticoloso e ne ha maniacale cura? Non soddisfa affatto l’inquieto pellegrino della via del degrado, del disagio e dell’assenza, e parla solo di una primaria impressione affatto attinente alla realtà. Essa favella di moti celesti, galassie, nebulose, pianeti lindi e ordinati in un’esattezza che non esiste se non nelle menti del volenterosamente casto -ignaro- e nella sua poesia d’anima bella, dato che tutto è caotico e violento pure nel mondo minerale.

Evoca meccanismi in oro, rotelle, assi, rocchetti e tamburelli, forse catenelle e chiavi, ticchettii precisi e secchi, veloci e ritmati, che rassicuranti ti traggono premurosamente per mano nel salotto buono della vita, illusorio e zeppo di tante pacate persone cortesi e gentili, il cui ghigno malvagio e feroce di bestie sanguinarie non scorgerai mai.

Un cane morto in strada, investito da un’auto, non è che un orologio guasto. Non funziona più! Che fortuna vederla così? Sì! Che materiali sovvengono al descrittore e all’ascoltatore? Metalli lucidi e preziosi, vetri di zaffiro, quadranti bianchi come neve e numeri romani marcati in nero senza sbavature, perfetti.

Ma di che pare fatto il mondo, invece? A che elemento primordiale paragonarlo con una discreta verosimiglianza? Suvvia! Altro che cronografi da panciotto di Bianconiglio, sarebbe piuttosto da dire che l’universo non pare altro ch’una gran margherita di merda di vacca senza che si scorga nessuna vacca al pascolo, e in effetti neanche il pascolo.

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