Crocefissi in Tribunale

Come spesso accade qui, uno è costretto a parlare di argomenti di infima rilevanza (ricordiamo sempre che c’è chi accelera particelle al CERN) e sui quali non dovrebbe in effetti esistere discussione. La discussione non ci sarebbe se ciascuno fosse sincero, ma così non è, si preferisce la prepotenza.

S’è molto parlato in passato (risolvendosi in un nulla di fatto) della presenza, inutile e perversa, di un simbolo religioso nelle classi delle scuole patrie e di stato.

Meno, da quanto ne so, s’è detto della presenza dello stesso simbolo, il crocefisso, nelle aule di tribunale, dove campeggia sopra alla scritta delirante “la legge è…”.

In effetti però a me il simbolo in questione dentro un tribunale inquieta parecchio. Lo dico da ateo professo.

Mentre la scritta delirante “la legge è…” la accetto volentieri -come augurio e intenzione legittima anche se palesemente tradita- e non solo non vorrei fosse rimossa, ma anzi che prendesse davvero corpo e concretezza, cosa vorrebbe dire la presenza di un crocifisso mentre si sta svolgendo un processo, che magari mi veda coinvolto in un qualche ruolo? Civile, dove sto difendendo degli interessi patrimoniali magari, o penale dove potrei essere parte offesa, o addirittura (peggio) imputato, o addirittura come operatore del diritto.

Vorrebbe forse dire che laddove finisce la letteralità della legge, uno dei metodi per la sua interpretazione, o anche il suo completamento, potrebbe e DOVREBBE -è l’unico segno presente- essere ispirato a principi cristiani? O vorrebbe dire che comunque il cristianesimo e la sua ingente mole di categorie e prese di posizione è guida addirittura dello svolgimento del processo e della sua definizione? O non vuol dire assolutamente nulla?

Nell’ipotesi in cui la sua presenza significhi qualcosa (ipotesi più plausibile, credo, altrimenti che senso avrebbe aggiungere, fare lo sforzo di aggiungere, qualcosa, senza che esso abbia il minimo valore?) io, sempre da ateo, potrei obbiettare di voler essere giudicato, o che si giudichi sui miei interessi, in modo del tutto indipendente da convinzioni e posizioni personali e ci si attenga solamente alla legge. E IN MODO ASETTICO.

Ingenuità? Certo! Ma non così tanto come appare a prima vista. Che sia inevitabile che le convinzioni di ciascuno (compreso me, che deciderei da ateo) abbiano ripercussioni su un lavoro fortemente ermeneutico e intellettuale è pacifico, ma altro è dire che “generalmente” il principio succedaneo o addirittura generale che guidi tale attività debba avere un certo taglio (ricordati che Dio ti guarda mentre lavori oh giudice!).

Da ateo non mentirei e non nasconderei mai la mia posizione personale, anche e proprio per essere corretto e dare all’altro la possibilità di rintracciare il filo del mio pensiero e del mio libero convincimento e magari errori o eccessi, ma non potrei mai, per pregiudizio e per linea generale, applicare le mie convinzioni in modo ostile a chi le ha avverse alle mie: non darei mai torto a un credente per il fatto di esserlo e non lo giudicherei mai alla luce della mia ovvia ostilità per quanto sostiene convintamente.

Sinceramente ad entrare in un’aula di tribunale e vedere il crocefisso, un senso di disagio lo noto, mi viene in mente che quella posizione (il cristianesimo) è avversa, profondamente per di più, alla mia, e non sono sereno.

A questi argomenti, ora solo sbozzati, ma che potrebbero portarci molto in là, si suole rispondere, e qui volevo arrivare, che “il cristianesimo è parte irrinunciabile e fondamentale della nostra cultura, e che pertanto è legittimo che abbia un suo spazio privilegiato”. I più solerti magari aggiungono uno straccio di citazione crociana (i mentecatti alla La Russa sul tema puntano i piedi da mocciosi coglioni facendo delle succose figure di merda).

Ciò è, ovviamente, ineccepibile, e ci mancherebbe pure! Nessuno è ostile al cristianesimo di per sé, e meno che mai come dato storico e motore del pensiero e culturale. Sarebbe detestare non solo la propria cultura (uno può anche farlo, ma perché poi?) ma proprio rinunciare insensatamente a un passaggio fondamentale e fecondo della storia del sapiens.

Si tratta cionondimeno di un discorso capzioso da due o più punti di vista. Brevemente!

In primo luogo: dovremmo ribadirlo sempre e comunque questo discorso meramente “culturale”? O solo in certi posti di potere? E per che scopo? Culturale veramente? Filologico? Archeologico?

Ma poi, la nostra cultura è senz’altro cristiana, ma è anche altro. Faremo delle discettazioni interessantissime sul tema mentre stiamo svolgendo attività del quotidiano? No, anche perché di tutto il resto che non sia “cristianesimo” come “fondamento culturale” della nostra società si parla sempre meno. Ingigantire la rilevanza del cristianesimo fino a renderlo l’unica componente ed il solo protagonista della nostra millenaria storia non solo è sbagliato, ma è un delirio e una atroce falsità. Un crocifisso messo per ragioni culturali non solo è “invadente” e fuori luogo, ma non è messo lì per ragioni culturali.

Anche solo la parte che mi vede schierato (gli atei) sono SEMPRE stati presenti nella nostra storia, e sono anche stati una parte molto rilevante di essa, non solo per quantità di protagonisti nelle sue file, ma anche nell’elaborazione del nostro pensiero, della nostra storia, filosofia, forma politica etc. Gli epicurei per dirne una, la più famosa. Anzi, a dirla tutta gli atei preesistono alla stessa creazione del concetto di Dio (sono quelli che quando si disse la parola per la prima volta hanno storto la bocca poco convinti. Ovviamente scherzo!).

Sarebbe un segno di grande ignoranza affermare il contrario e assolutamente falso e scorretto sminuire una intera parte del nostro passato e della nostra ricca cultura per mero fanatismo religioso: “non vedo altro che quello che voglio vedere, la superiorità di Nostro Signore!”. …Della quale però a me può obbiettivamente non fregare assolutamente nulla ed ho tutto il diritto di dirlo, a meno di non essere finito inopinatamente in una sharia e senza essermene reso conto.

Inoltre che l’incontestato peso o anche ruolo di supremazia della nostra religione debba tradursi in una piana accettazione di essa oggi è davvero intollerabile! Significa, come spessissimo purtroppo accade, cedere a quel discorso puerile per cui “se una cosa s’è sempre fatta non va cambiata” (le tradizioni, comprese la corrida, sacrifici animali, attività irrazionali e violente varie).

Oggi mi sento del tutto in diritto, e nella posizione corretta rispetto ai nostri principi generali, se da non credente chiedo la rimozione del crocefisso dai luoghi pubblici e specie da quelli dove si svolgono attività che hanno una ripercussione significativa sulla vita dei cittadini e segnatamente: tribunali e posti burocratici vari, scuole, ospedali.

Uno stato laico non equivale a uno stato ateo, certo, e il nostro stato si definisce laico, ma di certo è contraddittoria la presenza di un solo simbolo religioso nella dichiarata laicità, mentre l’assenza di tutti non darebbe certo problemi a nessuno e di sicuro non significherebbe “ateismo”.

A casa propria ciascuno creda in ciò che vuole, ma non si può minacciare il cittadino e incutere soggezione (alle minoranze, ma neppure tanto in certi casi) dando a una posizione una preminenza quando essa non dovrebbe -non è utile o necessario affatto tra l’altro- entrare in gioco nello svolgimento di certe attività.

 

 

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