Critiche ad alcune posizioni della divulgazione scientifica atea

Io sono ateo professo e convinto (nei limiti del ragionevole); dopo un lungo percorso, sono anche completamente razionalista e del tutto privo di superstizioni. Non ho cambiato più idea e non credo che sia verosimile che ciò accadrà mai: non mi sono mai sentito meglio di così, da emancipato come sono ora, e non tornerei mai indietro, ma se dicessi che è stato semplice mentirei.  

Ho iniziato il mio cammino presto, all’età approssimativa di dieci anni di vita, lo ricordo bene perché andavo a catechismo e ricordo perfettamente che dovevo sforzarmi di credere, non mi veniva affatto naturale e non era affatto facile.

Inoltre ho sempre sentito una certa antipatia per quel Dio, per la “mitologia cattolica” con la quale sono stato educato, un rifiuto che poi si è manifestato, nonostante tutte le paure e i sensi di colpa. Per me è magari stato più facile che per tutti coloro che fingono di credere o credono di credere, o credono nel credere, dato che avevo esempi di atei in famiglia, ma so quanto pesante sia la situazione italiana.

A quattordici anni non credevo già più, non mi ero però liberato della componente superstiziosa, quella è scomparsa del tutto solo tardi, ben oltre i vent’anni e con un profondo sospiro di sollievo, dato che era alimentata più che altro dall’ingovernabilità della vita, e in Italia, anche della società. Mi pare di aver già detto altrove che in una società dove è assai labile il sinallagma tra operato e risultato, e dove esso è pervertito da nepotismo, favoritismi, corruzione, interesse privato, inganni, furbizie, e quant’altro di nascosto muova gli eventi, si creano le condizioni perfette per alimentare le superstizioni. Non starò a ripetermi.

Questo premesso, ovviamente condivido buonissima parte degli argomenti e degli intenti di famosi divulgatori di ateismo “scientifico” e di militanti dello stesso ambito, ma onestamente non sempre e non tutti.

Ho passato tempo ad interrogarmi su cosa non mi convincesse di certi discorsi, avendo solo un’impressione o un’intuizione che qualcosa non tornasse del tutto, ed è stato solo dopo certa riflessione che sono arrivato a qualche conclusione; ho iniziato a percepire una crescente ostilità verso alcune frasi, calibrata anche a seconda dei soggetti che le proferivano, divulgando scienza ed essendo al contempo anche atei o secolaristi.        
Alcuni di loro sono scienziati, e gli si perdonano imprecisioni e boutade riguardo alla religione; ad altri si perdonano meno perché si sono voluti condannare allo studio e critica delle religioni da una prospettiva atea –attività che ho sempre evitato perché in certo modo assurda- e certa maggiore profondità e capacità di interpretare le posizioni diverse dalla propria sarebbero richieste.

Per curiosità, nella mia classifica personale di divulgatori e atei, il primo posto spetta a Carl Sagan, poi c’è Brian Cox con Richard Dawkins, Neil deGrasse Tyson, Bill Nye, che non è efficacissimo; un po’ a parte e con alta ammirazione Christopher Hitchens, poi seguono con minor entusiasmo e successo Lawrence Krauss, che ogni tanto ne spara, e che ci tiene ad essere un po’ il prototipo dell’”ignorante arrogante” (a tratti, e ovviamente con tutte le cautele nella critica di una mente), segue Aron Ra, fino a scendere all’idiozia pura e “accelerata” di soggetti come Jaclyn Glenn, che ripete posizioni standard e se aggiunge qualcosa è solo per incasinare un tema già di suo complicato e delicato.   
E non parliamo poi degli incompetenti, di coloro che sono atei per moda, come mi pare lo siano la maggior parte di commedianti e attorucoli famosetti, che, se non sei ignorante come loro, quando aprono bocca ti fanno solo venire voglia di vestirti da crociato. Fine!

Dunque, ricapitoliamo, di fronte al tema del divino ci sono solo due possibili posizioni e non tre -o più- come alcuni credono o dicono di credere:

  • O si crede in Dio
  • O non si crede in Dio

Fine!

All’interno di questi due grandi blocchi possono poi trovarsi posizioni sfumate di ogni tipo, in accordo col bel principio di: tot capitae…

I credenti in genere si raggruppano e suddividono in base alle religioni, ma ci sono anche credenti del tutto autonomi e indipendenti da ogni tipo di religione ufficiale e anche di culto collettivo o persino personale, cionondimeno sono credenti.

Gli atei invece a volte amano complicare ciò che non è complicato e suggerire amenità come l’essere “agnostici”, ma in effetti sono tutti accomunati da una stessa e unica visione: non credono che esista un creatore intelligente dell’universo e in specie che esso sia interessato attivamente alla vicenda umana e a quella personale di ciascuno. Non hanno “fede”, in nessun Dio, nemmeno ostile o indifferente.  
Questi a loro volta, gli atei, potrebbero semmai dividersi in due grossi gruppi: coloro che non credono e stanno benissimo senza credere, cioè coloro ai quali non fa paura un Universo senza Dio e una vita senza un osservatore esterno onnisciente e onnipotente, che renderà giustizia in futuro -sono i più e tra essi ci sono io-; e coloro a cui invece farebbe piacere credere e che preferirebbero farlo, ma sono sinceri e dentro di loro non trovano la fede, o l’hanno persa.

Credere in un Creatore dell’Universo ed essere religiosi non sono sinonimi.       
Da un certo punto di vista, le religioni potrebbero ben essere viste come dei tirannici usurpatori del sentimento che l’essere umano ha sviluppato verso il trascendente, vale a dire che lo rapiscono, se ne accaparrano una titolarità inaggiudicabile, e lo dirottano verso la codificazione sociale, lo sviliscono a moralismo, e pratica devozionale, insomma lo pervertono e ne fanno quel qualcosa di ridicolo e insensato che tutti gli atei vedono nelle varie religioni una per una considerate, nelle sette, nei culti, e che, non ultimi come divulgatori televisivi, si divertono a prendere, giustamente, a gran ceffoni e ad umiliare senza pietà.

Fin qui: ben fatto!

Ma il discorso, se si vuole essere minimamente seri, non finisce e non può finire qui.

Va benissimo ed è del tutto lodevole il refutare (nel Terzo Millennio) tutta l’idiozia religiosa, prepotente, superstiziosa e sciocca, in mala fede, mandata avanti da personaggi senza scrupoli e avidi ad intossicare la mente degli uomini e dei giovani, facendo leva sul loro “cuore” e spesso e volentieri sulle loro paure, disgrazie e ignoranza.       
Va anche meglio fornire spiegazioni scientifiche di fenomeni ormai noti, a coloro che altrimenti non potrebbero venire a conoscerle, ed è ammirevole il porsi come baluardi contro una polemica che, tale e come è proposta da sedicenti “credenti” -specie in America dove si vorrebbe imporre un’alternativa alla scienza con la Bibbia- non è tale, dato che i loro modelli e sistemi sono del tutto inconsistenti e non arrivano nemmeno a poter instaurare un reale contraddittorio.      
Basta con diluvi, arche, Terre di seimila anni, transustansazione, spiriti, immacolate concezioni, avversione per la carne di porco o i crostacei, etc. specie se con tale bagaglio di scempiaggini e coglionerie varie si pretende per davvero di mettere a tacere una scienza che ha finalmente chiarito moltissimi punti una volta ignoti ed affidati a religione e filosofia per mera necessità di avere un’idea, per sbagliata che fosse, piuttosto che nessuna idea affatto, sul mondo e le sue leggi.

Quindi, per fare degli esempi, è convincente pensare alla teoria dell’evoluzione non come qualcosa di incerto o solo “plausibile”, ma come (come è) a un fatto dimostrato, e così ricondurre la nascita del sentimento di trascendenza, presente in molti esseri umani, a un risultato della selezione naturale, e parimenti con esso anche la presenza di altruismo e scelta morale, pure presenti nella stragrande maggioranza degli uomini, la formazione di società ordinate e di religioni, e così via spaziando fino alla fisica delle dimensioni dell’universo, e tutte le teorie sulla sua forma e struttura che oggi hanno completamente emancipato l’essere umano dagli angusti schemi del suo cervello, formatosi nella lotta per la sopravvivenza nella savana ed adatto più che altro a quella.          
Risulta oltremodo affascinante sapere che le tre dimensioni che percepiamo non sono affatto le uniche che formano la realtà, che ce ne sono altre che non siamo predisposti a percepire, ma cionondimeno sono reali; che principi che ci paiono necessari, come quello di causalità, non lo sono affatto, ma sono violati dalla Natura e nella realtà delle cose, fatto intuitivamente impossibile solo per ragioni strutturali della nostra capacità di comprensione del mondo; bello pure sapere, per esempio, non solo che in certi ambiti la causa non precede sempre l’evento, o non è determinabile, ma che addirittura possono non esserci affatto cause per eventi, in assenza di tempo e successione, e che qualcosa può essere e non essere al contempo, o essere in vari posti contemporaneamente, o spostarsi senza passare per punti intermedi, e via discorrendo.        
L’uomo non ricorda nemmeno la sua propria vita, di un secolo appena se va bene, ma l’universo lascia tracce di sé vecchie di miliardi di anni; chiunque voglia sapere come il mondo è per davvero, oggi deve confrontarsi con queste nuove e stupefacenti realtà.

Detto questo, però, e anche accettando quel po’ di entusiasmo, a dire il vero piuttosto peloso e “popolano”, che il divulgatore in tv deve esternare per ragioni retoriche e per conquistare la platea, se si va avanti su questa “china di ottimismo” e si esagera, iniziano ad esserci problemi.          
O per essere più sinceri e diretti: quando lo scienziato divulgatore, che ha scritto il suo bel libro divulgativo e che con esso arricchisce sia il mondo che le sue tasche, inizia a dare interpreazioni “energetiche”, “positive”, “ottimiste” di quello che propone, è dove mi appare che inizi a mancare l’onestà e si sta invece iniziando a “vendere un prodotto qualsiasi”, per di più con una tecnica di “vendita” che ha molto di quella “religiosa”.

Il mondo così come lo descrive la scienza oggi è molto diverso da come era descritto dai nostri antenati. Completamente diverso, anche se non è del tutto vero che nel Medioevo tutti pensassero che la Terra era piatta, e gli antenati non erano affatto stupidi ed hanno elaborato a volte letture piuttosto sottili e in qualche modo anche convincenti del loro ruolo nel mondo e di quello di chiunque. È inutile negare che il gran successo di certe idee, per errate che siano –e quasi sicuramente lo sono, o per me lo sono- parlano direttamente al cuore di ogni uomo e a questo si deve il loro grande successo e anzi per questo sono state create. Trattarle con sufficienza non solo non è bello, ma è un’arma a doppio taglio.

Un universo in espansione per miliardi di anni luce, con miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle, ciascuna con pianeti che potrebbero essere tutti deserti di vita, o pieni della stessa, un universo così e che deriva da una singolarità in effetti mai causata da niente altro che da se stessa, può essere bello ed affascinante, quanto gelido e spaventoso, disumano.

Un mondo interpretato in chiave matematica, invece che poetica, può essere corretto quanto lo è la matematica (e non lo sappiamo con esattezza), ma è anche veramente comprensibile solo a coloro che parlano con dimestichezza quel linguaggio, il che limita a pochissime unità umane la sua diffusione.
Chi dice che Dio “ha scritto –o non ha scritto- l’universo in equazioni”, e che esse sono il linguaggio universale, o è in mala fede perché conosce bene la matematica e gli fa comodo dirlo, o è ingenuo fino alla stupidità, con buona pace della sua mente matematica.

Se dovessimo dedurre qualcosa dal passato e dovessimo davvero dare una prognosi sulla qualità di quello che sappiamo oggi, ogni nuova scoperta porterebbe a pensare solo che quello che si sa è ancora una volta sbagliato come lo è sempre stato fino ad ora tutto, nonostante i risultati pratici e le conferme: quello che la scienza fa “funziona”, il resto no. Verissimo! Ma è sempre stato così o illusoriamente così.

E nessuno può scartare l’idea che quello che oggi pare certo e in parte –o per lo più- funziona, potrebbe domani sembrare ridicolo, proprio come sembrava certo a un abitante della Terra attaccato alla sua gleba, che essa fosse tanto piatta come la vedeva piatta lui, ed oggi sembra ridicolo non sapere che sia sferica.   
Magari domani verrà fuori che il mondo lo percepiamo tridimensionale, ma è in effetti solo una simulazione bidimensionale; o che la Terra non è affatto sferica, ma la percepiamo noi così dai satelliti, mentre in effetti pulsa e la sua vera forma ricorda vagamente un gigantesco dildo che si sviluppa in quattro dimensioni. Gli uomini di oggi convinti si sé, sembreranno domani come i positivisti dei film di Sherlock Holmes, degli affascinanti cialtroni.  
D’altra parte di arroganti, straconvinti di quello che proponevano, il mondo ne ha sempre avuti a difendere ogni posizione, e non avrà certo smesso solo ora di produrne: quella pratica rispetto a quella teorica, e viceversa, quella religiosa e quella atea sono coetanee. Piene di arroganti le università di ogni secolo lo son sempre state, e le campagne di ogni secolo pure, per le quali pure quello che si faceva e misurava “funzionava” o pareva funzionare a sufficienza per continuare a testa alta. La storia della cultura umana è composta di miliardi di pagine errate, che parevano così importanti e per cui si è arrivati ad ammazzarsi. Fin qui nulla di nuovo.

Il punto però più capzioso e irritante della divulgazione atea ottimistica e “vitaminica”, non è certo la fiducia nella scienza, e non voglio fare l’avvocato del diavolo, gli scienziati sanno bene i suoi limiti e pericoli, le bombe atomiche esplodono per tutti e di avidi non sono piene solo le curie, ma pure i laboratori; il punto più capzioso non è nemmeno tutta l’imprecisione, a volte imbarazzante, con cui tutto il resto delle posizioni è proposto e interpretato dagli atei militanti …e non ce ne sarebbe bisogno, vista la gran forza degli argomenti a disposizione. Il punto più capzioso e irritante è che non si dichiarino esplicitamente tutte le conseguenze spiacevoli della posizione atea e segnatamente della sua quasi necessaria deriva nichilista.

Per gli atei il mondo non è affatto “un luogo esaltante e meraviglioso, pieno di colori e con tanto da scoprire” come da vulgata televisiva. Così può essere o meno nel concreto di ciascuno, ma non è proprio necessario e nemmeno usuale: su questa terra si è tutti scontenti uguale! Il mondo è esaltante e meraviglioso specie per quel “ciascuno” che ha scritto un libro e deve venderlo, per quel tizio privilegiato del primo mondo, e a sua volta di nuovo privilegiato che parla con disinvoltura un linguaggio (quello matematico) che la maggior parte delle persone non solo non parla, ma non è neanche in grado di parlare, compresi gli economisti, che fanno solo finta di conoscerlo. Ah, certo costui può ben trascorrere una vita ricca e piacevole, costellata (mai meglio detto) dai suoi numerosi successi in cosmologia, da approvazione sociale, parecchi menage extraconiugali garantiti dall’eccellenza della sua rete neuronale, etc. tutto nei mammiferi finisce sempre con voglia di fottere, no? …qua tutti abbiamo voglia di rosicare un osso per vivere, eh! Ma quest’uomo non è “L’Uomo”, non ne è un “degno rappresentante”, e la sua visione del mondo “piena di colore e curiosità” a fianco dello scaffale con le copie autografate, affascinante e stimolante, non è affatto quella che ciascun altro di noi, mediocri e inetti, ma pur sempre uomini cugini suoi, e degli stessi oranghi suoi, arriverebbe ad avere partendo dagli stessi dati e con la stessa mancanza di fede.

Che il mondo si sia “arricchito” grazie alle nuove scoperte e sia stimolante, può essere anche considerato vero, e per me lo è, perché anche io sono un privilegiato, ma l’ateo non è ateo e non si “arricchisce” in modo particolare per questo. L’ateo, rispetto a chi crede nella trascendenza (religioso o meno che sia), rinuncia a vari miti e consolazioni, e questo non rende il suo mondo “più interessante”, come fa la scienza.

L’ateo in primo luogo non ha scopo; la sua vita personale non ha scopo, e se dovesse provare a dedurre che quella della sua specie debba averlo, alla luce delle teorie attuali, nemmeno ci riuscirebbe. Tanto è vero, che sin dall’antichità ateismo e certa disperazione sono sempre andati a braccetto, con o senza scienza, e chi lo nega pur di diffondere l’ateismo, perché lui non è disperato mai e mai lo è stato neanche nella transizione tra visione consolatoria e visione onesta sino alla brutalità del mondo, è solo un venditore di libri e di fumo, come lo è chi vende Bibbie e incenso predicando fantasiose buone novelle. Non è di moda essere pessimisti, c’è da sorridere!

Capiamoci, anche io sono ateo e per nulla disperato, convivo benissimo col mio ateismo, e non ho paura, nemmeno un po’! Ma capisco bene che essere atei possa fare paura, e nascondere questo fatto o infiocchettarlo, è meschino come inventarsi un rituale per aggirare il problema. C’è da confrontarsi con il terrore (thauma), cosa che ha fatto ogni filosofo che meriti tale titolo e non sia solo un “tecnico” imbrattacarte universitario …ma un vero “umanista”, sempre che il lemma valga davvero qualcosa.

L’ateo non dà e non può dare spiegazione altra che “meccanica” del dolore, o meglio sa che il dolore e la sofferenza (e “tutto il cucuzzaro” di paure e sentimenti spiacevoli vari: disamore, rifiuto, impotenza, insoddisfazione, etc.) non hanno alcun senso in chiave trascendente. È errato credere il contrario? Certo! E con ciò? Non è che ora il dolore faccia meno male.         
Certo morte e dolore hanno un senso pratico, sono frutto dell’evoluzione, probabilmente servono a farti correre ben bene per la savana e durare un po’ di più in quel posto, ma non hanno certo un valore di redenzione, catartico, e quant’altro. La morte è necessaria all’adattamento all’ambiente, per esempio, se non si morisse la specie non potrebbe adattarsi; ma a me che devo morire ed ho oltre al DNA anche l’istinto di conservazione, questa dovrebbe sembrarmi una “buona notizia”? O una affascinante curiosità che riesce di per sé a bilanciare il fatto che non vorrei rimetterci le buccia né oggi né mai, se per me fosse?

Se l’ateo afferma: “come può il Dio benigno del mito aver creato un tale teatro di orrori?” per confutare la posizione del credente, non può poi -quando si ammette che ok, non è plausibile credere nel Dio che si propone- far diventare questo teatro un “luna park”, pieno di colori e attrazioni, solo perché ha raggiunto il suo primo scopo ed ora deve vendere il suo mondo dove la sofferenza regna e non ci puoi fare niente. Il mondo umano è e rimane orribile e spaventoso, con o senza religione; e anzi, “esserci solo per esserci” è un bel problema, soffrire è pure un problema, e vivere, anche nella migliore delle ipotesi, non vale comunque la pena; riprodursi è ancora peggio!   
Questa è l’unica conclusione a cui arrivare ed è confermata dal fatto che:  uno, morire fa paura e difficilmente ti ammazzi; e che, due, pur di farti andare avanti come agente cieco di un codice autoreplicante, oltre al manganello del dolore, ci hai pure la carota, un po’ raccapricciante a ben vedere, dell’orgasmo.

L’ateo, inoltre, rinuncia necessariamente a ogni momento di “successivo chiarimento della vita”, di “resa dei conti”, di compensi o punizione per il male o il bene fatto, insomma di giustizia.
Può sembrare nulla, ma questo, checché se ne dica con più o meno spocchia e baldanza, non è affatto piacevole e non può esserlo. Come non è affatto onesto prendere la sola mitologia monoteistica, ridicola come nessun’altra, e da lì procedere a ridicolizzare anche tutto il resto e il concetto stesso di retribuzione… così, così, così suadente e dolce per l’orecchio umano da essere stato a vario titolo presente in mille forme in ogni credenza, e che laddove non è stato presente è stato proprio in culture intrinsecamente pessimiste –essere giusti, morire e finire nel tetro Ade, dopo lo Stige…-   

Che vuoi fare l’ottimista? Se sai bene che i conti si regolano ora o mai, e se ci aggiungi che sei del tutto impotente a importi e prevalere. Ripensi a quella volta che le parole ti hanno ferito, e non te lo meritavi, nessuno lo sa, ma tu sì, che eri nel giusto e sei stato ridicolizzato a sproposito… O quella volta che hai fatto il meglio e le cose sono andate che peggio non potevano andare, e per di più un incompetente è stato premiato. L’accademico ha rubato i tuoi scritti e non hai potuto fare nulla! Il boss ti ha umiliato sessualmente, e nessuno lo sa e lo saprà mai e a lui non succederà proprio nulla; anzi, vedrai che sarà promosso, o eletto Presidente. Seri: hanno violentato e ucciso tuo figlio, ma tu sei vecchio, povero e solo. Sei in galera per un fatto che non hai mai commesso, da vent’anni e non ti crede nessuno. E tutto questo e infinitamente altro di questa orribile vicenda che è vivere, non verrà mai chiarito. Di giustizia esiste il concetto, o nemmeno quello, esiste la vaga parola e nient’altro.    
Sei stato eroico! Davvero! Eroico è la parola! Eri solo contro mille nemici, ma hai venduto cara la pelle, non c’erano testimoni, ma Crom dall’alto della sua Montagna è compiaciuto, stasera berrai con lui! Anzi no! È solo finita male.

E così via.

Bisogna ammettere e parlare di tutto questo, quando si parla di ateismo, e non solo di quanto siano “belle e stimolanti le equazioni del multiverso”, quanto affascinante sia questo concetto, e quanti progressi abbia fatto la scienza… che per esempio ci semplifica la vita e ci fa comunicare con persone distanti… alle quali però non gliene frega niente di comunicare con noi, come non gliene è mai fregato niente prima, e non sarà la scienza a metterci mai una pezza su questo fattarello umano troppo umano, ma per noi così maledettamente importante, con buona pace di evoluzione, scienza, AI da un lato in agguato a sostituirci –finalmente!- e cugini primati in arrivo sulla maledetta soglia dell’autocoscienza.

La rappresentazione del mondo oggi è del tutto disumana, e se fossi Dio, un Dio a somiglianza mia, non scriverei mai equazioni per farle leggere a dei nerd in una università dell’Arizona, esattamente come non detterei un libro di scempiaggini e atrocità a dei lerci pastori del deserto.
Vedevo un documentario sull’origine dell’universo, tema verso cui sono estremamente curioso, mia madre mi chiede di che si tratta e poi si rifiuta di fermarsi a vederlo a con me, asserendo che la spaventa un po’ sapere queste cose.
Perché la sua paura deve valere meno della mia curiosità, dopo tutto? Che scala di valori perversa dovremmo applicare per saperlo?
E come scimpanzé evoluti, perché il linguaggio della matematica oggi dovrebbe valere di più di quello che io parlo con più disinvoltura, quello delle mazzate?        
Vai a casa della madre di mia moglie, con un figlio morto in giovane età, sottobraccio il tuo bravo libro di equazioni, a dirle che i fantasmi in cui crede sono solo stupidaggini, perché? Chi se ne frega di ciò che è “vero” sempre?
Mi serve coraggio e con certe storie riesco a darmelo, come si fa a dire che non funziona, se il “funzionare” deve essere il criterio? 

Basta dai!   

Un ateo potrebbe tranquillamente credere, fino a prova contraria, che la religione non abbia alcun impatto sulla morale, lì il bello: è del tutto ininfluente! E non che essa “la perverta”, la morale, come si sente pure ripetere ed è indisponente sentir dire. Se sei determinista, ciascuno farà ciò che è programmato a fare, con un pretesto o un altro se gliene serve uno, e anche l’ateismo potrebbe diventare un pretesto, come no! È solo una questione di diffusione e non qualitativa. Gli atei non sono peggiori o migliori di nessuno, semplicemente NON credono in Dio. Questo è tutto e questo da solo non li rende “eroi” o “speciali”.
Tutto l’infantile accusarsi a vicenda di immoralità è la cosa più ridicola e stancante del discorso, fa veramente perdere fiducia non solo nell’umanità, ma pure nella scienza, se si vedono le migliori menti prodotte da milioni di anni di cazzi nel culo (mi si scusi: evoluzione), degradarsi a parrucchiere e serve al mercato dell’etica, invece che quello dell’ittica.

(Visited 72 times, 1 visits today)