EDITI e OPERE COMPLETE

I BOIA e Altre Atrocità Luglio 2015, Per celebrare il mio primo anno negli Stati Uniti d’America, ecco -tutto d’un pezzo- la mia nuova opera, un pamphlet su un tema assai interessante: i Boia.

 

Le Mirabolanti Avventure del Gatto e la Volpe (Testo di Virio Guido Stipa e Illustrazioni di Silvia Forcina) 2015

 

L’Unità TMAK, racconto pubblicato sull’antologia: Canti d’Abisso

 

Nuova Opera Completa 2014 COGLIONI NELLA MIA VITA

 

Seconda pubblicazione, una Raccolta di Racconti 2012-2014, su Amazon per Kindle. Di Spedizioni e Altri Racconti

 

PILLOLE DI DANTE: Versione Kindle disponibile su Amazon, una collezione di Personaggi, Storie e Momenti tratti dalla Divina Commedia

 

COPERTINA del Secondo Romanzo: BELFRAGO E SAMELI: Bizzarri Passatempi per Anziani Gentiluomini

 

 

Primo Romanzo Pubblicato e qui in versione gratuita multimediale: Come Attraverso il Fuoco

 

PRESENTAZIONE DEL MIO PRIMO ROMANZO

Qui di seguito ripropongo i testi di alcune spiegazioni e chiarimenti in merito al contenuto e la forma del mio primo romanzo.

 

CHIARIMENTI: N° 1, Riguardo al titolo del romanzo e allo pseudonimo

Inizio con questo post una serie di scritti volti ad affrontare e chiarire aspetti del romanzo che spero leggerete.
I primi dati che chiunque si troverebbe a prendere in considerazione, una volta fissata l’attenzione sul volume che ho realizzato, sono necessariamente il titolo dell’opera ed il nome del suo estensore. Quest’ultimo è uno pseudonimo ed è stato opportuno utilizzarlo per varie ragioni. La principale, ma ve ne sono altre, è funzionale all’economia della storia posto che volevo che il nome del suo personaggio coincidesse con quello che appariva in copertina, ma volevo anche distanziarmi da una figura che seppur modellata su dati biografici è di pura invenzione e molto diversa dal suo creatore. Svelando ora uno dei vari ed innocenti riferimenti alla Divina Commedia seminati per l’opera (formulati a volte per analogia altre per antitesi), il nome del personaggio appare in essa in una sola occasione e viene pronunciato dalla persona amata dal protagnista. È noto come nella Divina Commedia sia Beatrice, in cima al monte Purgatorio, nel Paradiso Terrestre a nominare per l’unica volta in tutta l’opera il nome di Dante, nel Canto xxx (dissipando ogni dubbio sull’identità del protagonista pellegrino e chiarendo al contempo la sua corrispondenza con l’autore del poema).
Il nome scelto per rappresentare l’autore è poi una mera trasposizione del mio nome anagrafico nella sua radice greca (più usuale) invece che nella latina. Esso è stato scelto anche in ragione della sua alta disponibilità in Italia per voler significare che la situazione nella quale il personaggio versa è solo un prototipo di tante altre simili e proprie di una generazione specifica.
Anche il titolo dell’opera ha a che vedere con il Purgatorio dantesco. L’attraversamento del fuoco al quale in esso ci si riferisce, infatti, è quello del muro che separa gli ultimi forzati della speranza dal Paradiso Terrestre, luogo a partire dal quale non si soffre più. L’invenzione dantesca del muro di fuoco si deve come è noto sopratutto a un passaggio biblico, tra i pochi che supportano l’invenzione di un luogo ultraterreno intermedio tra dannazione e beatitudine (cfr. 1 Corinzi 3: 12-15) ove ci si riferisce a chi si salva: “come atraversando il fuoco”, o “si può essere salvi ma come chi attraversi il fuoco”. La forma specifica scelta per dare il titolo all’opera è stata messa a punto affinché possedesse una lieve anfibologia, essa infatti può ben essere letta in prima persona come: “la maniera nella quale io attraverso il fuoco”, che come “similmente a come (nel modo in cui) si passa attraverso il fuoco”.

CHIARIMENTI: N° 2, riguardo alla scelta della Casa Editrice

Sono un autore ascolano. Ascoli è un luogo strano, siamo soliti criticare, anche a ragione, la nostra città, ma il fatto che tutti lo facciamo lascia pensare, altre ci si fa trasportare da campanilismi un po’ superficiali. Sono ridicole tutte le prese di posizione aprioristiche rispetto all’amore-odio per un posto, specie quello natale. Uno nasce dove nasce e per forza di cose si affeziona e appartiene alla sua città più che al resto del mondo, così pure è vero che questo legame fa sì che ci si creda “in diritto” di accampare pretese, sentirci scontenti o frustrati da aspettative irrealizzate. È un errore assumere tale atteggiamento a meno che non si lavori solo per amore del miglioramento, sempre possibile. Ascoli è come tutti i posti della terra probabilmente, e la sua gente anche lo è, nonostante le proprie caratteristiche tipiche, un suo spirito peculiare, magari non sempre nobile. Ho voluto pubblicare (lo ho scelto con convinzione) con un editore ascolano perché sono dell’opinione che qui dove vivo ci siano tante realtà e tante persone capaci e intraprendenti, oltre che preparate, che meriterebbero maggior appoggio. Dalla mia limitata esperienza posso dire di aver conosciuto musicisti locali, persone di cultura, esperti di antichità, storia, letterati, di gran caratura, del tutto sconosciuti a una cittadinanza spesso distratta e poco critica. Solo in musica, l’arte che amo maggiormente, basti pensare che sono uscite perle underground come Jotenheim o Battle Ram, così come è della zona il maggior esperto mondiale di Grind Core e Noise Core e gli esempi potrebbero moltplicarsi. Su questo forse si dovrebbe lavorare: gli ascolani dovrebbero imparare ad apprezzare e conoscere le persone inquiete e magari meno conformiste che nascono sul loro suolo, usufruire di ciò che di buono propongono e apportano.
Avevo contatti ed avrei avuto la possibilità di rivolgermi a piccole case editrici di altre città italiane, avevo, per ragioni valide, escluso di presentarmi alle grandi. Alla fine ho ottenuto quello che preferivo, un contatto con un’impresa del posto e devo dire che lavorare con Domenico e con i suoi collaboratori (Simona in primis) è stato più che soddisfaciente.
La scelta di piccole realtà editoriali assume oggi tratti di eticità. Il mercato del libro (senza voler scomodare la “letteratura”) è in mano a pochi plutocrati (come il resto d’Italia) che tiranneggiando condizionano il panorama e impongono i prodotti che vogliono. Si tratta solo di sfornare lorde quantità di prodotti commerciali per realizzare un profitto.
Il testo che proponiamo, la casa editrice Capponi ed io, è un prodotto artigianale invece, legato ad una tradizione quasi “manuale” della creatività, che di sicuro sarà apprezzato da un lettore attento.
Oggi non è comunque possibile evitare di entrare nei gangli serrati e freddi del mercato. La situazione è così univocamente drammatica da non permettere a nessuno di avere spazi autonomi. Dopo una ponderata disamina delle realtà editoriali, evitando qui di tediare con un resoconto esteso, posso dire che intraprendere una strada per evitare di beneficiare certi soggetti (o, più verosimilmente, limitarne il beneficio) è oltre che la corretta “scelta etica”, anche una “scelta epica”. Come in tanti altri ambiti è inevitabile che del lavoro di uni si beneficino altri, persone che non hanno apportato nulla, che campano in virtù del loro arrogante gigantismo.
In un’ottica umana questo modo di procedere si chiama parassitismo. Siamo spesso in mano a parassiti, lottare contro di loro, cercare di affermare puntigliosamente, e realizzare in concreto, il principio per il quale a ciascuno spetta un beneficio a seconda solo dello sforzo realizzato è una missione che ogni uomo che voglia definirsi tale deve oggi compiere.

CHIARIMENTI N° 3: riguardo alla copertina

La copertina del romanzo è stata proposta, all’editore e poi al grafico, da me stesso (l’autore); è stata presa in considerazione e poi definitivamente accettata. Ha riscosso consenso solo in virtù del suo contenuto estetico, prima che ne specificassi il senso, ma essa possiede un significato preciso e affine alla storia di cui funge da primo elemento comunicativo.
Dal punto di vista personale ha anche un senso affettivo, posto che l’immagine che campeggia sulla scena viene da una foto, regalo di un caro amico, ma la ragione per la quale mi sono deciso a sceglierla ha un senso più profondo.
Va notato che gli elementi che compongono la copertina nel suo insieme sono fondamentalmente due: la foto e la scritta del titolo. Sono stati accostati in modo tale da creare un effetto piuttosto stridente la cui dissonanza arrivasse in qualche modo anche a chi non fosse subito cosciente di percerpirla.
L’animale raffigurato è infatti una scimmia (un esemplare imbalsamato esposto al museo “La Specola” di Firenze), un primate, quindi: l’essere che per aspetto più somiglia all’uomo e che la teoria dell’evoluzione ci fa immaginare come parente prossimo meno evoluto della specie umana.
La scritta è in carattere imperiale (Augustea), squadrata, rigida, del tipo da intagliare nel marmo. Inevitabile notare in essa un riferimento diretto e inequivocabile ai fasti dell’Impero Romano, reso ancor più evidente dall’uso della lerrera V per la U.
Mettere insieme due elementi tanto distanti sia nel tempo, che nello spazio, ma ancor di più nel concetto: un riferimento a un’epoca storica determinata del tutto estranea a una teoria scientifica dell’800, un elemento dello splendore di una delle fasi più alte, celebrate e per noi familiari e proprie della storia, con un essere poco evoluto e, inoltre, estraneo alla fauna europea, etc., voleva creare uno strano senso di incomprensibilità e forse anche di disorientamento.
Lo sguardo della scimmia ricorda quello umano, il suo volto non appare aggressivo, ma piuttosto stupido, benché quasi contraddistinto da un vago anelo verso la comprensione delle cose. Un animale del genere suscita anche una certa tenerezza, per quanta diffidenza si possa avere verso di esso, ma pure un senso di disagio al pensiero di essergli più simili di quanto siamo soliti pensare e non necessariamente più “fortunati”. La relazione di tale animale con il personaggio è plurima, potrà arrivare a questa conclusione chiunque si prenda la briga di leggere il testo e non vorrei qui esplicitare ulteriormente a cosa mi riferisco. Stride anche l’immagine dell’animale con la parola “fuoco” primo dei più importanti passi dell’uomo verso lo sviluppo della tecnica.
La scritta “imperiale”, invece, rimanda ad altri elementi tipici e propri del personaggio protagonista dell’opera (Andrea) che è assai consapevole (disperatamente consapevole) delle proprie origini culturali e in un certo senso amante del suo passato storico che ha fin troppo presente. Egli è, in un certo senso, dolorosamente “crocefisso” tra epoche ormai troppo distanti e i cui elementi non riesce a comporre in modo uniario e sensato, ma il cui sacrificio, abbandono, la progressiva perdita nell’oblio, lo atteriscono e dilaniano di rammarico.
Uno degli espedienti utilizzati per creare un personaggio che in modo sintetico rappresentasse l’epoca attuale e la dubbiosità perenne (se mi si passa ora l’esemplificazione troppo audace del concetto che avrei voluto esprimere nel testo) nella quale si è immersi volenti o nolenti, è stato proprio quello di creare un soggetto che cercasse (in modo che forse arriva al risibile) di ricondurre i suoi accadimenti a storie e teorie perse in un percorso umanistico di oltre duemila anni e con esse tentasse, inutilmente, di risolvere i problemi concreti che va affrontando ed interpretarli.

CHIARIMENTI N° 4, PRESENTAZIONE COME ATTRAVERSO IL FUOCO; Ascoli Piceno 20-11-2011

Propongo qui di seguito una rapida disamina di alcuni punti salienti della mia opera. Essi sono utili per rintracciarne il senso e poter orientare le lettura. In alcuni casi si tratta di questioni già trattate in altri “chiarimenti” precedentemente pubblicati su questo stresso blog, ma altri passaggi sono del tutto inediti e credo possano risultare interessanti. Dal momento che il presente scritto è tratto da uno schema, che avevo sotto mano in occasione della prima presentazione del romanzo, esso è inevitabilmente lacunoso e veloce. Spero di avere in futuro il tempo per poter chiarire altri aspetti che ho dovuto, purtroppo, tralasciare necessariamente.

  1. Genesi dell’opera e questioni preliminari.

Fedele alla mia linea ostile a concetti come “identità” e “giudizio” vorrei in primo luogo mettere in guardia chi volesse farsi condizionare da quello che si sa di me per giudicare l’opera (tutti sempre hanno questa ossessione per il giudizio) o peggio ancora di arrivare a conclusioni su me a partire dall’opera.

 

A chi, conoscendomi, fosse sorpreso di vedermi qui oggi posso dire che ho sempre amato scrivere, ma non ero mai stato in condizioni di dedicare a questa attività il tempo necessario per poter portare avanti un lavoro di un certo spessore, né ero mai stato soddisfatto delle mie composizioni redatte a tempo perso. Scelta tutto sommato strategica: in un momento di crisi ho creduto bene di approfittare della stasi generale per impegnarmi in uno scritto che seppure possa sembrare eseguito di getto è molto meditato e mi ha assorbito con certa costanza per un paio d’anni. Premessa forse va fatta riguardo al risultato finale-editoriale del romanzo che è molto più snello della sua formulazione originaria.

 

In sintesi di che tipo di romanzo si tratta? È un flusso di coscienza di taglio biografico (apparentemente auto-biografico dato che il nome del personaggio coincide con quello dell’autore fittizio), ed è un racconto posto semplicemente in un modo di ricordare che mima l’erranza di un pensiero, o del mio modo di pensare (da intendersi come meccanismo di associazione di idee e non rispetto al contenuto) distorto però da una particolare intensa ossessività affine all’insano. C’è senza dubbio la latenza di una malattia mentale del protagonista.

L’opera è strutturata a strati in modo che possa avere più livelli di lettura. Tecnica usata per cercare di captare l’interesse di chiunque, e ciò si esemplifica già nella trovata della situazione storica: c’è un “accadimento storico” che origina un determinato lasso di tempo, nel quale poi si schiude il complesso di vicende narrate. C’è quindi un evento concreto -che scocca un pensiero- e il pensiero è al contempo ricordo e attualizzazione-interpretazione del vissuto (quindi in tal senso è un modo “unico di ricordare”, proprio di quella determinata situazione storica e per tanto irripetibile pur nella ciclicità ossessiva con cui il protagonista ripensa al suo passato recente). Il personaggio, Andrea, è in un bar probabilmente con una Guinness davanti e la ragazza con la quale è uscito si reca al bagno, poi torna. Questo è quello che succede nel tempo del racconto. Il resto non “accade” nella contemporaneità se non nella mente del protagonista, lui ricorda, e il suo ricordo segue un iter particolare tocca vari temi ma si involge specialmente su un oggetto e poi su una persona in particolare che a ben vedere è presente sin dalla prima riga.

 

Se fossi chiamato a definire “il tema” dell’opera, francamente, non saprei che rispondere oltre a quello della pazzia incipiente, dal momento che lo scritto coinvolge vari aspetti della biografia di un personaggio complesso costruito meticolosamente ed è quindi una finta biografia, che ha come filo conduttore una storia d’amore che tuttavia è del tutto rarefatta e assolutamente insignificante nell’economia e nel senso più vero e profondo dell’opera.

Volendo essere onesto, tuttavia, benché io sostenga sempre che la storia d’amore narrata non è la parte principale, e men che mai fondamentale, dello scritto, se dovessi rispondere a una domanda simile alla precedente, ma magari formulata in altro modo (per esempio, quale è stata la prima considerazione-domanda che mi ha impegnato e spinto a scrivere) direi che essa gira attorno alla questione di cercare di interpretare cosa un uomo del medioevo (per quello che ne possiamo capire e comprendere) sarebbe spinto a contemplare nella nostra epoca rispetto all’amore e all’universo femminile. Sopratutto uno che pensasse di poter essere salvato e poter trascendere per mezzo della bellezza femminile.

 

Lo scritto infatti si gioca tutto su una carambola di significati, che considero fondamentale, e muove da soventi, e più o meno diretti, riferimenti alla Divina Commedia. Alcuni di essi posso svelarli subito dato che attengono agli elementi più direttamente evidenti a chi prenda in mano il libro e non lo abbia letto, altri il lettore potrà apprezzarli nel testo. Alcuni sono meramente scherzosi, a mo’ d’esempio, la fine di ognuna delle tre parti in cui è idealmente diviso lo scritto termina con la parola “stelle”.

E ancora:

  • Il titolo viene dalla lettera 1 Corinzi 3: 12-15 dove il purgatorio è definito quasi come una prova del fuoco “ci si salverà, ma come chi attraversi il fuoco”. Sappiamo che Dante recinge l’ultima cornice (quella dei lussuriosi) di fuoco, e che egli stesso deve attraversare il muro di fuoco per accedere all’Eden.
  • Anche lo pseudonimo ha un senso che coinvolge in certo modo l’opera dantesca. Volevo che il nome del personaggio coincidesse con quello dell’autore, e che, come nel Canto XXX verso 55 della seconda Cantica, fosse la persona che egli ama a nominarlo dissipando ogni dubbio rispetto all’identità del protagonista. Per capirci avrei anche potuto formulare il titolo in modo diverso, e mettere il mio nome reale come autore, intitolando: “Come Andrea attraversa il fuoco”, ma poi non sarebbe venuta l’anfibologia che considero tutto sommato necessaria per mantenere il gioco di prospettive con il passo scritturale e il fuoco della lussuria e ancor di più per costruire quella atmosfera di incertezza che volevo fosse presente da subito.
  • La copertina: la scritta imperiale accostata una scimmia anche ha una specifica valenza, richiama infatti classicismo e modernità.
  • La biografia personale è in prima persona.
  • La riflessione si muove su tre livelli: quello personale, quello dell’epoca, e quello esistenziale.
  • L’opera è divisa in tre parti etc.

2. Il genere, lo stile.

 

E’ stato, molto opportunamente, definito come un hardboiled, e di certo lo stile e buona parte dell’estetica narrativa supportano questa azzeccata affermazione. Non la supportano però i contenuti scelti, né la storiatout court. Questi semmai vengono da ben altri richiami bibliografici, potrei menzionare, senza dubbio degli influssi: Celine, Bene (su due piani, Majakovskijano e decostruzionista), Palaniuk, Cioran, Dagerman, Orwell, ma anche Lovecraft, Poe.

Perché tante stranezze e uscite dagli schemi? Per un recupero tutto sommato dell’artigianato, e dello squilibrio, dell’imperfezione e del personale, per non sottostare a delle anonime ed implicite leggi del consumo che tendono oggi alla confezione di prodotti “perfetti” di maniera, equilibrati, etichettabili.

 

Riguardo alla questione della prima persona-assenza del dialogo, va precisato che si tratta della scelta più difficile che abbia dovuto compiere. Essa muove, tra spesse difficoltà tecniche, dalla necessità di creare quel senso di vuoto, di solitudine, ma sopratutto di incertezza rispetto al mondo, che non sarebbe stato possibile riprodurre con la, necessariamente consolatoria, presenza di un narratore-spettatore che sarebbe stato in certo modo anche interprete e garante delle circostanze narrate.

La solitudine del personaggio, e il fatto che venga macerato sopratutto dall’incertezza, erano i miei obiettivi primari da raggiungere anche in ossequio all’addio che Majakovskij tributa ad Essenin: “…l’incertezza ha provocato scompiglio…” e ciò è possibile solo lasciando la mente del pensante sola con se stessa, cancellando l’autore.

 

Potrebbe essere anche definito, tutto sommato, come un “romanzo della negazione”, basti pensare alla prima frase, il mio obiettivo era immergere attraverso questi espedienti stilistici il lettore in una atmosfera di rottura solitaria anche senza che se ne rendesse conto.

 

La questione di stile riguarderebbe anche il linguaggio (e sarebbe molto complicata da sviscerare sia nella genesi che nelle trasformazioni che ha subito) e la selezione-creazione delle vicende narrate, che rispondono a dei criteri molto serrati. Prima di passare a questioni contenutistiche basti solo mettere a fuoco come la storia sia del tutto priva di orpelli e spoglia di qualunque “moto”, non succede in effetti nulla. Con questo volevo creare un determinato effetto di scoramento e angoscia in certo modo assimilabile a quello del Deserto dei Tartari, ma nelle ambizioni più attuale e identificabile per le persone della mia e delle successive generazioni, al contempo negando la valenza estetica e contenutistica delle opere attuali zeppe di eventi sorprendenti, gesta impossibili (rivoluzioni, ammazzamenti, grandi conquiste amorose, sesso ipertrofico etc.). Provando a mantenere vivo l’interesse in assenza di colpi si scena, ma solo con le considerazioni formulate dal personaggio si riprende anche quella polemica tipica di Cervantes contro la letteratura cavalleresca riproposta, nella sua idiozia, nel cinema di maniera odierno (action movies compresi).

 

 

  1. Contenuti.

Vi sarebbe da distinguere tra i contenuti interni all’opera, “nell’opera” e quelli “dell’opera”.

Sui primi si apre apparentemente il vaso di Pandora posto che il testo ha un certo piglio filosofico, necessario ai fini di creare un determinato tipo di personalità, ma anche di richiedere al lettore un impegno “inattuale”, un certo sforzo. In effetti però tutti gli elementi del ricordo non sono altro che tasselli necessari per creare un personaggio che voleva essere indecifrabile e non ascrivibile a una categoria determinata. Non è intelligente e non è stupido, non insensibile ma univoco, non debole ma neppure infrangibile, è cioè il contrario di quel genere di soggetto che ci si propina di solito oggi. Volevo non fosse simpatico ma neppure odioso e assolutamente privo di autocompiacimento, anche se forse alcuni tagli allo scritto originale hanno un po’ minato questo obiettivo vagamente autolesionista. La contraddizione lo intaglia e determina fino al punto di renderlo, per esempio, crudele -lui sì!- nell’univocità con la quale ama e desidera.

 

Riguardo poi alla selezione degli argomenti e delle situazioni riportate nel testo ho semplicemente creduto di trattare di mondi e di ambienti che conosco e che ho effettivamente vissuto privandole di ogni nota positiva e focalizzando solo il peggio di essi: tribunali, università, lavoro, etc. e lasciandone in luce sempre e solo la lisa e meschina banalità. Il personaggio quindi appartiene al “mondo” dell’autore solo nella misura in cui ciò è stato utile per poter riprodurre quella atmosfera di disinvoltura possibile solo in campi effettivamente vissuti, lo stesso valga per luoghi, città, ambienti, gusti personali.

 

Il contenuto dell’opera (quello presente nello scritto) è solo in parte assimilabile al mio pensiero (io sono più estremo del personaggio per alcuni versi, più complesso per altri, inquieto per altre questioni etc.). Andrea è un personaggio fittizio di certo a me simile che voleva però assurgere a prototipo di un’epoca senza, al contempo, esserne però un vero rappresentante, dato che ha sì problemi tipici del suo periodo storico, ma un modo assolutamente personale di viverli e rielaborarli. È il contenuto esterno all’opera quello vero ed autenticamente dell’autore, ed esso è molto più complesso e corposo e va al di là di una semplice critica sociale o generazionale.

 

La caratteristica forse più evidente del personaggio è di spaziare e prendere posizione un po’ su tutto: amore, femminilità, violenza, esistenza, divinità, tradizione, legge, etc. in essi di più genuinamente mio rimane forse solo quell’irritazione che mi provoca l’atteggiamento comune di remissività verso ciò che è considerato scontato, dovuto.

 

Quanto al senso primo “dell’Opera”, cioè quello che io voglio comunicare con essa, dovrei ribadire innanzitutto che quello fondamentale ed anche più chiaramente definito attiene alla “malattia mentale”, latente, del protagonista, che assume consapevolezza di essa -da subito- (nel corto circuito ossessivo della rimembranza) e che vuol significare che una società -essa sì- malata del tutto non può che provocare malattia del pensiero nei suoi abitanti. La frequentazione di ciò che è malato crea a sua volta malattia, malessere; questo è il sunto più breve e semplice che si potrebbe fare.

 

La storia, dove “non succede nulla”, è voluta proprio perché in questo momento (opinione mia) 1. non succede nulla, 2. siamo abituati a distrarci contemplando scintillanti vite di altri rinunciando alla nostra, 3. siamo una generazione di gente che non può nulla, e non ha mai deciso nulla. A mantenere sveglia l’attenzione sul testo non è infatti mai il succedersi di grandi avvenimenti, grandi efferatezze, grosse mobilitazioni di mezzi, danaro, etc. ma è il solo pensiero e la voglia di capire cosa si ha davanti, nella convinzione che la missione inevitabile -ed il mistero più grande- della condizione umana  sia quello della conoscenza e il resto nient’altro che distrazione.

 

Altri sensi andrebbero ricercati nella filosofia del linguaggio e soprattutto nelle formulazioni che ne fa Bene (in: Quattro momenti su tutto il nulla, per es.) tema del “mancato” e nel “non detto”, nella consapevolezza che la costruzione di un personaggio del genere e la redazione di un testo con queste caratteristiche di continua non risoluzione delle problematiche vitali affondano nella comprensione di non essere “veri soggetti”, individui e di non disporre del linguaggio e meno che mai del senso, ma esserne disposti. Se dovessi parlare del tema che preferisco, parlerei di questo tema, che per me è il fondamentale: perché ho costruito un personaggio del genere e lo ho immerso nell’erranza di un pensiero così a scatti?! E di che personaggio si tratta fuori dall’aneddotico?

 

Il romanzo è stato definito con una azzeccatissima chiosa amichevole come una “favola amara al contempo attuale e anacronistica”. Lui, crocefisso tra due epoche mima nella riflessione la celebre scena di Bene che compone manichini bianchi i cui pezzi non combaciano. Sin dalla copertina volevo fosse evidente la sua stolida pretesa di maneggiare concetti antichi, categorie inattuali per risolversi nella vita. Un personaggio trasognato ma cinico che sfocia in più occasioni in un ridicolo demenziale e sardonico, steso su una cultura che analoga a un letto di Procuste di oltre duemila anni lo stira fino a farlo a pezzi.

 

Altro parallelo andrebbe formulato anche con l’Amleto, anche lui beniano, che pare essere un personaggio a cui sarebbe chiaro il contenuto fattuale di un comportamento etico, ma che temporeggia insensatamente non rintracciandone in sé i contorni di adesione personale e autentico convincimento. Il protagonista invece è convinto della sua posizione nichilistica e interventista, ma trova in sé delle scomode adesioni assiologiche che relega nell’estetico e delle quali non sa disfarsi.

 

Ho, infine, voluto accostare due mondi che comunemente si ritengono piuttosto eterogenei dato che ho cercato oltre a strutturare il discorso e riferirmi sovente alla Divina Commedia e ad opere medievali, di ripercorrere durante la stesura i temi più tipici e battuti dell’Heavy Metal: dallo splatter-gore, al languido, dall’amore, all’amicizia, dall’epico, al rassegnato, dal blasfemo, al delirante, al grottesco etc. Non saprei dire se il discorso convince, se questi temi possono coesistere senza accapigliarsi tra loro, di certo io sono abituato dato che in me coesistono da oltre vent’anni senza creare scompigli di sorta.

 

(Visited 203 times, 1 visits today)