Credere in Sé Stessi

LE_VACANZE_DI_HEGEL

Ore 11, dallo psichiatra

  • Signor M. credo che lei dovrebbe applicarsi maggiormente negli intervalli tra una seduta e l’altra ed interiorizzare meglio i concetti quivi esposti. Siamo al nostro terzo incontro e non abbiamo ancora fatto un progresso che sia uno, mosso un passo in avanti. Siamo ancora fermi alla necessità del “credere in sé stessi”.
  • Io non credo in me stesso…
  • Lo so, lo so! Abbia pazienza! Me lo ha detto e ripetuto che lei non crede in sé stesso, perché non ha alcuna ragione per poterlo fare, essendo o meglio definendosi un “uomo senza qualità”, ma non è solo questo il punto con lei, fin qui sarebbe anche tutto normale! Sa lei quanti ne ho avuti di pazienti che non avevano la minima fiducia in loro stessi? Decine! Sì! Decine! E tutti sono andati avanti, tutti hanno fatto progressi. Ma lei ha bisogno di un lavoro a monte, e se andiamo avanti con questa ostinazione, abbia pazienza, la terapia rischia di essere infinita…
  • Eh, è che…
  • No, aspetti, mi lasci finire! È che lei non solo non crede in sé stesso, ma non crede nemmeno che il fattore di credere in sé stessi sia importante! Sia determinante per il successo! Con lei c’è da iniziare prima abilitando questa evidenza, deve iniziare a “credere nel credere in sé stessi” e poi passare a costruire la sua fiducia. Qui non la finiamo più!
  • Ma abbia pazienza dottore, come faccio a credere a qualcosa, una teoria, un concetto, che mi pare equivoco, poco convincente, fumoso…
  • Le pare fumoso il fatto che per avere un certo successo nella vita si debba credere in sé stessi? Guardi la realtà! Tutti coloro che hanno successo credono in loro stessi, cosa sarebbe fumoso qui…?
  • No! Aspetti! Non ho negato che quelli che hanno successo credano in loro stessi, e a dirla tutta nemmeno che credere in sé stessi non sia, in un certo qual senso, una chiave per il successo, una condicio sine qua non
  • E allora! Quale è il problema?
  • Il problema è che il punto chiave qui non è semplicemente “il credere”, ma avere delle ragioni per “credere”, e tutti coloro che credono in loro stessi, hanno probabilmente qualche ragione per farlo, o pensano di averla; molti hanno successo, altri meno, ma nessuno per così dire, crede in sé stesso “ciecamente”, ma a ragion veduta, ergo… il punto non è solo credere, ma avere le motivazioni per credere, un substrato, una base, che io… semplicemente non ho! So di non avere.
  • Perché lei è l’uomo senza qualità!
  • Esatto! E ne sono consapevole!
  • Guardi, allora le dico, a me personalmente non pare affatto che lei non abbia qualità! In primo luogo argomenta bene le sue posizioni, ha una tremenda tenacia e ostinazione, e poi oggettivamente, in vita, ha conseguito anche dei risultati, è laureato, per esempio…
  • Capirai, un lasciapassare per la disoccupazione, chi non ha una laurea oggigiorno…
  • Un sacco di gente non ha la laurea!
  • Ma perché non ci hanno nemmeno provato, sono stati più furbi, una laurea non significa nulla, e poi non escludo che anche altri non abbiano qualità, che posso saperne io? O che sbaglino nel giudicarsi. Poi la laurea… la mia, presa con un votaccio, no, no, non mi umili così…
  • Va bene, d’accordo! La laurea non significa nulla…
  • Non ho famiglia…
  • Lo so! Non ha famiglia e non ha fidanzata, ma se nemmeno la cerca, scusi! Mai nessuno le ha detto di amarla per esempio?
  • Sì, è successo, sì!
  • Ooooh! Vede che non è vero che non ha qualità! Se c’è qualcuno che la ha amata, che la ama! Scusi! Guardi che non succede a tutti, a molti nemmeno una volta nella vita gli viene detto: “ti amo”!
  • Sì, ma…
  • Non minimizzi, la prego!
  • No, non minimizzo, vorrei solo puntualizzare che gli altri possono ben sbagliarsi, no? E perché dovrei mai affidarmi ciecamente e credere al criterio altrui? Qui poi, arriviamo pure alla seconda categoria di persone, quelle che “credono in loro stesse”, ma errano.
  • E lei quindi pensa che quella o quelle donne che le hanno detto di amarla, sbagliavano!
  • Esatto.
  • Convinto!
  • Convintissimo, tanto è vero che, assumendo per pacifico che fossero in tutti i casi ragazze che non meritavo, o che a loro volta non meritavano me, la disgrazia di uno come me, e di gran lunga migliori del sottoscritto, mi sono convinto che si fossero incapricciate unicamente per pena, per una specie di “sindrome da infermierine”, e le ho scacciate in malo modo!
  • In malo modo?
  • Certo! Con ostilità! Con durezza, affinché la separazione fosse definitiva, senza pentimenti!
  • Santo cielo, cosa ha fatto?
  • L’ultima, ormai due anni or sono, l’ho strattonata per i capelli, fuori di casa, insultata, sul pianerottolo affinché tutti sentissero nel palazzo: “sciagurata”, “svergognata”, “stupida”, “cretina”; gridando ad alta voce: “vattene, via! Cammina! Fuori dai piedi, pazza paranoica, immondizia!” era una ragazza molto dolce, non potevo condannarla a stare con me, le volevo bene.
  • Lei è pazzo veramente, me lo lasci dire! È peggio di come pensassi appena la ho vista la prima volta. Apparentemente non ha assolutamente nulla che non vada, ma è curioso, lei crede che tutto sia sbagliato in lei, e questo la rende una persona assolutamente sottosopra, la rende esattamente sbagliato come lei crede di essere! È davvero curioso!
  • Dice?
  • Sì! Dico! E per di più, ed è questo che mi indigna e non so più come affrontarlo se lei non mi dà una mano, basterebbe solo che lei intendesse un punto fondamentale per convertire tutto quello che in lei non va, in qualcosa di perfettamente normale e felice.
  • Che punto?
  • Deve credere in sé stessoooo! Questo punto! È l’unico! Mannaggia alla miseria! Non è peggio di nessuno! Non è più stupido di nessuno, non è più basso o grasso, o noioso, o quant’altro di gente che ha una vita perfettamente normale e non ha bisogno di andare dallo psichiatra.
  • Affari loro se non ci vanno e sono contenti pur senza avere qualità. Sbagliano pure in quello! Io almeno una cosa buona la ho: so di non avere qualità.
  • E lei invece, mi faccia capire, dallo psichiatra, da me, perché ci va? Se tanto è irremovibile, non c’è modo di convincerla…
  • Solo per il gusto di poter poi avere la certezza ufficiale di aver avuto ragione nella mia vita di fallimenti e amarezze, una volta.
  • Cioè, lei è qui affinché io le dia ragione…
  • Detto in soldoni…
  • Ah! Quindi io come professionista, mi dovrei piegare a questa “buffonata”, mi consenta!
  • Le consento, ma non è una buffonata, è importante per me avere ragione almeno una volta nella vita in modo provato ed ufficiale, scientifico, e vorrei che lei scrivesse una relazione in cui ammette di aver conosciuto una persona che ha ragione nel non credere in sé stesso, dal momento che davvero non ha qualità, e se ne è accorto da solo. Dovrebbe dire: “è quindi un gradino sopra a tutti quegli altri cretini, che pur non avendo qualità, ammorbano il prossimo e il mondo con il loro ego smisurato”.
  • Si rende conto che come le dicevo in apertura, lei è migliore di tanta gente che, seppure errando, dal momento che crede in sé stessa, ha una migliore collocazione della sua in società? Si lascia amare senza farsi crucci, accetta lavori che non sa fare, si fa eleggere alle lezioni…
  • Non mi interessa di loro, non mi interessa proprio. Se il mondo è in mano a dei cretini e a tutti va bene così, che posso farci? Anzi! Non VOGLIO farci nulla! Non è solo che non ho certo le qualità per cambiarlo, non voglio proprio.
  • Torniamo al punto di cui sopra! Adesso dovrebbe ammettere che avere fiducia in sé stessi rende più “efficienti” allora, o comunque garantisce un migliore successo! Anche se si erra…
  • No! Non lo posso ammettere! Se lo ammettessi ciò significherebbe che ho torto, che dovrei poi ammettere anche che mi conviene far finta di avere qualità che non ho e cambiare idea, diventerei esattamente come tutti coloro che senza ragioni, non hanno a loro favore nemmeno quella chiara capacità critica, di autoanalisi, per ammettere di non avere qualità. È che poi, per così dire, quando uno ammette di averne, anche se non le ha, è come se le qualità gli “arrivassero addosso”, non per davvero, ma diventa tracotante, spavaldo, gli altri, capendo altrettanto o meno di lui, si fanno impressionare, lo assecondano, ecco perché come dice lei “trova maggiore successo”, io invece non le voglio! Né queste false qualità, né il loro successo basato su falsità.
  • Vuole avere solo il ruolo di uomo ufficialmente senza qualità!
  • Esatto! Un coglione completo e consapevole! Nella relazione può senza problemi e mezzi termini usare il termine: coglione!
  • Ma no…
  • Ma sì!
  • Non sarebbe consono…
  • Non fa nulla, è una parola comprensibile pure per i coglioni, e il mio “certificato”, lo mostrerò specie a loro!
  • Che delirio!
  • Dice!
  • Eh!
  • Bah! Lasci stare!
  • Allora, diciamo che va bene! Io le faccio il certificato: il mio paziente, dottor M. è un uomo senza qualità, e un vero coglione…
  • Oh! Grazie, grazie!
  • No, ma aspetti! Mi lasci finire… Ma! Se così facessi, ecco che la cosa porterebbe a una bella contraddizione che alla sua intelligenza non sarà sfuggita…
  • Sì…
  • Eh… vero? Perché ciò significherebbe che, oltre ad avere quell’unica, unica, unica qualità di gran autocritica e “obbiettiva visione di sé”, che la posizionerebbe un gradino dinanzi alla massa di coglioni inconsapevoli, in quanto invece consapevole, ciò significherebbe, dicevo, che lei ha anche qualche ulteriore qualità, di persuasione, una certa eloquenza e retorica, dal momento che ha convinto me! Ha convinto il suo psichiatra, un “professionista della mente”, per dirla pomposamente, di avere lui torto, e che lei ha ragione! E non è da tutti…
  • Sì, dottore, ma mi lasci dire, senza offesa, io non ho mai detto che lei non sia un coglione!
  • Ah!
  • Scusi!
  • No, no, non c’è problema, ma in questo caso se io sottoscrivessi un documento del genere, dandole, per così dire, la “patente di uomo senza qualità”, potrei implicitamente stare ammettendo di rientrare proprio nel gruppo di quelli che pur senza qualità loro stessi, sono arrivati a un risultato superiore alla loro dotazione per così dire “naturale”, solo perché motivati dal famoso “credere in sé stessi”. In modo del tutto arbitrario e immotivato, quindi.
  • Non avrei saputo descriverlo meglio. Si vede che ha studiato temi specifici!
  • E se mi rifiutassi di firmare, dovremmo andare avanti con la terapia per chissà quanto.
  • Esatto.
  • C’è una cosa da notare, Signor, scusi, Dottor M.
  • Mi dica.
  • Se lei cedesse alla teoria del “credere in sé stessi”, se lei si arrendesse, e cambiasse idea sul conto suo e iniziasse a fare come chiunque altro, pur nella supposta illusione di cui parla e in cui molti vivono, raggiungerebbe risultati migliori in vita, e io non sarei costretto ad ammettere di essere un coglione.
  • Ci guadagneremmo entrambi, dice lei.
  • Esatto
  • E questa sarebbe la scelta più razionale, dato che non costa nulla.
  • Esattissimo
  • Ma se io fossi un vero stupido, un vero uomo senza qualità, non accetterei mai una scelta conveniente in modo così piano e pacifico, proprio in quanto mediocre senza qualità, nonché essendo un fallito incapace di concretizzare anche il bene più a portata di mano. Il che darebbe, per così dire, ragione a me…
  • Ma porca miseria, la sua ostinazione è fenomenale!
  • La mia mancanza di qualità e raziocinio anche.
  • Quindi dovremmo andare avanti per quanto? Affinché io non debba essere costretto ad ammettere di essere diventato psichiatra solo in virtù di patetiche spinte auto motivazionali da social network? Un anno? Un secolo? Non mi va di ammetterlo!
  • A questo punto dipende più da lei che da me… cosa dovrei dirle? Io so di non avere qualità! Che lei sia convinto o meno delle sue non mi riguarda, ma non farò certo la fine della persone che vedo attorno a me, gridando al mondo oscene falsità per decenni su quanto sia io “bravo”, senza un minimo di decenza.
  • Redigo e le firmo il documento, guardi!
  • Grazie! Finalmente so ufficialmente di essere sopra la media nazionale!
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