Due versioni dell’Inno ad Arimane di Leopardi

BREVE INTRODUZIONE

Opposto ad Ahura Mazda, dio della luce nello zoroastrismo, Arimane è dio della tenebra.

Leopardi lo assume come nome e soggetto di riferimento della malvagità che, al suo sguardo, sembrerebbe reggere e plasmare tutto l’esistente. Lo innalza a unico dio, quindi, e gli dedica un inno che è rimasto incompiuto e che fu pubblicato per la prima volta grazie a studi, su sue carte autografe napoletane, realizzati dal Carducci.

Una versione emendata e adattata alle esigenze della recitazione è stata proposta da Carmelo Bene, e la riporto qui di seguito, dopo quella che dovrebbe essere l’originale.

Voglio ammettere che, nonostante i miei sforzi e l’amore per il poeta marchigiano, è stato solo con Bene che ho saputo scoprire la forza e la potenza di questi versi, che devo aver letto, ma non ricordavo affatto. Un vero peccato! E anche un monito a fare meglio, prestare maggior attenzione.

Per evitare che anche altre persone interessate a una visione alternativa, rispetto a quella della nostra educazione e cultura tradizionalmente accettata e diffusa, sul principio che regge il mondo, si perdano un elemento così importante, chiaro e magnifico, cerco di dare un contributo alla sua diffusione come posso tramite questo mezzo.

Senza alcuna pretesa mi permetto di far notare solo alcuni spunti di straordinario interesse del testo e la visione che da esso si trae dell’esistenza. Le implicazioni sarebbero immani.

Ricordiamo che lo scritto è antecedente a tante scoperte e teorie che, in un certo qual modo, hanno contribuito a diffondere e rendere più solida, o meno inaccettabile, l’idea di un mondo, per lo meno, privo di una guida amorevole, se non addirittura tiranneggiato da un onnipotente principio malvagio, tra esse forse va segnalata anche l’opera di Darwin del 1859, e magari pure La Gaia Scienza (1882) e Così Parlò Zarathustra (1885) di Nietzsche, filosofo terrorizzato dall’Eterno Ritorno.

Leopardi non rinuncia all’idea di una “intenzionalità” reggitrice del mondo, e ad una mente consapevole che lo domina, ma tale supremo essere non è certo Amore. Alcune caratteristiche sono di gran interesse e spiccano, a mio modo di vedere. Va rilevato che nella versione leopardiana tale principio è, in primo luogo, solitario, ed è, quindi, diversamente dalla tradizione –anche cristiana- privo di un antagonista contro cui lottare (e perdere). È davvero unico dio, quindi. Riposa in una immobilità perenne e immutabile in cui il moto, così come ogni altra umana illusione, è funzionale solo al progetto di trionfo del male e della sofferenza (se stesso).

Non ci sono veri conflitti tra forze, e nemmeno plurali “forze”, c’è un unico principio, che non ha avversari e non teme certo la blasfemia, non ha bisogno di fedeli ed alleati, non si propone nel mondo. Assieme alle creature viventi, egli stesso crea ombre illusorie di felicità, miraggi, instilla desideri, coraggio, ma solo per raggiungere i suoi fini.

Il bene è vuoto di male forse (contrariamente a quanto sostenuto da San Tommaso) o comunque è solo l’esca di un “melanoceto onnipotente”. I beni (amore compreso) non sono che strumenti di travaglio per un destino inappellabile di assoluta infelicità degli esseri viventi. Nel testo, gli animali sono cibo, l’essere umano è tormentato da un desiderio inappagabile e destinato a rimanere frustrato.

La morte, apparentemente il supremo e il più spaventoso tra i mali per l’uomo, diviene l’unica opzione desiderabile, unica via d’uscita, da chiedere a una divinità che non ha bisogno di concedere nulla, neppure a un suo “grande predicatore”, che prova ad accampare benemerenze, ma che non si rassegna alla sottomissione e al pianto, e semmai indulge in una bestemmia che non sa neppure se sia addirittura gradita, in quanto frutto anche essa di sofferenza.

 

Giacomo Leopardi

Inno ad Arimane (1833, testo incompiuto)

 

Re delle cose, autor del mondo, arcana

Malvagità, sommo potere e somma

Intelligenza, eterno

Dator de’ mali e reggitor del moto,

io non so se questo ti faccia felice, ma mira e

godi, contemplando eternamente …

Produzione e distruzione … per uccidere partorisce … sistema del mondo, tutto patimen … Natura è come un

bambino che disfa subito il fatto. Vecchiezza. Noia o passioni piene di dolore e disperazioni: amore.

I selvaggi e le tribù primitive, sotto diverse forme, non riconoscono che te. Ma i popoli civili

… te con diversi nomi il volgo appella Fato, natura e Dio. Ma tu sei Arimane, tu quello che …

E il mondo civile t’invoca.

Taccio le tempeste, le pesti tuoi doni, che altro non sai donare. Tu dai gli ardori e i ghiacci.

E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione. Ma l’opra tua rimane immutabile, perché per natura dell’uomo sempre regneranno l’ardimento e l’inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro, e la fortuna sarà nemica al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo, e il giusto e il debole sarà oppresso.

Vivi, Arimane e trionfi, e sempre trionferai.

Invidia degli antichi attribuita agli dei verso gli uomini.

Animali destinati in cibo. Serpente Boa. Nume pietoso.

Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’amore? … per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri e del tempo nostro passato?

Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie. Tua lode sarà il pianto, testimonio del nostro patire. Pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà.

Ma io non mi rassegnerò.

Se mai grazia fu chiesta ad Arimane, concedimi ch’io non passi il 7° lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte (non ti chiedo ricchezze, non amore, sola causa degna di vivere). Non posso, non posso più della vita.

 

Giacomo Leopardi

Inno ad Arimane (versione recitata da Carmelo Bene)

 

Re delle cose, autor del mondo, arcana

Malvagità, sommo potere e somma

Intelligenza, eterno

Dator de’ mali e reggitor del moto,

io non so se questo ti faccia felice, ma mira e godi, contemplando eterno…

… Natura è come

un bambino che disfa subito il fatto.

Vecchiezza.

Noia o passioni piene di dolore e disperazione: amore.

Te con diversi nomi il volgo appella Fato, Natura e Dio.

Ma tu sei Arimane.

Taccio le tempeste, le pesti, tuoi doni, che altro non sai donare.

Tu dai gli ardori e i ghiacci e il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione.

Ma l’opra tua rimane immutabile, perché natura dell’uomo sempre regneranno l’ardimento e l’inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro, e la fortuna sarà nemica al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo, e il giusto e il debole sarà oppresso.

Vivi, Arimane e trionfi, e sempre trionferai.

Invidia dagli antichi attribuita agli dèi verso gli uomini.

Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’amore? Per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri e del tempo nostro passato?

Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie. Tua lode sarà il pianto, testimone del nostro patire. Pianto da me per certo tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà.

Ma io non mi rassegnerò.

Se mai grazia fu chiesta ad Arimane concedimi ch’io non passi il settimo lustro.

Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte (non ti chiedo ricchezze, non amore, sola causa degna di vivere). Non posso, non posso più della vita.

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