Due parole sul diritto di mettere fine alla propria vita

Il suicidio è stato visto da diverse culture in modi addirittura opposti, lo sanno tutti.

Alcune lo ammettevano generalmente o in determinate circostanze senza porsi particolari problemi.

Presso gli stoici esso era una della normali maniere di porre fine alla vita e ne teorizzavano l’applicazione, per esempio al culmine della gioia, al raggiungimento dell’apice della soddisfazione.

L’epica greca è costellata di suicidi eroici, per non parlare della cultura giapponese, dove esso è (stato) quasi obbligatorio in certe circostanze, anche per emendarsi da una colpa e riabilitarsi.

I romani lo ritenevano un nobile gesto, in determinati casi era quasi richiesto, infatti consideravano preferibile morire piuttosto che piegarsi a certe umilianti situazioni e condizioni. Famoso e celebrato come caso di eroismo, quello di padre e figlio prigionieri del nemico a cui si impone di duellare affinché uno dei due avesse salva la vita e si uccidono entrambi.

Ma persino la cultura cristiana non è sempre stata del tutto ostile ad esso e non vi ha visto sempre e solo una ingratitudine ontologica perversa verso il dono dell’esistenza concesso da Dio padre.

I cristiani si immolavano e facevano uccidere (non è un suicidio, ma potrebbe somigliargli) piuttosto che piegarsi a rinunciare a ciò in cui credevano.

Nella letteratura amo sempre ricordare il caso della figura di Catone Uticense che il cristiano medievale Dante pone a guardia (santa) del Monte Purgatorio nonostante si sia aperto la trippa ad Utica dopo il trionfo di Cesare e la perdita definitiva delle libertà repubblicane. È visto come un uomo integerrimo e non certo come un vile.

L’accomunare in maniera semplice e piana suicidio-viltà o il percepire il darsi la morte sempre e solo come un comportamento indegno, che umilia la dignità umana, è atteggiamento (e fissa) più recente. E anche superficiale, mi si consenta.

Non credo che tale punto di vista (odierno) descriva davvero la realtà dei fatti, ma ognuno la pensi pure come gli pare. Su questo non discuto! Se qualcuno ritiene più degna della scelta razionale di abbreviare la sofferenza inevitabile, quella di godersela tutta fino alla fine, sperando magari in un miracolo, ha tutto l’agio di farlo. Come io ho quello di dissentire.

Quello su cui invece voglio discutere e battagliare, in termini teorici è sulla ragione per cui non posso veder riconosciuto il mio punto di vista dalla legislazione. In termini pratici mi oppongo al fatto che le convinzioni di altri, per di più irrazionali, debbano vincolare anche me.

Siccome l’ostilità verso il suicidio ha solo radici religiose e non si può ammettere che le credenze religiose di alcuni condizionino uno stato laico, per salvare le apparenze, si sente spesso usare un argomento di opportunità (quindi pratico) contro le aperture verso il suicidio assistito: se si concedesse questa libertà (suicidarsi, con aiuto), dove andremmo a finire?

Beh, insomma questo argomento è semplicemente patetico! Una libertà si concede perché è doveroso e giusto (si percepisce come tale) riconoscerla o non la si riconosce per ragioni opposte, le paure per le “derive” sanno sempre di scusa bella e buona, di viltà mascherata da buon senso, di scorciatoia per non pensare, di scelta di comodo per non cambiare.

Si sarebbe potuto fare lo stesso discorso ogni volta che si è dato seguito ad una nuova apertura in termini di libertà (e si è fatto, con risultati ridicoli, alla luce del senno di poi): se le donne iniziassero a votare, dove andremmo a finire? Se tutti fossero alfabetizzati, dove andremmo a finire? Se le strade si riempissero di mezzi meccanici? Se i gay si sposassero, dove andremmo a finire? …Nel futuro! Questo è certo! Che fino a prova contrario è sempre migliore di tutto il passato!

Insomma, alla fine si deve solo rispondere a una domanda chiara e accettare le conseguenze che ne discendono. Come in tutti gli altri casi, infatti, anche qui c’è una domanda chiara da porre da cui estrarre una conseguenza. In passato: la donna è inferiore all’uomo? No! Allora perché non potrebbe votare ed essere eletta?

Nel presente caso la domanda da porci è: il corpo (e la sua vita) a chi appartiene?

La legge dice che esso è un bene “indisponibile” (da parte del soggetto), vale a dire che non appartiene all’individuo specifico che “lo abita” (più correttamente che è! Il corpo). Con più esattezza la legge dice che esso è limitatamente disponibile.

Sì, ma allora a chi appartiene? Se non è il diretto interessato a disporne, chi può farlo?

Si può rispondere in molti modi, ma tutti alla fine convergono solo su una unica conclusione: il corpo di ciascuno appartiene non a sé stessi, ma ad altri esseri umani! E già, formulata questa prima conclusione: vi pare giusto?

Non è l’essere umano interessato a disporne, ma sono altri esseri, umani come lui, ma esterni ad avere questo privilegio. Bah!

Ma perché affermo che sono altri esseri umani a disporne, sia quale che sia la risposta che si dà alla domanda posta prima? A chi appartiene la vita? Di chi è il corpo?

In effetti si suole rispondere in due modi principali: il corpo appartiene allo Stato, o il corpo appartiene a Dio.

Entrambe le risposte sono solo indirette però, perché sia “lo Stato” che “Dio”, poi, al redde rationem, sono incarnati da individui umani specifici, in carne ed ossa, che ne interpretano “le volontà”, che “applicano regole e criteri, leggi”, insomma amministrano…

Quindi sul tuo, suo, mio, corpo decide un magistrato, un medico, un ecclesiastico, o un gruppo di essi e non ciascuno degli interessati.

E questo sarebbe meno pericoloso e preferibile, che dare a ciascuno la piena e completa disponibilità del proprio corpo!? Perché?

Che succederebbe se ciascuno decidesse su se stesso? Niente! Che succederà mai? Me la sento proprio di dirlo! Senza dubbi!

In teoria questa stortura generale sarebbe uno strumento per tutelare l’individuo da se stesso. Si sa che il “buon genitore” Stato o Chiesa ci tengono a che i propri figli non facciano scelte di cui potrebbero pentirsi.

Tale atteggiamento paternalista è non solo fuori tempo, ma anche ipocrita e falso. Sia lo Stato che le autorità ecclesiastiche, infatti, vogliono mantenere tale controllo solo per ragioni di potere. Almeno il sospetto viene.

Si potrebbe proibire il traffico stradale per il fatto che alcuni conducenti provocheranno di sicuro la morte di sé stessi o di altri, usando gli automezzi. Anche qui si rischia la pelle! Eppure si fanno altre scelte, per esempio, si controlla a caso lo stato alcolemico dei conducenti, si concede una patente, insomma ci si organizza pur di incentivare e permettere gli spostamenti rapidi.

Cerchiamo di essere positivi: mi si vuole tutelare! Ecco perché non posso scegliere di suicidarmi in ospedale. Ma evitiamo di essere ingenui e continuiamo con un discorso terra terra, ma efficace: a me chi mi garantisce che la persona che dovrebbe tutelarmi da me stesso (decidere per me) sia in effetti migliore e più saggia di me? che farebbe i miei interessi meglio di come so farmeli io da solo?

Osserviamo la realtà: agli altri che gliene frega, in genere, di quello che faccio? Si preoccupano forse costantemente di me per ogni problema della mia vita? Mi trovano un lavoro, mi danno un abbraccio in un momento difficile, mi procurano una casa se non la ho? Mi impediscono di ingrassare? No! Semmai mi mungono! E basta!

Allora perché sulla fine della vita si interessano tanto a che io rimanga vivo? Per di più con, magari, un tumore nel cervello? Per altri tre, quattro mesi, un anno? Davvero vogliamo credere che la ragione di questo interessamento e della opposizione al mio suicidio sia “la mia tutela”? Ha del ridicolo pensarlo, demenziale! Mi viene in mente la scena esilarante di gente che non conosco e non mi conosce, che proprio non ce la fa a rinunciare alla mia presenza su questo mondo! “Ma come, già se ne vuole andare?” “Ci offendiamo!”

Se la ragione non è la “mia tutela”, allora deve esserlo la tutela di altri; qualcosa si dovrà pur tutelare se non si vuole ammettere che dietro ci sia solo un bieco, ed illegittimo, turpe gioco di potere (il sospetto di cui sopra).

Deve quindi trattarsi della tutela di tutti gli altri cittadini (società) che devono essere scoraggiati, educati, indirizzati a non imitare alla leggera il comportamento che qualcuno potrebbe prendere con le opportune cautele, ma la maggioranza prenderebbe in modo superficiale (come la guida delle auto).

Questo vorrebbe dire, però, che non mi si concede (ma nemmeno mi si riconosce in teoria fino ad ora) un diritto legittimo, ancora una volta, per la succitata paura “della deriva” (che succederebbe se…) e quindi, e in tal caso, mi si sta anche trattando come uno strumento! Mi si sta usando! Si usa me per salvare altri, e magari poi si userà altri per salvare altri ancora e così via.

E sarebbe etico usare una persona per un fine del genere? Già che si mettono le cose in questi termini: etica!

Mi si nega qualcosa a cui ho diritto… “ma per una buona causa”, si dice. Scusate, ma… quando avrei acconsentito a ciò? Allora perché non fate sperimentazione medica senza il mio consenso pure? Per salvare vite future…

Eh questa è una deriva peggiore di quella che si vorrebbe evitare! Perché ancora una volta chi è che decide che diritto legittimo comprimere o negare pur di tutelarne altri? Altri esseri umani! Certo! E che fiducia potrei avere nei loro criteri? E poi quando si è decisa questa cosa? Chi ha deciso di adottare questa linea? Dove sta scritta?

Se mi si riconosce un diritto, mi si deve anche concedere di esercitarlo! Se non mi si riconosce un diritto (qualcosa a cui io credo di avere diritto e che infatti chiedo) mi si deve spiegare bene e in modo convincente perché non ho tale diritto! E che ci siano dei credenti di una determinata religione che si oppongono non è una ragione valida, per quanto pare l’unica ipotizzabile.

Mi si spieghi perché io (e chiunque altro) non sono signore e padrone del mio corpo e della mia vita, ma di essa è signore e padrone lo Stato, o Dio, e in concreto i loro rappresentanti terreni, cioè: altri esseri umani.

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