Do Ut Des!

Parliamo di amicizia! Risulta che, senza poterne sapere nulla di evoluzione, genetica, DNA, etc., i romani sono stati quelli ad andare più vicini all’essenza di un concetto di amicizia compatibile con la visione che di essa può avere l’uomo contemporaneo alla luce delle scoperte scientifiche attuali.

Dalla tradizione cristiana in poi, si suole scindere la radice dell’amore verso un oggetto (un amico, un genitore, un amante, etc.) da aspetti pragmatici. Anzi, convenienza e sentimento paiono essere contrapposti (s’è detto altre volte).

Il c.d. “essere disinteressati”, l’agire non per (a prescindere da) un tornaconto-benficio specie direttamente economico (“ti sono amico perché sei un buon cliente e paghi bene”), ma anzi per una sorta di alta, inclita “chiamata interiore”, predilezione che si giustifica “in sé” e che è riflesso dell’amore divino e della sua Grazia, sono stati un po’ un’ossessione della nostra educazione; tanto che se riusciamo a capire bene la bellezza (autentica) di questo poetico punto di vista (che parte, però, da presupposti erronei), l’altro ci pare addirittura meschino.

Va sottolineato, per un minimo di completezza, come nell’etica cristiana il fare del bene per ottenere fama e riconoscimenti terreni non è mal visto. In Dante tali anime sono in Paradiso, ovviamente, nel cielo di Mercurio, ma tale atteggiamento non è quello più alto. In teoria si dovrebbe voler bene (e operare il bene) a prescindere da considerazioni di beneficio personale, in pratica, però, le persone non sono in grado di essere altruiste nemmeno “rischiando” di non avere un tornaconto strettamente “materiale” (come si dice), figuriamoci di dare seguito alle pie intenzioni religiose.

Una versione idiota di tale impostazione “antimaterialista” (spiritualista? Sentimentalista? Idealista?) è stata proposta anche da correnti di pensiero svincolate dal sacro, per esempio il romanticismo, che privilegiava il sentimento su tutto …perché tale… “sentimento per il sentimento” e tutto sommato lo autogiustifica.

Si è stati molto ingiusti con il pragmatismo, però!

Essere pragmatici non è affatto meschino quanto paia, dopo tutto. Ed è inoltre impossibile evitare autenticamente di esserlo. Quello che si può giudicare, e che descrive una persona, è solo il tipo di beneficio che si ricerca! Quanto miope, categorico, gretto e limitato esso sia.

Il giudizio generale sul “pragmatismo” dipende anche dal concetto di “tornaconto”, o beneficio, a cui ci si riferisca: se si pensa solo a quello economico, errando, o se si estende a ogni altro oggetto in grado di creare soddisfazione personale o un miglioramento.

Difatti si finisce per amare e preferire qualcosa sempre in virtù di una specifica ragione, e in ultima analisi di un beneficio (personale o collettivo). Che sarà tanto più sinistro (il beneficio cercato) quanto più bizzarro (l’oggetto amato), sino ad arrivare alla configurazione, oggi che queste cose le studiamo, di strane parafilie, perversioni, che possono anche essere profondamente insane.

Non è necessario fare esempi, ma se “ti amo perché sei bella” sto dicendo che la nostra discendenza sarà migliore, più sana, atletica, che in altri casi, il che è un beneficio concreto e non metafisico. E lo stesso accade se sei “intelligente” o “simpatica”, etc. quello che difatti mai capita è di innamorarsi di persone oltre che brutte, antipatiche, stupide, vecchie, povere, scostanti, negative, menomate, depresse e depressive, lagnose, etc.

Perché si vive assai male con soggetti del genere vicino e (pragmatismo, sanissimo pragmatismo) nessuno vuole vivere male! (Chi sceglie la sofferenza in vita è spesso un malato di mente, oggi, non è più visto come un “santo”.)

Da reminiscenze classiche ricordo che i romani definivano il rapporto amicale innanzitutto come do ut des. Ti do affinché tu mi dia, o ti do se anche tu sei disposto a dare a tua volta. Aiutarsi a vicenda. “Tu gratti la mia schiena e io la tua!” Inizio della cooperazione, presente in molte specie. Anche tra certi uccelli e ippopotami.

Ciò non esclude affatto che ci sia un vincolo di affetto tra i soggetti umani, anzi, ma richiede, per una relazione propria, sana, che ci sia una corrispondenza, una simmetria di sforzi vitali.

Se sono disposto ad aiutarti, tu devi essere disposto a fare altrettanto quando ricapiti.

Questo non implica nemmeno (situazione comunque frequente sino a diventare normale nella nostra società, apparentemente mossa dalla cultura cristiana ed irrealistica “dell’amore puro”, ma in effetti ipocrita) che non possa esserci amicizia tra soggetti con grande disparità di risorse (economiche, ma non solo, mentali, culturali, etc.), dato che quello che si richiede non è l’immediato “risarcimento” del bene ottenuto, e nemmeno una eguale corresponsione di beni, ma una sorta di “promessa di disponibilità”, che tutto sommato è basata sulla fiducia: quando se ne dia l’occasione… “devi esserci per me”.

E si può essere presenti in mille modi, anche solo col dedicare tempo, la propria saggezza (“l’imperatore incompreso preferisce la compagnia del filosofo… o del poeta, benché poveri”).

Essere disponibili non implica affatto che ci si debba sentire “in debito” e meno che mai esattamente in debito di quella concreta e limitata cosa della quale siamo stati beneficiati in un momento dato. Questo atteggiamento sì che è meschino, e grande, grandissimo segno di pochezza personale.

Capita a tutti di conoscere oltre ai taccagni (che… per quanti caffè tu possa offrire non faranno mai neanche la mossa di ricambiare, esempio molto italico) qualcuno che è anche peggio di questo: colui che non accetta il caffè per non sentirsi in debito. E ancora peggio: colui che risponde al caffè offerto con un altro caffè offerto, in un posto dove costi esattamente la stessa cifra, alla prima occasione disponibile, così da non sentirsi vincolato a nessuno. E non parliamo della corsa disperata di moltissimi ad offrire caffè proprio a chi non ha certo bisogno di aiuti, per ruffianeria. Si sa che tra i vermi (molti di loro assai pii a chiacchiere) si fa a gara ad “aiutare” chi non ha bisogno di aiuti per ammucchiare squallide benemerenze.

Per esperienza so che chi ti ripaga subito e in modo esatto di quello che fai per lui offre un grande segno di estremo egoismo e di mancanza assoluta di disponibilità e amicizia. Costoro sono dei meschini! E prima o poi ti tradiranno.

Se quando se ne dà l’occasione il soggetto “amico” volta le spalle, anche trovando una giustificazione (una scusa) qualunque per voltarle (il che è assai facile da farsi e assolutamente vile, basta un cervello normalissimo per inventarsene una), per definizione non può dirsi un buon amico.

Tutto ciò ha senso anche da un punto di vista antropologico; l’amicizia, si suole dire, nasce NON dalla “naturale propensione all’amore dell’essere umano”, voluta da Dio che ha plasmato questa strana creatura a sua immagine (premessa erronea), ma dal fatto che egli ha bisogno, per prosperare, dell’aiuto altrui, di una società, una struttura, e che dall’alba dei tempi è richiesta la presenza di partner (gruppo) per la realizzazione di attività necessarie alla sussistenza. L’affetto è un collante, un vincolo, assai forte, oltre che piacevole e per questo l’evoluzione lo ha sviluppato.

L’amico odierno è il residuo della scelta vantaggiosa di compagni di caccia su cui si può confidare (millenni e millenni fa). Cacciare da soli è assai rischioso. Se durante la battuta uno del gruppo si fa male, per esempio, gli altri non saranno inclini ad abbandonarlo, ma lotteranno per riportarlo a casa, a rischio della loro stessa incolumità, e perfino contenti di poterlo fare (l’affetto è piacevole e rende sopportabile lo sforzo), convinti che lui farebbe lo stesso.

Questo non implica affatto che non ci si voglia bene, anzi, ma dà solo una spiegazione corretta dell’origine del sentimento.

L’amico di oggi, piaccia o meno è ancora colui che ti terresti a fianco per realizzare un’attività rischiosa, per due ragioni: è bravo e capace (come quando i bambini scelgono i giocatori della propria squadra di calcio, senza tanti convenevoli) e puoi fidarti di lui. Se fosse solo bravo non servirebbe, se potessi solo fidarti sarebbe già meglio, quand’anche, con un imbranato vicino, sapresti di dover lavorare, più che altro, tu.

Per esperienza personale so che tra le tante persone che mi circondano e con cui ho una bella relazione più o meno amichevole-amicale, sono pochi (e li ho chiari) coloro che “mi porterei a caccia” (caccia seria, ancestrale, per la sussistenza).

Essere inaffidabili, volubili, infidi e traditori è il peggio, ed è sempre stato così, per l’essere umano. Gli infami, sono da sempre i più vituperati di ogni società. Dante li piazza giustamente al fondo del suo imbuto infernale e non sente per loro (cosa non troppo frequente) alcuna simpatia o compassione (vecchia e desueta parola per la moderna “empatia”). Shakespeare crea uno dei caratteri più odiosi della letteratura, Jago, togliendo ogni caratteristica tipica dell’amico a un essere umano… spregevole.

Insistere, ostinarsi nel voler “salvare” (voler bene a) certi soggetti di solito spiccatamente “antisociali” e falsi amici, spesso turbolenti e nervosi, è un atteggiamento adolescenziale (periodo doloroso e confuso della vita, che va abbandonato il prima possibile, e nel quale, per essere accettati, si sopporta anche il maltrattamento), ma specie dovuto proprio a quella falsa rappresentazione “amorevole” e pietistica della realtà con cui ancora, purtroppo, si cresce, che spinge ad accettare il ruolo di vittima come un segno-gesto di grandezza e magnanimità, perpetuando relazioni asimmetriche non solo di amicizia, ma all’interno della coppia, nella relazione paterno filiale, etc. Induce, insomma, da buon frutto di una cultura debole e autolesionista, a sopportare “l’aggressione”, invece di stopparla istantaneamente. Qua nessuno deve sopportare nessuno, invece!

Il fatto che questo sentimento, l’amicizia, sia così diffuso e importante per noi, specie maschi (quelli che anticamente cacciavano), si deve all’evoluzione. Esso si è imposto, infatti, per chiare ragioni pragmatiche (ancora una volta), per il fatto che la cooperazione è di norma efficace a una migliore prosperità. Chiaramente anche il tradimento può dare dei vantaggi, ed infatti non ci si è ancora liberati dei traditori (il tradimento è una forma di egoismo).

La questione si riduce, quindi, come in molti altri casi, a un meccanismo molto semplice, più semplice del “mito dell’amore” cristiano (e non solo).

Da una parte c’è un “gene cooperativo”, solidale, utile e costruttivo, dall’altro c’è quello egoista. Si deve far scomparite il secondo, se si vuole un’umanità pacifica e collaborativa, felice, prospera, o potenziarlo, se la si vuole indirizzare in senso opposto, antisociale, aggressivo, bellicoso, distruttivo, individualista, etc.

La frase latina riporta assolutamente a questa nostra odierna evidenza scientifica.

Si deve dare solo a chi è in grado (ha il gene cooperativo) di ridare a sua volta, e ricambiare con un suo sforzo un tuo sforzo. Scegliere male (dare a chi non dà e non darà), oltre che avere ripercussioni nefaste sulla propria vita, ne ha anche sulla specie intera.

La cretinata del perdono cristiano, ogni altra complicata, ed erronea, rappresentazione dell’“etica”, non sono che un abbaglio che, per un pietismo debole in modo imbarazzante, manda avanti nella storia umana dei parassiti.

Il gene egoista, l’egoista, il taccagno, il traditore, il maligno, ma anche il falsamente “indipendente” (non esiste “misantropo perfetto”, dato che da soli nell’ambiente si muore nell’arco di qualche giorno e tutti dobbiamo qualcosa alla società e ne beneficiamo) devono scomparire, e per farlo non devono prosperare nella storia. Vale a dire non devono prosperare in vita vissuta e in società!

È compito di ciascuno fare in modo che vivano peggio delle persone cooperative, generose, solidali, in grado di ricambiare e costruire, potenziare quello che c’è e che è comune.

Si deve fare degli egoisti gli ultimi esseri della società, in modo che abbiano difficoltà a riprodursi e trasmettere il loro gene nefasto. Se necessario ci si deve forzare, obbligare anche a prescindere dal sentimento (che si può avere) di affetto per tali persone. “Se non sei disposto a una relazione simmetrica (ti credi privilegiato, magari, speciale) vai sanzionato per il male creato, e attorno a te deve crearsi il deserto! Devi stare da solo.”

Questa è l’unica legge etica che abbia senso, non la mera corresponsione di “un male a un male”, o del “perdono al male”. Non serve né combattere il male con altro male, né assimilarlo e farlo scomparire spargendo a cambio “bene”, per dare l’esempio e riverberarlo.

Legge etica assai affine a quella della vendetta, che è, a mio avviso, la vera e unica chiara missione contro un attacco che si ritenga ingiusto.

Certo, si sta semplificando molto cercando di essere netti e chiari, confusione può crearsi all’ora di valutare personalmente ciò che sia “ingiusto” per noi, lasciamo perdere ora, diciamo solo che sappiamo comunque bene che, se per esempio veniamo battuti in modo leale in una competizione, non sentiamo la minima necessità di vendicarci, e non ci sentiamo certo “ingiustamente trattati”, semmai siamo spinti a migliorare dalla voglia di rivincita che è tutt’altro. Altra cosa è perdere un concorso perché qualcuno è raccomandato! Questo non va tollerato!

Vendicare un torto, un’ingiustizia, non va fatto per ragioni sentimentali o per un gusto personale (rabbia, odio, rancore, che possono essere del tutto assenti), deve essere fatto per una precisa ragione razionale da sentire come obbligatoria, un imperativo, a prescindere dall’aver intimamente perdonato: nessun egoista che ottenga un qualche beneficio in modo scorretto e infame deve finire per beneficiare di esso. Alla fine, dal suo atteggiamento vitale deve perdere qualcosa, deve soccombere. Cosa che poi avverrebbe comunque alla lunga.

È una missione altrettanto importante e sempre legata all’espansione del gene cooperativo e alla compressione e (si spera) sparizione, di quello egoista.

Gli egoisti, in tutte le loro forme, quindi compresi i diffamatori, o più pianamente i maldicenti, i falsi gli ipocriti, coloro insomma che non costruiscono, ma hanno la tendenza a distruggere e attaccare chi non li ha pregiudicati pur di prevalere in qualche modo (“se non riesco primeggiare tirandomi su, sarò sopra trovando il modo di infangare i migliori di me”), coloro che non sono inclini ad attivarsi quando necessario per concretizzare il bene altrui oltre al proprio, non vanno a loro volta aiutati, perdonati.

Il tramonto del gene egoista ovviamente va riferito anche alla scomparsa di quelle culture che lo albergano massicciamente e non sono più in grado di disfarsene dall’interno.

Dobbiamo guardare in faccia alla dura realtà: l’estinzione è una delle “regole del gioco”, se non la più importante.

L’unica preoccupazione dell’essere umano dovrebbe essere quella di intervenire affinché essa non sia dolorosa (o il meno dolorosa possibile). Il dolore è, infatti, il vero nemico, non il cambiamento e l’inevitabile morte di qualcosa (che non ci piace) a beneficio di altro (che invece ci piace).

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