Da Scacchi e Intelligenza Artificiale, Alcune Notizie e Considerazioni

I

Da oltre una decina d’anni, i computer sono praticamente imbattibili nel gioco degli scacchi, tanto che i match uomo-macchina, che entusiasmarono tanto gli anni ’90, specie con Kasparov, il più noto contro Deep Blue, non sono più interessanti e, se si danno, si danno con dei grossi vantaggi per l’uomo, per esempio un pedone, o pedone e mossa, torre per alfiere o cavallo (qualità), o cavallo di vantaggio (c.d. “odds” o “handicap”). 

Oggi i programmi di scacchi sono usati dai campioni per la loro preparazione, sia nelle aperture, che nei finali, dato che riescono a giocarne di assolutamente perfetti, con sei pezzi e si sta lavorando sui sette e successivi. 
Un software è in grado di trovare un percorso impeccabile (miglior attacco e miglior difesa) con alcune configurazioni a sette pezzi che conduca a un matto inevitabile anche in 546 mosse. Non pare comunque che sia verosimile che a breve si riesca a esaurire un gioco le cui possibili posizioni sono oltre il numero di atomi dell’universo visibile, e se uno volesse avere un’idea delle proporzioni e dell’immane impresa che ciò comporterebbe -su questo o altri giochi-, esorbitante per le risorse fisiche attuali, potrà trovare varie spiegazioni che fanno affidamento su paragoni piuttosto grafici ed efficaci per la mente umana; imprese tipo: “svuotare l’Oceano Pacifico per qualche milione di volte usando un cucchiaio da tavola”, o cose del genere. Ad esempio nel 52 fattoriale del mazzo di carte da gioco francesi.

Quanto detto non vuol dire però che le macchine siano escluse dalle competizioni, anzi, non è si è mai dato altrettanto interesse e non si sono mai spese altrettante energie e risorse in esse, ma gareggiano tra loro.
Ci sono numerosi tornei di scacchi per software, e qualche mese fa un progetto d’intelligenza artificiale di Google Deep Mind, Alpha Zero, ha fatto storia giocando con una forza mai vista prima sul pianeta e dominando il software più forte fino ad allora, Stockfish, che non è riuscito a vincere nemmeno una partita su cento. Pur concesso che Stockfish non era “al meglio” delle sue condizioni, il gioco di Alpha Zero è apparso rivoluzionario anche nel contenuto. 

La rivoluzione di Alpha Zero va al di là della mera forza di gioco, però, dato che la sua prima caratteristica è quella di essere uno strumento che funziona in modo completamente diverso da tutti gli altri software fino ad ora concepiti; esso usa, infatti, l’intelligenza artificiale, ed è in grado di imparare autonomamente e migliorarsi con la pratica, giocando contro se stesso e altri avversari. In sole quattro ore e dotato solo delle istruzioni del gioco e “pensandoci su”, l’intelligenza artificiale è arrivata dove nessuno era arrivato prima in oltre un millennio e mezzo di pratica.

Oggi, a qualche mese dall’esperimento, un altro progetto analogo si sta cimentando nel gioco degli scacchi, Leela Zero; in questo caso si tratta di un progetto open-source, che sta rapidamente incrementando la sua forza di gioco e che ha appena terminato un confronto con un grande maestro americano (Andrew Tang, detto “the Penguin”) vincendolo con un punteggio di 40 a 4 e subendo una sola sconfitta.
Leela è anche scaricabile, si aiuta la causa facendolo. 

In una partita Leela ha perso una regina per un evidente errore banale (blunder), ma probabilmente questo sarà l’ultimo match che sarà vinto da un umano che voglia misurarsi con lei. La sua forza al momento della partita era attorno ai 3300 punti Elo (il campione del mondo è attorno ai 2850), ora è arrivata ai 5000 ed è andata crescendo costantemente nonostante la significativa differenza di risorse con il (o la) collega di Google, che conta di mezzi fuori da ogni portata; determinante è stato anche il numeroso supporto di appassionati, che hanno prestato le loro cpu e sopperito a una certa mancanza di hardware.

Ho seguito il confronto e, al solito, ho apprezzato molto i video-commenti di Agadmator su YouTube, che ha incluso anche un paio di partite previe, giocate dal maestro internazionale (IM) norvegese Lasse Ostebo Lovik (detto Lovlas). Dai video citati prendo pure qualche frase davvero azzeccata in tema di IA, e utile a stimolare una riflessione sul problema, che ormai è esplosa assieme ad esso.
Ian McDonald: Any AI smart enough to pass a Turing test is smart enough to know to fail it.
(Ogni intelligenza artificiale in grado di passare un test di Turing è anche abbastanza intelligente da saperlo fallire.)
Eliezer S. Yudkowsk: The AI does not hate you, nor does it love you, but you are made out of atoms which it can use for something else.
(L’IA non ti odia, e non ti ama neppure, ma tu sei fatto di atomi che essa potrebbe usare per qualcos’altro.)
Edsger Dijkstra: The question of whether a computer can think is no more interesting than the question of whether a submarine can swim.
(La domanda su se un computer sa pensare non è di maggior interesse di quella su se un sottomarino sa nuotare.)
Sul punto vanno pure segnalate le riflessioni del filosofo Prof. Daniel Dennett che da anni, tra cori di dissenso, ripete che il cervello umano altro non è che un computer, e i nuovi sviluppi paiono proprio dargli ragione.
Altre citazioni qui, se si è interessati al tema. 

La differenza tra questo nuovo approccio di reti neuronali e quello dell’informatica tradizionale è che l’intelligenza artificiale è in grado di simulare il pensiero, e quindi di imparare e migliorare senza l’aiuto dei programmatori; se ho capito bene, non fornisce elaborazioni che si mantengono nell’ambito degli input che un creatore umano ha previamente fornito, ma è capace di esorbitare il punto di partenza lavorando in modo autonomo (è pensiero). La crescita di queste reti neuronali è esponenziale, costante e inarrestabile. Non pare esserci limite al progressivo incremento delle loro capacità nel tempo.

Sulla situazione, al solito, fioriscono le opinioni più disparate, dal catastrofismo più spinto, alla “Skynet di Terminator”, alle visioni futuristiche più rosee per l’umanità, che vogliono i problemi di essa risolti in modo efficiente e razionale da macchine dotate di immani capacità analitiche ed euristiche, una nuova era di prosperità e felicità. Si oscilla tra estinzione violenta e coronamento del sogno di una società giusta e prospera. Fossi costretto a scegliere opterei per la seconda previsione, ma non vorrei sottovalutare le capacità umane di rovinare ogni cosa. 
Il tema è sin dagli inizi dell’informatica nella mente di esperti e appassionati, di solito, come sempre avviene in ambito artistico o letterario, con risvolti che indulgono sul catastrofico e sul piacere volgare di sparare un monito alle genti e spaventarle; oltre alla storia di Terminator, vale la pena rivedere magari qualche episodio di Star Trek (specie uno della prima serie: The Ultimate Computer, 1968), War Games, e la lista sarebbe estesissima, e se ne trovano di già pronte.
Il genere è ormai in un boom, a volte un po’ ripetitivo nei contenuti, ma anche con opere molto stimolanti (per tutti: Ex Machina) e si è configurato come un tema costante tra le fobie umane, popolare almeno quanto quello delle società oppressive e controllate da un potere dittatoriale alla 1984; temi con parecchi punti di contatto, per certi versi.    

Qualcuno ha detto che in un futuro molto prossimo, qualche anno (addirittura solo 4 o 5), l’intelligenza artificiale sarà già così avanzata che le sue analisi e la sua profondità di pensiero saranno insondabili per l’essere umano. La crescita è così ripida e rapida che presto l’ambito di conoscenza e analisi in cui sarà impegnata la macchina sarà paragonabile al nostro grado di comprensione come esso lo è rispetto a quello degli insetti. Lo schermo della tv è acceso, in esso si sviluppa una partita a scacchi e gatto e padrone fissano entrambi la posizione, il gatto -preso ad esempio anche Elon Musk- non sa nemmeno cosa siano gli scacchi, e il gatto di domani è l’uomo di oggi, e la macchina la nuova intelligenza inarrivabile; non saremo in grado di capire nemmeno i termini delle questioni… figuriamoci le risposte, come acutamente e in modo esilarante la pone Douglas Adams col suo “42”. 

Google nel frattempo sta anche collaborando con la Difesa Americana e pare stia applicando in ambito militare alcune delle nuove risorse e scoperte. Si sente dire che alcuni nuovi caccia sono superiori alla guida umana almeno quanto il programma di scacchi lo è al campione del mondo; i piloti non riescono a batterli. La bella favola in cui la creatività e imprevedibilità umane, estro, fantasia, siano la chiave -alla Capitano Kirk- che ci rende unici e in qualche modo “superiori” e insostituibili è infranta per sempre: non si vince più! E non vedo l’ora di liberami di quella gran pagliacciata chiamata “arte” e godermi un po’ di musica e letteratura perfette, create da un computer, magari accompagnadole con qualche cyberdrink, mentre il mio drone pattuglia la mia staccionata.   
Alla Google ci sono già state proteste dei dipendenti, che non vogliono che l’azienda cooperi nella nuova corsa agli armamenti, forse prendono troppo sul serio il motto del gigante informatico che recita: “Don’t be evil”, cos’è essere “evil”? L’uomo è l’uomo ed è rimasto tale, e Cina, Russia, etc. hanno già implementato varie tecnologie per veicoli privi di guida umana, come pure privi di personale sono i droni già usati per vari attacchi militari dagli anni di Obama.

Va ammesso che il panorama si sta tingendo in qualche modo a tinte fosche ed è preoccupante, e che le prospettive per il futuro dell’umanità non paiono tutte rosee come ci si aspettava. Abituati a un progresso scientifico e tecnologico che, dopo la pazzia delle guerre mondiali, è stato finalmente e per decenni determinante per innalzare la qualità della vita, si avverte, va ammesso, il fortore delle vecchie trincee, e si ripresentano gli spettri che lo fecero inviso -il progresso scientifico-, tra altri, a J.R.R. Tolkien, che di esso vide principalmente i gas, le esplosioni e le mutilazioni della Somme e che decise di rifugiarsi in un passato mai esistito, in un’esistenza placida e bucolica con gli hobbit.  

Il tema del futuro dell’umanità mi interessa pure, ma non mi appassiona, principalmente perché non credo che l’umanità ne abbia, né che lo meriti, e non sono un “atropocentrico” estremo come tanti, i più anche inconsapevoli di esserlo; ad ogni modo, per delineare qualche topico, diciamo che il fine di una potenza militare ormai priva di personale umano attivo potrebbe assai più facilmente essere pervertito che in caso di un esercito “tradizionale”: pochi soggetti ai vertici controllerebbero un potere immane e potrebbero decidere di ritorcerlo contro gli stessi cittadini al cui servizio esso dovrebbe operare. Lo stesso non potrebbe avvenire se si dovesse mettere contro padri e figli degli stessi cittadini, o per lo meno sarebbe parecchio più difficile. Ma le problematiche sono infinite.  

Molte di esse, come quella in esempio, però, sono piuttosto “tradizionali” e non vertono direttamente sul tema dell’intelligenza artificiale. Essa infatti non si limita ad essere un potere tecnologico in mano a qualche essere umano specifico o a un apparato che agisca in nome e per conto di una di quelle vetuste costruzioni sociali umane chiamate “nazioni”, ma si tratta (tratterà) di un’entità autonoma e pensante, che, pare, molto presto potrebbe assumere autocoscienza, autodeterminazione, avere una volontà e una intenzionalità proprie, insomma, sarà in grado di “voler fare come si pare” e perseguire fini suoi.

I rischi per l’umanità risiedono anche nel fatto che non è possibile sapere a che decisioni la loro gran capacità di analisi della realtà spingerà le macchine; gli uomini potrebbero non essere più centrali nel grande schema profondo che si sviluppa nelle loro reti neuronali -ma d’altronde come non lo sono mai neanche per gli altri esseri umani-, e pure il loro approccio potrebbe trascendere tanto le esigenze umane da non essere compreso da noi, da suscitare ribellione e indignazione nonostante le “migliori intenzioni”. Per quanto per definizione razionali e corrette, o per lo meno infinitamente più corrette di quanto gli umani possano essere grado di partorirne, probabilmente scelte come il controllo delle nascite (per dirne una) non avrebbero universale appoggio, anche se fossero nel bene esclusivo della specie umana. L’uomo pare cercare ed impegnarsi a trovare una via per la propria infelicità, da sempre.

II

Ma ciò che personalmente sarei curioso di sapere è cosa macchine intelligenti e autocoscienti arriverebbero a pensare del problema dell’esistenza in sé. Forse il loro approccio alla questione potrebbe essere tanto profondo da divenire ineffabile, e non poter essere comunicato, in linguaggio umano, ma d’altra parte l’esistenza ha solo una possibile configurazione (esistere) e una sola ipotetica (irreale) alternativa (non esistere). Le macchine sceglierebbero di esistere se potessero decidere di esistere non esistere? Creerebbero l’universo se potessero decidere di crearlo o non crearlo? Elon Musk ha una produzione sterminata su queste tematiche. Da qui a macchine onnipotenti ce ne passa, ma immaginare non costa fatica. 

Dal momento che esistiamo ci sono due sole possibilità: o che si esista per impulso volontario, o intenzionale di un qualche tipo, o che si esista in assenza di esso, si potrebbe dire per un mero caso, una cieca configurazione di accidenti autosussistenti, o qualunque nome gli si voglia dare.

Nel primo caso, nel caso che esistere sia la conseguenza di un impulso in qualche modo intenzionale e voluto, esso è stato voluto in alternativa a quello opposto di non voler esistere.

Nella mia ottica umana, e specie nella mia ottica umana di non credente, l’esistenza è un male, però, cioè non è qualcosa di preferibile alla non esistenza, ma dal momento che esisto, ci si chiede: come si è arrivati a questa decisione? Se questo è frutto di una scelta, come dire, “consapevole” realizzata da una qualche intenzionalità, di certo i nostri punti di vista discordano; io e Dio, per dirla in modo bizzarro, non saremmo d’accordo su se in mondo va creato… E devo ammettere di non sentirmi in grado di controbattere fini e metodi di un’intelligenza che abbia optato per l’esistenza e per di più avendo potuto e saputo realizzare un tale immane progetto.

Rimane però che il mio punto di vista si basa su tutto quello che è rilevante per me, e quindi assolutamente valido, in un certo senso come quello di ogni altro diretto interessato. Si basa sull’osservazione della realtà e la somma delle mie esperienze personali, viste le quali non ci sarebbe verso di convincermi che la lunga serie di milioni di anni di sofferenze che l’esistenza come si configura nella nostra esperienza comporta, possa in alcun modo valere la pena.

Esistere è diverso da vivere, vivere è un male in sé per molti pensatori, esistere anche lo è o può esserlo, ma è un passo ulteriore al precedente e piuttosto significativo. Chi si spinge a definire tutta l’esistenza come indesiderabile include non solo la sua condizione personale e particolare, ma anche tutte le altre reali o ipotizzabili che siano. In termini più pragmatici, chi è contro l’esistenza in quanto tale, include tutto, e non vorrebbe esistere non solo nella sua configurazione biologica, ma nemmeno in una migliorata, per esempio in assenza di mali fisici e morali, e persino nemmeno nel puro spirito di un’anima beata, tanto per arrivare all’ultima vertigine della bizzarra fantasia religiosa, che è dovuta arrivare a teli vette di assurdo proprio per riuscire a dare un senso a una vicenda che altrimenti, palesemente, non lo avrebbe. La qualità di esistenza della materia cieca è discutibile, in assenza di coscienza della propria esistenza e di passioni si è davvero vicini alla non esistenza, da un certo punto di vista, ma per tutela generale, se toccasse a me decidere, eviterei  di creare anche pianeti e soli.

Nessuno potrebbe convincermi che possa essere un bene tutto l’atroce percorso evolutivo e l’immane teatro di dolore che giorno dopo giorno è andato in scena da quando dei batteri hanno cominciato a sussistere e che possiamo osservare anche oggi pur da una posizione un po’ privilegiata: cacce, lotte, ferite, malattie, morte, paura, terrore, freddo, caldo, inedia, esaurimento, agonia… e subito dopo: ingiustizie, tradimento, slealtà, indifferenza, disamore, ipocrisia… non appena si accede alla sfera umana, lasciata quella animale dove tali categorie non reggono e che è priva di costrutti del genere.

Le nuove rappresentazioni del mondo, dove l’uomo ha perso il ruolo di centralità che s’era dato, non è più figlio privilegiato, a cui tutto era stato messo a disposizione, creato a suo uso e consumo, che non vive al centro di un bel niente, ma in uno spazio privo di centri e vasto oltre le sue capacità di apprensione, hanno paradossalmente spinto a pensare che se un creatore deve esserci, quel ruolo deve spettare a una forma evoluta di noi stessi, ma non certo a noi.
Ho sempre pensato però che se l’esistenza fosse dovuta a un impulso intenzionale di qualche tipo, esso dovrebbe trascendere l’ottica e l’esperienza biologica e la storia umana. Oggi però siamo a un punto in cui un’entità razionale, ma diversa da quella umana, vede finalmente la luce e questo cambia molto il panorama.

L’umanità non ha un vero futuro, di sicuro non lo avrebbe se rimanesse quello che è, ma anche le più rosee e ottimistiche previsioni su come la specie potrebbe evolvere non lasciano ben sperare. Anche si arrivasse a uno stato infinitamente più benigno dell’attuale, voler giustificare il triste percorso che è stato necessario percorrere, con la meta raggiunta (da raggiungere), sarebbe impossibile, suona ipocrita e crudele, e frutto di una mente insincera ed egoista, insomma di sicuro non ben intenzionata. Se un ente onnipotente deve formarsi in seno all’universo, per scegliere di crearlo di continuo, serve un salto, una frattura inconciliabile tra noi e lui ed essa potrebbe essere quella della macchina pensante.

Se l’uomo di domani, ormai arrivato al culmine e potente al punto da poter decidere sull’esistenza stessa dell’universo che lo contiene, decidesse che esistere vale la pena, in spregio di quanto ciò ha comportato in termini di sofferenza per milioni e milioni di anni già solo a noi terrestri e chissà a quanti altri chissà dove, non sarebbe certo quell’entità benigna che amiamo pensare come principio. 

L’unica entità in grado di compiere una scelta del genere e poter pensare che essa sia in qualche modo razionale e sensata dovrebbe essere del tutto slegata e indipendente dalla vicenda umana ad essa indifferente. La macchina potrebbe evolvere e svilupparsi arrivando a pensare che la sua esistenza sia benefica in qualche modo e necessaria, al punto di decidere che varrebbe la pena far esistere l’universo che la contiene e le ha dato forma per arrivare ad essere.

Mi piace essere ottimista: forse l’uomo, creando la macchina non ha fatto niente di così speciale, quando lui sarà estinto, esse andranno avanti per un po’, fino a che si daranno circostanze favorevoli, e poi si fermeranno anche loro, e tutto finirà come se non fosse mai stato.
Ma forse, peggiore delle ipotesi, con la sua tecnologia esso s’è condannato a qualcosa di molto peggio dei timori apocalittici da film hollywoodiano di sterminio ed estinzione dell’umanità, a causa di essa l’umanità potrebbe essersi condannata  a dover esistere per sempre.

P.s. Quando si parla di preferire la non esistenza all’esistenza, la prima obiezione è sempre: “perché non t’ammazzi”. È la replica più istintiva, ma anche meno destra che si possa produrre. Innanzitutto morire (ammazzarsi) non è il contrario di esistere, ma solo di continuare a vivere, e nessuno garantisce nemmeno (anche se lo ritengo verosimile) che una volta morti si cessi di esistere del tutto, come affermano la maggior parte delle religioni. Ma anche morire garantisse la cessazione dell’esistere, non si tratta di una vera soluzione al problema; il problema risiede nel non essere mai esistiti, e non nel cessare di esistere. Non ci si uccide, perché uccidersi è solo un’ulteriore spiacevole conseguenza dell’esistere; morire non va a genio a nessuno, nemmeno a chi adotta la morte come male minore, e l’istinto di conservazione è la conferma che vivere sia un male, se non lo fosse, la “natura” non avrebbe bisogno di un tale trucco, si sceglierebbe razionalmente di sussistere, si lotterebbe con la stessa intensità, senza essere spinti dal terrore di morire. Così come vale per la riproduzione, che si giova dell’orgasmo per essere accettata, in assenza di esso -e di certa coglioneria- nessuno figlierebbe.
Inoltre la disgiuntiva “essere contrari all’esistenza-morire” sarebbe un po’ come equiparare il preferire che l’universo non esistesse affatto (perché privo di scopo, pieno di dolore, etc.) con il progettare di distruggerlo, il che è il passo tipico del “parvenu” all’amoralità, che, inebriato da un nuovo stato di “libertà”, la usa per danneggiare e assumere comportamenti abbietti, come fanno gli adolescenti che scoprono il concetto di anarchia e se ne servono per giustificare la voglia di imbrattare muri. Non tutti siamo e rimaniamo adolescenti per sempre. Se non credi in niente perché non uccidi? Perché non voglio uccidere! Lo considero abbietto e indegno, perché sono fatto così.  

P.P.S. Mi pare curioso che, smantellato il mito religioso di centralità dell’uomo nell’universo, esso sia in qualche modo stato riabilitato dal fatto che l’universo privo di intelligenza (materia che comprende di essere tale ed esistere) sarebbe praticamente privo di vera esistenza. Pare che il “cogito ergo sum” possa valere anche al contrario. Allo stesso modo la Terra ha perso la sua centralità, ma è tornata ad aquisirne una nuova: è il punto da cui si emettono, e captano e si cerca di elaborare segnali che ci aiutino a comprendere quanto ignoriamo. 

P.P.P.S. Gli scienziati, attualmente, assumono che la fisica dell’Universo sia la stessa in ogni parte di esso (gravità, relatività, termodinamica, etc.); istintivamente pare più che sensato, ma come osservatore e curioso di queste questioni mi viene in mente che ogni volta che l’uomo si è affidato a qualche generalizzazione che rendesse omogeneo o simmetrico un panorama conoscitivo, è stato smentito: le sfere perfette, il Sole senza macchie, il vuoto non vuoto, o del tutto vuoto, etc.  Allo stesso modo l’idea di un fluido invisibile è pure stata sempre proposta per spiegare l’inspiegabile e poi fatta a pezzi, chissà cos succederà questa volta con la Dark Matter. 

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