Dantista? Giammai!

L’arte, sia come veicolo di idee o immersione nel profondo della autocoscienza umana, che come l’intrattenimento -ed anche la filosofia- appartengo a quell’immenso universo umano che potremmo definire del “superfluo”. E quindi secondo una vulgata frequente e “pauperista” del “non necessario”, vale a dire successivo e ulteriore a ciò che è legato alla stretta sopravvivenza “animale” dell’organismo.

Considerando che sia il pensiero che le arti, ma pure il divertimento, sono attività tipiche e distintive del sapiens, definire il “superfluo” anche come “non necessario” in tali casi rasenta la demenza se non il crimine, ammesso che si voglia continuare nel cammino evolutivo che ci caratterizza rispetto agli altri esseri animali.

Nulla nella vita è più necessario del superfluo! È il superfluo che, ammesso che se ne voglia individuare uno, dà senso alla vita.

Detto ciò cimentarsi nell’accaparramento di conoscenza (come sempre da definirsi -la conoscenza- il più grande mistero dell’universo) con ambizioni enciclopediste è una assoluta follia!

Una follia in cui è facile cadere e che attrae molti “intellettuali”, “collezionisti” di letture e nozioni, strapieni di citazioni, nomi di autori, opere, musiche, etc., che implicitamente tradiscono una singolare idiozia: quella per la quale il loro scibile potrebbe propendere verso l’esaustività, cosa del tutto impossibile!

Impossibile già dagli albori della conoscenza umana, ma assolutamente priva di senso oggi, quando si moltiplica la produzione di opere (col benessere e una maggiore longevità ed accesso alla conoscenza) e che sono sorte perfino nuove forme di arte (cinema, fotografia, videogiochi, fumetti, cartoni, etc.).

Il rapporto tra ciò che un cervello umano può incamerare e ritenere in una vita (di 24 ore al dì) intera, anche con la massima applicazione e diligenza maniacale, è nulla rispetto alla produzione solo annuale di una piccola parte del genere umano, e sarà sempre una goccia di un oceano smisurato e dai confini ignoti. Chi si affanna a incamerare di tutto, altro che per un divertimento suo un tanto compulsivo, non ha presente le proporzioni. Il tempo va speso in altri modi, lo sforzo vitale va indirizzato in altre direzioni.

Vi sono altre opzioni tra essere un ignorante patentato ed essere un maniaco, un folle!

Il sapere personale è condannato al letto di Procuste che misura specializzazione (sapere tanto -o tutto- di un ambito molto limitato) e universalità (sapere superficialmente di tante arti ed epoche).

Oggi persino formarsi una cultura potrebbe essere una “opera d’arte in sé”. Vale a dire la selezione determinata di cosa sapere, di cosa conoscere, e che no, per comporre una propria personalità e estetica (e magari aggiungere a ciò anche un particolare aspetto fisico, che è certo parte della vita e del suo “senso”) potrebbe essere una nuova “arte”. Un’arte un tanto narcisista, certo, ma come ogni altra, dopotutto, compresa quella saccente del damerino autodidatta, moralista ed enciclopedista.

Oggi non si può essere dantisti, per esempio, senza pagare un prezzo troppo elevato!

Forse in passato tanto zelo avrebbe potuto avere senso, ma oggi a un dantista andrebbe inesorabilmente applicato il neologismo di “nerd”.

Sì, un dantista è un nerd! Chi lo avrebbe pensato!

Oggi ci si deve muovere con una singolare agilità tra quello che di buono, (di certo assieme a tanta merda) la nostra epoca ci propone -e di cose eccellenti ce ne propone!- senza dimenticare ciò che di eccellente è stato fatto nel passato e senza pervertirlo, menomarlo, non affrontando mai le opere di altre epoche con troppa superficialità e distrazione.

Superficialità mai! Ma di certo la grandezza di certi autori è quella di valicare le cordigliere del tempo e parlare a pronipoti lontani ancora con forza ed espressività, consegnandosi alle inevitabili distorsioni del caso. Nessuno di noi capirà o interpreterà per se la Divina Commedia come essa è stata interpretata nel ‘300, nel ‘500, o nell’800. Non c’è affatto da farne un dramma!

Ma oggi, oltre alla Divina Commedia, esiste il Rock, e tanto altro! Che fare? Rinunciare a ciò che ci appartiene nella vicinanza per seguire solo un percorso filologico? E non produrre mai nulla di nostro, tradendo la nostra natura, per non avere altro tempo che quello da dedicare allo studio?

Personalmente amo la classicità, la cultura umana in generale e occidentale in particolare. Sentendomi “sapiens” -e null’altro- sento che il mondo mi appartiene ed io ad esso, e così ogni produzione, nei luoghi e nel tempo, realizzata da ogni mio simile; parimenti mi sento implicato in ogni atrocità e barbarie realizzata dalla mia specie animale e nella mia vita farò di tutto affinché esse non si ripetano. “Di tutto” significa –sempre- qualcosa di proprio!

Appartengono a noi tutte quelle opere (sacre comprese, ovviamente e di tutte le religioni) che parlano dalla notte dei tempi alle nostre inquietudini più radicate e toccano le corde più profonde del nostro animo, ma bisogna amare e vivere anche il proprio tempo, la propria epoca, e non si può rinunciare a cuor leggero, nati oggi, ad ascoltare i Judas Priest o gli Acdc, a conoscere i Simpson, South Park, Eminem, o il cinema.

Amante di Dante sì! Superficiale, si spera, mai! Ma dantista neppure!

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