Elefanti

Abbarbicati come infestanti, ma innocue, edere parassitarie alle creature più perfette che si siano mai sviluppate in Natura, si cerchia ed esplora il mondo per un’ultima volta, lanciando l’ultimo messaggio. Non salvate le nostre anime; chi potrebbe, poi? L’umanità non conta più nulla! Quello che s’ama o che s’odia dell’universo nessuno lo ricorderà mai!

Sir Frederick Catherwood, lo aveva preconizzato! L’evoluzione ci lascerà indietro, vedrete –ci aveva detto- la Natura non sceglierà noi! Ed ora ammirava commosso l’improvviso salto evolutivo.

Si procedeva con sicumera e spavaldanza per la fitta vegetazione di quell’intricata e antica giungla d’asfalti e cementi, una volta una grande città, i possenti elefanti indiani in acciaio temperato fracassavano i giganteschi pistilli di cristallo di tutte le infiorescenze del sottobosco urbano, imprimendo ai colli taurini dei nostri neri sherpa congolesi accelerazioni di oltre dieci G, con le loro zampe chilometriche di titani e le loro brusche virate. Poi si fendeva i mari e gli oceani, poi i deserti; si avanzava a una velocità di incremento di sei nodi al decisecondo, equivalenti a oltre tre mach di accelerazione costante.

Tutto crollava! Il mondo era in fiamme, finito. Chiunque sarebbe perito, schiacciato, pestato; certo non c’era scampo nemmeno per noi, seduti su quelle precarie ceste in groppa agli eredi ultimi dell’evoluzione terrestre. Non eravamo più i padroni della rotta e gli esploratori, ma pidocchi tollerati su nuove divinità.

Sir Livingstone si rivolse a tutti noi desiderosi di ascoltarne la parola. Fermiamoci qui sopra! Disse. Non cerchiamo una vile salvezza impaurita, non scendiamo dalle groppe, ma partecipiamo a questa ultima epica missione, che forse ci porterà a vedere i confini del mondo. Se c’è da sacrificarsi, lo si faccia conoscendo ciò che c’è sempre stato vietato di conoscere!

Chi avrebbe mai osato ricusare l’invito di quel britannico Ulisse valoroso dal deciso baffo di spazzola in fili di rame? Chi avrebbe mai potuto dimostrare così poco coraggio da mollare tutto e, così tanto da scendere dai quei metamorfizzati mastodonti imbizzarriti e tentare un disperato ammaraggio?

Sebastiano Cabodo al mio fianco sorrideva elegantemente, e recitava a memoria quasi sottovoce passaggi di Dante; il mare non si sarebbe richiuso su una nave? Scrollava le spalle, pazienza! Era il cielo, erano gli astri le nuove Colonne d’Ercole? Pazienza! Non eravamo noi i prediletti dagli Dei per sfidare l’ignoto? Pazienza!

Sì, non s’era che gli intrepidi esploratori di una futura era di desertica pace! Unici spettatori di un trionfo leggendario, ma altrui; non per questo meno mirabile. Gli ultimi superstiti di una sconfitta non meno leggendaria. Pizarro si ergeva statuario, col pizzo affilato, lo sguardo accigliato di sfida fisso nell’orizzonte blu: la macchina non mi spaventa, mentiva, ma assai bene.

L’evoluzione ci ha voltato le spalle, rispondeva amaramente, al contempo ratificando l’ovvio, il miscredente sir Catherwood, l’evoluzione ci ha tradito, e ha scelto l’elefante e la cibernetica e non il sapiens e l’organismo. Le Eumenidi di madre Natura si sono tramutate in Erinni senza motivo. Sorseggiava del tea fingendo indifferenza e distacco.

Il caldo spossava le menti di noi pochi rimasti, l’anziano reduce, l’ammiraglio Parry, assieme a Tucci, coi suoi indisponenti macchinari e rilevatori antiquati, con diavolerie d’ogni sorta armeggiando, s’ostinava a informarci con precisione che la temperatura superava 110 gradi Farenetti, e si rischiava lo squagliamento ortottico delle nostre preziose pelli in gelatina antigelo, che la nave andava abbandonata ora o mai più, che il Signore ci aveva condannato. Non era più importante! Forse non aveva ancora capito?! Non eravamo noi a dominare la tecnica. E nessuno si sarebbe mosso, nessuno, nemmeno Tucci e meno che mai lui stesso, il vecchio eroe.

Si sapeva tutto quello che esploratori petrolieri, geologi e eruditi di civiltà scomparse devono sapere, ed ormai era del tutto inutile. Inutile almeno quanto le decorazioni, le medaglie, i lustrini, o persino le lame delle degradate e ridicole sciabolette da spumanti, che ardevano ancora, sfavillanti su divise cachi, come il sole d’una lontana alba di Giove, scintillanti da dentro il fodero, ustionando, col loro rovente colore da odioso frutto maturo, le pupille di chiunque, tranne quelle dei nuovi dei, degli scuri occhi elettrici in lucida plastica ultradura dei magnifici proboscidati.

Il rombo assordante dei retrotreni bruni degli animali diventava insopportabile per chiunque, man mano che si procedeva e si ingigantivano; noi si parlava a gesti ormai, si urlava sordi, si mimava sudati e si gioiva ammirati e disperati, in lacrime. Che spettacolo!

Ondeggiando su quelle infrangibili anche metalliche a maglia rinforzata i neoelefanti al cardano sbuffavano fuliggine profumata e arcana da proboscidi a cremagliera, espellevano escremento sulfureo e chimico aromatico dai posteriori a pistoni lucidi e senza scalfitture, e nessuno, nessuno al mondo avrebbe mai potuto piegare o ledere quei mastodonti transanimalizzati, possenti, invincibili, onniscienti.

Che bestie! Che meraviglie! Che onore essere trasportati di contrabbando da esse alla conquista dell’universo nello spazio e nel tempo siderale e astrale!

Un barrito meccanico di potenza ultraterrena annunciava al deserto del mondo la nostra partenza, come la tromba dell’apocalisse. Nessuno lo sapeva, nessuno testimoniava tranne noi quel momento in cui dal pianeta la vita sarebbe partita, così trasfigurata e meccanica, per colonizzare le fredde stelle.

Noi ultimi rimasti forse sapevamo anche troppo, immaginavamo quello che sapere non si poteva, ma una vendetta mai cercata era finalmente compiuta: l’elefante e non l’uomo, era il padrone del cosmo e non temeva rivali, uccisioni, trofei, corse all’oro. Niente più guidaleschi per lavori pesanti, nessun altro depositario di conoscenza li supera in ingegno e audacia, avevamo perso tutti, noi, Mack, Freud, Jung, Heisenberg, Einstein, Bhor, Tesla, tutti!

Le curve nodose delle loro schiene valvolari pressofuse gelavano per il raffreddamento a espansione di gas, mentre le turbochiappe in acciaio brunito spingevano in alto, su verso il cielo quelle bestie di inaudita possanza e saggezza scaricando a terra, dai lucidi tubi torti e cromati, i milioni di megatoni dei motori curvatura a due spaziotempi.

Gli immensi padiglioni delle orecchie, ecco che disperdevano un calore immane agitandosi con maestosa lentezza, e le zanne d’acciaio trafiggevano per prime l’ignoto adamantino dell’orizzonte, lunghe scintillanti, candide e immacolate.

Non si perderanno mai! Non si domeranno mai! La bussola spaziale indirizza il canto delle loro sinuose e agili proboscidi, composte di preziose scaglie flessibili color antracite, verso nuovi pianeti, nuove nubi. Il loro canto veloce e potente introna ora l’universo intero. Addio mondo, addio scarafaggi terreni di ogni specie, finalmente! L’elefante se ne va volando di qui!

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